Neanche le minacce di morte e la conseguente assegnazione della scorta al sindaco di Bologna, Matteo Lepore, sono riuscite a stemperare la tensione. La morte di Abderrahim Fakir e i successivi scontri tra antagonisti e forze dell’ordine continuano a essere un campo di battaglia politica. Perché se è vero che la solidarietà al sindaco per le minacce ricevute è stata bipartisan, è altrettanto vero che da destra le dichiarazioni di vicinanza sono state occasione di nuovi attacchi.

La scorta a Lepore

Come anticipato da alcuni quotidiani, Lepore ha ricevuto la scorta dopo che venerdì ha denunciato diversi messaggi d’odio e minacce di morte - «Lepore ti vogliamo come Fakir», «Speriamo che qualcuno ti pianti una pallottola in testa» per citarne alcuni - arrivati a causa della sua decisione di convocare una piazza per chiedere «verità e giustizia» all’indomani della morte di Fakir. Una richiesta, quella di “giustizia”, scandita tra l’altro anche ieri dai circa 2.000 partecipanti a una nuova manifestazione al Pilastro.

Secondo i contestatori, Lepore sarebbe reo di aver strizzato l’occhio ai facinorosi e sarebbe responsabile degli scontri e dei danni alla città. Dal canto suo, il sindaco – che ha sottolineato come gli scontri si sarebbero verificati a prescindere dalla sua iniziativa – è tranquillo: le minacce, dicono da Palazzo d’Accursio, non l’hanno agitato, ma la denuncia era un passaggio obbligato. Di conseguenza, ha preso l’assegnazione della scorta (un uomo, che lo seguirà tutto il giorno in appuntamenti pubblici e privati) come il normale esito della procedura.

Frutto dell’odio e della rabbia, la scorta svela un paradosso amaro. Per una settimana, infatti, il sindaco è stato bersaglio della destra di governo. Da Giorgia Meloni in giù, sono tante le figure politiche e istituzionali che l’hanno accusato di essere un irresponsabile perché non avrebbe previsto gli scontri. Un crescendo di attacchi che Lepore ha provato a smorzare invitando gli avversari a un atteggiamento più dialogante.

«Attaccare me non risolverà i problemi di ordine pubblico», aveva detto all’indirizzo del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. «Al contrario, le istituzioni che si attaccano a vicenda danno forza a chi si oppone a esse».

Un appello caduto nel vuoto. Governo e maggioranza hanno continuato a soffiare sul fuoco, contribuendo ad alimentare, invece che combatterlo, il clima d’odio che ha investito Lepore. Diversamente dai suoi avversari, però, il sindaco ha scelto di non fare il loro stesso gioco, evitando di imputare la responsabilità diretta delle minacce alle esternazioni di Meloni & co.

La partita, però, è tutt’altro che finita. La destra, infatti, continua a chiedere le scuse del sindaco, trasformando la vicinanza per le minacce in attacchi neanche troppo velati. «Esprimo solidarietà al sindaco di Bologna», ha detto la senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione, «ma colpisce la contraddizione: oggi la sua sicurezza è affidata a quegli uomini e a quelle donne delle forze dell'ordine che, troppo spesso, dalla sua parte politica sono stati delegittimati e trasformati in un bersaglio ideologico».

E ancora: «Cosa farà il sindaco Lepore se dovesse trovarsi malauguratamente nella necessità di farsi difendere da aggressioni violente? Radunerà un’altra piazza per chiedere verità e giustizia?». Francesco Sassone, coordinatore di FdI a Bologna, ha rincarato la dose: condanniamo le minacce senza ambiguità, ha detto, ma «siamo convinti che Lepore debba chiedere scusa alle forze dell’ordine e a tutti i bolognesi per il clima di tensione che ha contribuito a creare in città». Insomma, una solidarietà avvelenata.

No Tav, il giorno dopo

Intanto, dopo i fatti di Bologna sicurezza e forze dell’ordine sono tornate a far rima con Val di Susa. Sabato, la manifestazione di decine di migliaia di No Tav è degenerata in una guerriglia che ha portato a oltre 120 agenti feriti e danni da almeno un milione di euro ai cantieri dell’alta velocità. Gli antagonisti identificati sono circa 450, provenienti da tutta Europa. Dura e senza alibi la condanna della politica. I toni più forti arrivano da destra: Augusta Montaruli (FdI) parla di «eversione», Maurizio Gasparri (Forza Italia) di «vera e propria offensiva terroristica».

Dal Partito democratico, netta la condanna del governatore della Toscana, Eugenio Giani: «Questi non sono No Tav: sono delinquenti che usano la violenza per intimidire lo Stato». Dopo Matteo Salvini, che a caldo ha definito gli scontri il frutto di una sinistra che «alimenta odio e delegittimazione» contro chi indossa la divisa, prova a scatenare la polemica anche Angelo Bonelli. Per il leader di Alleanza Verdi e Sinistra, le violenze sono inaccettabili, ma i responsabili erano già noti: «Dov’era il ministro Piantedosi? Perché non li ha fermati prima?»

Dal canto loro, i No Tav esultano. Sabato è stata «una grande giornata di lotta», si legge in una nota, «i politicanti di ogni risma devono mettersi il cuore in pace, il Tav è tornato ad essere centrale nelle loro preoccupazioni. Il villaggio di Asterix che pensavano di aver sconfitto è più vivo e combattivo che mai e oggi li ha decisamente battuti».

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