La battutaccia del sottosegretario fa saltare i nervi al Pd: «Non glielo consentiamo ed è la dimostrazione che il governo guida la propaganda che sostiene il comitato del Sì». Poi la replica di Boccia: «I leghisti andranno in crisi?». No, perché l’autocrate sei anni fa ha imboccato la strada della fine dell’autonomia della magistratura
L’accusa non è proprio un’accusa, è più un venticello che sibila, scorre e si introduce nella campagna referendaria, e magari sparge qualche refolo di veleno. Del resto il clima è quello che è, e la destra deve recuperare con il battutismo lo smacco incassato per aver attaccato i giudici su una sentenza che non conosceva, come quella sulla Sea Watch, e soprattutto per aver difeso il poliziotto sparatore a Rogoredo, che però poi è stato arrestato con l'accusa di omicidio volontario.
Palazzo Chigi è in prima fila, ormai la squadra di governo ha deciso un “all in” per il Sì e contro il No. Quindi stavolta a parlare è il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, “Fazzo” per i cronisti politici, al convegno di Fratelli d’Italia meritoriamente organizzato nell’anniversario del quarto anno dell’invasione russa dell’Ucraina e titolato «Quattro anni di lotta per la libertà: il fallimento strategico della Russia e il risorgimento ucraino».
Il sottosegretario, uno degli uomini di totale fiducia di Giorgia Meloni, dice molte cose nel suo intervento, ma davanti ai cronisti ne dice di più notiziabili: non resiste alla tentazione di dare dei putiniani a tutti quelli del No. Prima si schermisce: «Mi sorprende che in una giornata come questa mi chiedete del referendum», poi però vede la porta a fondo campo, prende la rincorsa e tira la palla-bomba: «E comunque in Russia non c’è la separazione delle carriere, Putin voterebbe no».
Una boutade, un motto di spirito, non si può definire diversamente la battuta. Anche perché il paragone del sistema giudiziario italiano con quello russo è compito da ingegneri aerospaziali più che da esperti di diritto, fra i quali – gli uni e gli altri – peraltro Fazzolari non è annoverato.
Si potrebbe prendere tutto più sul serio e ricordare che il testo della riforma costituzionale su cui si è votato in Russia nel 2020, quello in cui Putin si è autoaccordato la possibilità di un mandato presidenziale fino al 2036 (quando compirà 84 anni) conteneva anche alcune strette sulla giustizia: in particolare un azzeramento dei contropoteri, con ulteriori penalizzazioni dell’autonomia di giudici e procuratori. Il Sì ha vinto al 77 per cento. Quindi, naturalmente cambiate le cose da cambiare, c’è comunque da scommettere che oggi, anzi il 22 e 23 marzo, se Putin votasse in Italia voterebbe Sì.
E infatti più putiniano dei putiniani Roberto Vannacci da tempo si è unito alla compagnia del Sì. Come Matteo Salvini, che attacca ogni giorno i magistrati (ma va segnalato che la campagna referendaria della Lega è non pervenuta e il partito del Nord, nato e cresciuto durante Tangentopoli e dalla parte dei pm, nei fondamentali è rimasto forcaiolo e agitatore di cappi).
Ma la boutade è stata colta al balzo dalle opposizioni per movimentare lo scontro. «Stigmatizziamo con forza le dichiarazioni vergognose che il sottosegretario Fazzolari, immaginiamo a nome del governo, ha appena fatto nella giornata del quarto anniversario dell'aggressione della Russia all'Ucraina, paragonando tutti coloro che votano No a Putin», ha tuonato nell’aula del senato Francesco Boccia, capogruppo del Pd, Fazzolari «ha detto che Putin avrebbe votato No e che tutti quelli che votano No hanno una visione simile della politica e delle istituzioni. Noi non glielo consentiamo ed è la dimostrazione che il governo guida la propaganda che sostiene il comitato del Sì».
Ma poi anche Boccia si deve essere reso conto che tutto il dialogo a distanza era un po’ surreale, e quindi ha chiosato: «Immagino che i colleghi e le colleghe della Lega, dopo le parole di Fazzolari, andranno oggettivamente in crisi». Altra battuta. Ma in realtà no che non vanno in crisi. In Russia dall’ultimo referendum il licenziamento dei giudici federali spetta al presidente. Che non è quello che dice la riforma Meloni-Nordio. Ma imbocca quella strada.
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