Non prende bene la linea. «Speriamo che con questo rumore di acquario riusciamo a sentirci». Il rumore di acquario in realtà è l’eterno furgoncino, un van su cui passa buona parte della vita, in giro per l’Italia a fare musica. Cisco, al secolo Stefano Bellotti, emiliano, suona dal 1992, da allora ha venduto un milione di dischi. L’ultimo è un doppio, Reduci, contiene brani intitolati Nata il 25 aprile e Working class hero. Però nell’orecchio abbiamo la sua voce di quando era la voce dei Modena City Ramblers. Li ha lasciati più di quindici anni fa. Eppure non c’è una manifestazione di sinistra, sinistra sinistra, sinistra moderata, di sinistra così e così, che non suoni i suoi Cento passi e che non finisca con la “sua” Bella ciao. Nei prossimi giorni riceverà un premio con il nome di un elettrodomestico, il Pimi, invece è una cosa ruvidissima: è il Premio Italiano Musica indipendente. Glielo consegneranno al Mei, il Meeting delle etichette indipendenti, che si terrà fino al 4 ottobre a Faenza.

Cisco, le danno un premio alla carriera, come a un anziano rocker, o un vecchio folksinger.

Sì, mi viene da ridere. È il mio primo premio, arriva dopo 35 anni di carriera. Non credo molto nei premi musicali. Ma agli amici del Mei voglio bene, al Meeting ho partecipato tante volte, quindi sono contento di andare al Mei, soprattutto a suonare per gli amici.

È un festival che nasce in un’altra stagione musicale, e dell’Italia. Negli anni 90 c’era la musica indipendente. Oggi?

Me lo chiedo. La musica più ascoltata ripete gli stessi schemi. La musica indipendente è quella dove gli artisti si sentono liberi di fare quello che si sentono di fare, senza pensare al mercato. Oggi essere indipendenti è più difficile, la musica delle case discografiche è tutta uguale.

E tu come fai a lavorare?

È dura, si fa fatica, però ho la fortuna di avere alle spalle una carriera lunga e quindi di avere delle basi solide su cui lavorare. E quindi con tanti concerti, col mio passato, con la mia storia e con le cose nuove che propongo, ho un mio spazio. Per i giovani è molto più dura. 

In questi 35 anni di musica ha raccontato l’Italia. Qual è il cambiamento più forte?

Ho visto il paese cambiare. In peggio. Guardiamoci intorno: le destre salgono al potere in maniera prepotente. Sembra che non ci sia più la voglia di essere uniti, ognuno si sbatte per coltivare il suo giardino. Negli anni 90 c'era un grande spirito collettivo, con l’idea di costruire un paese moderno, nuovo. Uno spirito che poi si è infranto nella concretezza degli anni 2000. Dal G8 abbiamo subìto una stagione davvero terribile. Oggi c’è bisogno di nuove voci, di occupare piazze, far sentire il proprio dissenso contro le guerre, contro la violenza. Vediamo dappertutto cose che vent’anni fa sarebbero state impensabili. Il paese aumenta la spesa per le armi e vuole rimettere il servizio militare, c’è gente che vuole insegnare la difesa armata alle scuole. Si tolgono i diritti conquistati con fatica con le lotte degli anni 60 e 70, si cerca di riscrivere la storia. 

Ma i ragazzi vanno in piazza, e manifestano al ritmo della vostra Bella Ciao. 

Mi fa piacere. Perché senti Bella Ciao, o i Cento Passi, e sono canzoni che forse aiutano a prendere posizione. Vuol dire che le cose che avevamo pensato e scritto all'epoca, erano cose che andavano fatte. Una decina di anni fa, quando in Grecia ha vinto Tsipras, a Atene in piazza risuonava a tutto volume la nostra Bella ciao. E io, che non sono mai stato in Grecia, mi sono sentito in festa con loro.  Prima o poi ci andrò.

Ha collaborato con tanti artisti, Van Morrison, Cranberries, Deep Purple, Manu Chao, Goran Bregovic.

Tanti, una fortuna. Ma anche italiani, gli amici e fratelli di BandaBardò, e Pierpaolo Capovilla. Artisti con cui mi sento affine. Con i Modena ho fatto un album pieno di collaborazioni, i Partigiani. Lì abbiamo collaborato con Piero Pelù, con il maestrone Francesco Guccini.  Con loro facevamo discorsi sulla musica, sulla sua forza. Oggi ha perso i contenuti, la sua forza di lotta. Ma ho fatto tre giorni alla Mostra del cinema di Venezia, sono stato coinvolto in un film che parla di resistenza. E se venisse anche l'inferno di Samuele Rossi, una bellissima storia, senza retorica, sulla sofferenza dei partigiani.

E se venisse anche l’inferno, una strofa di una canzone partigiana cantata anche da Giovanni Lindo Ferretti.

Anche io la suono dal vivo, si chiama Il bersagliere ha cento penne, il titolo del film è preso da quella frase. Faccio una piccola parte, un vecchio partigiano. È ambientato nell'inverno del ‘44, il peggiore della guerra, i partigiani si sentivano abbandonati. Questo giovane fa la lotta in montagna, si sente isolato e dimenticato da tutti, e però riesce ad arrivare alla fine della sua missione. Se fosse un film americano ne parlerebbero tutti. Invito a cercarlo quando uscirà, ovviamente non nei cinema. Alla Mostra ho visto davvero un cinema impegnato, ho visto Javier Bardem e Penélope Cruz che parlavano di Palestina e di pace. Nella sezione Autori Giovani, dove era il nostro film, tutti avevano una voce molto forte. Ecco, mi è sembrato che il cinema indipendente è un mondo attivo rispetto al mondo musicale, che mi sembra morto.

L’inferno ora è venuto?

L'inferno è venuto e verrà. Stiamo giocando col fuoco, il riarmo continuo, l’idea di voler combattere la Russia non porterà nulla di buono all'Europa. 

Dovremmo smettere di aiutare la resistenza ucraina?

La diplomazia dovrebbe dire basta, fate un trattato dove ognuno cede qualcosa. Ma non bisogna andare oltre a questo limite, rischiamo e non ce ne rendiamo conto. Buttiamo soldi sugli armamenti. Per non parlare di Israele e di Palestina, una roba aberrante che succede e che sta continuando a succedere. Basta morti, basta armi.

Se non avesse fatto il musicista?

Non so come sono arrivato a 35 anni di musica in giro per l'Italia e per il mondo. Sono cresciuto nella Carpi degli anni 70 e 80, una città molto politicizzata, ero in un quartiere che si chiamava il Cremlino, il Pci prendeva il 98 per cento. In realtà non ho deciso di fare il musicista, ero un operaio di una fabbrica tessile. Sono andato a lavorare in fabbrica a 17 anni. È successo che i Modena, appena nati, sono venuti a suonare a Carpi, facevano musica irlandese, cover tradizionali, e anche io ero appassionato di musica irlandese, sono salito sul palco a cantare con loro canzoni e da quel giorno ho cominciato a fare musica. In mezzo ho il commesso in un negozio di dischi, il lavoro più bello del mondo.

La sua era l’Emilia paranoica?

Era anche quella, cantata dai Cccp. Io sono nato in pianura, sono cresciuto in un paese della provincia, isolato. Poi ho cominciato a girare, a conoscere la realtà. Mi ricorderò sempre di una vacanza con gli amici a Bolzano. Dicevamo: andiamo a vedere se c’è una festa dell'Unità. E quelli di Bolzano ci guardavano così. 

Ascolta la musica fatta con l’autotune?

Niente. Non vuol dire che non ci siano gruppi giovani che mi piacciono, alternativi, più o meno famosi. Però da qualche anno ascolto la musica del vecchio millennio, cantautori italiani che per vari motivi ho bypassato e oggi riscopro, oppure musica straniera che mi ha formato e che continuo a sentire. Con l’autotune sembrano tutti lo stesso cantante. Ma ho cinque figli che ascoltano quella musica lì.

Come vede la politica italiana oggi?

Allora (fa una pausa, prende un respiro, sembra dolore, ndr). Mi spaventa che in Italia non c’è mai fine al peggio. Abbiamo vissuto il ventennio di Berlusconi e pensavamo che fosse il peggio che ci potesse capitare. Invece no, dopo è arrivato Salvini. Poi è arrivata la Meloni e adesso pensiamo sia la cosa peggiore. E invece no, adesso c’è Vannacci. Dopo cosa ci spetta?

L’opposizione?

Non riesce a dire e fare quello che si deve dire e fare per unire il popolo scontento. Riesce a farsi mettere continuamente in minoranza. Non mi chiedere chi deve essere il leader di sinistra o di centrosinistra, non ma non vedo niente di positivo ancora oggi. Ma io mi sento minoranza in questo paese.

La sinistra non è minoranza in questo paese.

E mi sento minoranza anche nella sinistra. Non perché sia un estremista, tutt’altro, sento che ho valori che non corrispondono a certe persone che dovrebbero far parte di un movimento di sinistra. Appunto per me finanziare una guerra non è un’idea di sinistra.

E finanziare una resistenza?

Finanzierei la diplomazia.

Oggi la sinistra può vincere.

Dovrebbe essere normale che un Paese in queste condizioni, con il potere d’acquisto a picco e un impoverimento generale,  possa decidere di cambiare. Il problema è che io non vedo dall'altra parte un movimento unito che possa prendere le redini del Paese. 

Ma se vincerà la sinistra in piazza suoneranno ancora le vostre canzoni. Nonostante quello che dice. 

E allora speriamo che duri. 

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