Un silenzio particolare, quelle nelle stanze del Quirinale in queste ore. Se l’impegno inderogabile di Sergio Mattarella, il suo imperativo categorico, è evitare ogni conflitto con Palazzo Chigi, stavolta, il silenzio del presidente e dei suoi collaboratori è una consegna ancora più stretta, visto che il conflitto con il Colle è apparso se non un obiettivo del decreto Sicurezza, almeno una questione bagattellare per il governo di Giorgia Meloni.

Sui rilievi espressi da Mattarella, un ministro ha usato toni sprezzanti, ed è il caso di Matteo Salvini, che a quell’indirizzo ha detto «non mi stupisco più di nulla». Un altro ha usato parole irrispettose, ed è Matteo Piantedosi, in aula: «Abbiamo preso atto di alcune sensibilità che sono state espresse».

Dal Quirinale, attraverso il colloquio con il sottosegretario Alfredo Mantovano, non sono arrivate «sensibilità», ma indicazioni strettamente in linea con la Costituzione, che quel decreto viola all’articolo 24, che stabilisce che «la difesa è diritto inviolabile», contro un testo che invece premia gli avvocati o altri “mediatori” che convincono i loro clienti al rimpatrio che piace alla destra. Più tardi il ministro dell’Interno infatti si è corretto. Il nuovo decreto, ha detto, è basato «sulle osservazioni che ci sono pervenute dal Quirinale».

La legge e il suo doppio

Ieri al Colle è salita la ministra dell’Università Annamaria Bernini con le rappresentanze dei presidenti degli enti di ricerca. Mattarella, nella giornata della Ricerca italiana nel mondo, ha invocato un sostegno «pieno» e ha chiosato che «a volte si ha l’impressione che l’espressione venga equivocata e che si tratti di diffondere i nostri ricercatori nel mondo», dunque «è confortante che i nostri giovani vengano valorizzati purché questo non impoverisca il nostro tessuto di ricerca».

A parte gli impegni d’agenda, ieri il Quirinale è rimasto in attesa che il Parlamento portasse avanti l’iter del decreto Sicurezza. E che il governo decidesse che fare, anche se la strada del decreto ad hoc era segnata. L’ennesimo, peraltro (il 127esimo, contano le opposizioni), nonostante i tanti richiami a limitare la decretazione d’urgenza, tutti ignorati.

Sembra ormai che Mattarella firmerà un decreto con passaggi in odore di incostituzionalità contestualmente al testo correttivo, in modo che i due provvedimenti vengano pubblicati nello stesso numero della Gazzetta ufficiale. Insomma, le norme incostituzionali non dovranno entrare in vigore neanche un minuto. Ma a ieri pomeriggio al Colle non erano arrivate indicazioni.

La scusa del Senato

Tutta la vicenda resta sconcertante. A riavvolgere il film della settimana, lunedì il presidente del Senato Ignazio La Russa ha fatto sapere che non si poteva far tornare il testo a Palazzo Madama in terza lettura, escludendo dunque a priori la soluzione più lineare, quella di modificare il decreto alla Camera, dov’è in votazione, e poi farlo riapprovare dal Senato. I senatori, sarebbe il motivo, farebbero «il ponte» del 25 aprile, sarebbe difficile farli tornare a votare. Ma di ponti, sul calendario, non se ne vedono. A meno che non si intenda che i senatori fanno un grandissimo «ponte» a partire da oggi, giovedì. La motivazione, in sostanza, non sta in piedi.

Tanto più che la soluzione del doppio decreto è veramente l’extrema ratio, e presuppone la certezza della successiva conversione del decreto correttivo. Un pasticcio, anche un rischio. C’è, sì, un precedente, che risale al 2006, secondo governo Prodi: nella Finanziaria fu introdotto un emendamento che cambiava la prescrizione per i reati contabili a carico di amministratori locali, l’emendamento Fuda, dal nome del senatore che introdusse il pasticcio. L’errore emerse quando la legge poteva più essere cambiata, e Romano Prodi decise di correggerla con un decreto. Giorgio Napolitano firmò i due provvedimenti a condizione che entrassero in vigore insieme.

Domani, dopo il voto finale della Camera, dovrebbe riunirsi il Consiglio dei ministri, in gran fretta, nella sala del governo a Montecitorio, per varare il nuovo decreto, sempreché la maggioranza trovi una composizione interna. Il nuovo testo così potrà arrivare al traguardo del Colle insieme all’altro. Ma è una manovra audace, che ieri in aula le opposizioni hanno attaccato alzo zero.

Nessuno ha tirato in ballo Mattarella, se non per accusare il governo di averlo «costretto all’imbarazzo», come ha fatto Giuseppe Conte. Ma una parte delle opposizioni, a taccuini chiusi, si chiede perché il presidente non alzi una barriera davanti all’analfabetismo costituzionale del governo. Perché si spinga oltre il limite di avallare un testo palesemente incostituzionale. Peraltro dopo “consigli” già espressi al governo, che invece ha tirato dritto. Alla vigilia del 25 aprile, poi. Sembra una provocazione verso chi, dal più autorevole in giù, celebrerà la Costituzione nata dalla Liberazione. Ieri in molti sostenevano, citando il parere di alcuni costituzionalisti, che stavolta non dovrebbe firmare. L’ipotesi di accompagnare la firma con una lettera di rilievi non trova conferme.

Ma fino a ieri il presidente risultava fermo sulle sue convinzioni, le stesse di sempre: crede nella sua funzione «terza», l’opposto dell’idea della «coabitazione» con la destra, quella che le opposizioni spesso si aspettano. Non vuole concedere alibi al governo, né motivi per imbastire un conflitto fra istituzioni. Anche se è un fatto che tanta attenzione istituzionale è a senso unico: ormai al Colle arrivano le leggi senza che nessuno, una commissione, un ministro, ne abbia fatto una revisione, una verifica, spingendo la dialettica fra istituzioni verso una preoccupante patologia.

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