Mentre il governo si approccia alla manovra di bilancio, con più punti da chiarire che risorse per rilanciare l’economia, continuano ad arrivare istantanee impietose dal paese reale: quello che sopravvive tra stenti e rinunce. Una situazione in caduta libera, con al timone una presidente del Consiglio che, a poche settimane dall’odierna “Giornata internazionale per l’eliminazione della povertà”, è riuscita solo a considerare un problema chi fornisce i dati dei suoi fallimenti. 

Famiglie numerose sempre più povere 

Dalle rivelazioni 2025 dell’Istat emerge che, da una parte, gli indici di povertà assoluta rimangono stabili rispetto al 2024 – con 2,1 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui –  mentre, dall’altra, si conferma critica l’incidenza di povertà assoluta tra le famiglie con un elevato numero di componenti; proprio coloro che il governo Meloni diceva di voler maggiormente tutelare, a suon di alleanze propagandistiche con compagini antiscelta.

Sui social di Fratelli d’Italia, infatti, campeggiava la scritta: «Le famiglie italiane stanno meglio da quando c’è il governo Meloni». Peccato che, a oggi, il paese sia più povero del 2022, il potere d’acquisto delle famiglie italiane sia sceso dello 0,9 per cento tra il primo e il secondo trimestre dell’anno e i redditi delle persone continuino a perdere terreno.

La povertà assoluta, infatti, raggiunge il 19,2 per cento tra le famiglie che hanno cinque o più componenti e il 10,5 per cento tra quelle con quattro, mentre scende all’8,4 per cento – un valore comunque superiore alla media – tra le famiglie di tre componenti. Sono superiori alla media anche i valori dell’incidenza per le famiglie monogenitoriali, tra le quali più di una su dieci (11,5 per cento) è in povertà assoluta.

C’è poi il legame tra fragilità economica e abitativa, su cui Alleanza contro la povertà richiama l’attenzione: «Il 20,9 per cento delle famiglie in locazione è in povertà assoluta, contro il 4,5 per cento di quelle che abitano in una casa di proprietà». Su questo ha fatto alcune richieste: sostegno alle locazioni, prevenzione degli sfratti, più alloggi accessibili e integrazione tra politiche abitative per il contrasto alla povertà.

Povertà alimentare e minorile

Se la condizione delle famiglie è disastrosa, non è da meno quella dei minori. Per Save the children, «i dati Istat confermano – pur con qualche lieve segnale di miglioramento – l’esistenza di una profonda ferita sociale nel nostro paese». Nel 2025, infatti, una persona minorenne su otto era in povertà assoluta: 1,14 milioni di bambini, bambine e adolescenti.

«In Italia la povertà minorile non è un fenomeno temporaneo, ma sempre più una condizione cronica, un fattore strutturale che si tramanda dai genitori ai figli, cristallizzando le disuguaglianze e bloccando sul nascere l’ascensore sociale – dice Giorgia D’Errico, Direttrice relazioni istituzionali di Save the Children - Chiediamo con forza che il contrasto alla povertà minorile venga posto al centro dell’agenda politica attraverso interventi strutturali».

Torna poi il tema della fame nel paese: «In Italia 5,4 milioni di persone, quasi una persona su 10, si trovano in condizione di deprivazione alimentare materiale - dice Ilaria Adinolfi, responsabile del programma Italia di Azione Contro la Fame - le famiglie con genitori giovani, soli o stranieri, sono quelle che soffrono di più, non potendosi permettere un pasto proteico almeno ogni due giorni».

Dietro questi numeri ci sono famiglie reali, dove «4 genitori su 5 sacrificano se stessi a favore dei propri figli, quando il cibo non basta. Assicurare a tutti un’alimentazione adeguata è una responsabilità collettiva che richiede di dare priorità al sostegno delle famiglie più vulnerabili, investendo in servizi per l’infanzia accessibili e in occupazione stabile e di qualità». Su questi temi l’organizzazione umanitaria presenterà al Cnel, la mattina del 21 ottobre, la nuova edizione dell’Atlante delle fame.

Tra violenza economica e povertà sanitaria

La povertà acuisce anche la violenza economica. «Dai nostri dati emerge che solo una donna su tre può contare su un reddito autonomo e stabile – dice Mariangela Zanni, Consigliera nazionale D.i.Re, Donne in rete contro la violenza – la maggior parte non lavora e non è economicamente indipendente anche per forme di controllo sulle entrate familiari».

Le politiche nazionali «dovrebbero investire in modo massiccio ed esponenziale rispetto a quanto fatto finora, perché i fondi ai centri antiviolenza sono ancora insufficienti a fronte di un continuo aumento di richieste».

Lo stesso reddito di libertà è una misura che solo una minima parte di donne ha potuto ottenere ed è limitata nel tempo. «A fronte dei continui tagli alla prevenzione nelle scuole siamo convinte che la situazione peggiorerà ulteriormente, lasciando le donne sole».

Questo insieme di fragilità socio economiche inasprisce il problema del mancato accesso alle cure cui, alla colpevole immobilità del governo, risponde il terzo settore. Come a Roma, dove è stato inaugurato un ambulatorio di Emergency dentro l’ospedale Spallanzani, «per allargare il nostro intervento nel paese e garantire a tutte le persone l’accesso al Ssn», dice Michele Iacoviello, responsabile nuovi progetti in Italia di Emergency. «L’ambulatorio, gratuito e aperto a tutti, permetterà di intercettare le fasce vulnerabili della popolazione e di individuare precocemente problematiche sanitarie di natura infettivologica, da indirizzare allo Spallanzani stesso».

Per Cristina Matranga, direttrice generale dello Spallanzani, l’apertura dell’ambulatorio «si inserisce in un percorso che l’ospedale porta avanti da tempo, costruendo collaborazioni con altre realtà del Terzo Settore». Esperienze accomunate «dalla volontà di mettere le competenze sanitarie al servizio delle persone più fragili».

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