La premier Giorgia Meloni ha già fatto i complimenti al candidato di Forza Italia, Fabio Roscioli: «Un voto che premia ancora una volta una coalizione compatta, radicata e capace di parlare ai territori». Il nome del generale sopra al 10 per cento
Le elezioni suppletive per il collegio alla Camera di Reggio Calabria sono finite come da pronostico inziale: la vittoria è andata al candidato di centrodestra espressione di Forza Italia, Fabio Roscioli. Se le manifestazioni di giubilo dei dirigenti calabresi di Forza Italia sono apparse scontate, a sorprendere è che anche Giorgia Meloni non ha lesinato entusiasmo. Sconfitta del «campo larghissimo delle opposizioni» e voto che «premia ancora una volta una coalizione compatta», è stato il commento della premier, a riprova del sospiro di sollievo nel centrodestra per un’elezione che in passato nemmeno avrebbe fatto notizia.
Invece, a Reggio Calabria si è consumato il primo scontro diretto con il generale Roberto Vannacci: poco indicativo per dati oggettivi, vissuto come scontro campale dal centrodestra. L’esito è stato quello inevitabile, considerando che l’affluenza si è fermata al 22,3 per cento: il romanissimo avvocato vicino alla famiglia Berlusconi ha potuto contare sulla forte spinta in campagna elettorale del sindaco della città, Francesco Cannizzaro, che era anche il parlamentare uscente. Il vincente Roscioli ha incassato il 51 per cento, staccando Francesco Antonio Benedetto del centrosinistra che si è fermato al 36 per cento.Dunque, nonostante il clamore nelle settimane della vigilia, Vannacci non è riuscito a guastare i piani del centrodestra e il suo candidato Domenico Giannetta, già un big di Forza Italia in regione e quindi il nome giusto per impensierire gli azzurri, si è fermato poco sotto l’11 per cento.
Il risultato
L’esito reggino è poco significativo nell’anticipare il trend nazionali, tuttavia l’attenzione mediatica che Futuro Nazionale è riuscito a creare sul voto ha costretto i centrodestra a trattarlo come un test. e giornate che hanno preceduto il foto sono state cariche di polemica, dal comizio del generale alla vergogna dell’immagine della deputata di FI, Matilde Siracusano, “spogliata” con l’intelligenza artificiale in una foto usata dalle pagine di Fn.
L’esito, infine, è stato interpretato in modo opposto. Da una parte il governatore calabrese Roberto Occhiuto ha sostenuto che «Vannacci arriva a circa 7mila voti nel collegio. Significa che se almeno due terzi sono di Giannetta, ha preso il due o il tre per cento» e quindi se pensava di fare della Calabria la sua Sassonia Anhalt «ha trovato qualche sassata elettorale». Dall’altra l’ex leghista calabrese passato con Vannacci, Domenico Furgiuele, ha esultato: la missione consegnata dal generale era «arrivare almeno all'8 per cento», dunque stare «sopra il 10 per cento con un trend di crescita» e una grande soddisfazione.
A prescindere dai punti di vista, il voto calabrese offre almeno un’altra chiave interpretativa: il sistema dei collegi uninominali, con un candidato per ogni coalizione, è il vero antidoto contro Vannacci che, anche superando il 10 per cento, non potrebbe sottrarli al centrodestra. Peccato allora che proprio i collegi uninominali, che rappresentavano la porzione maggioritaria del Rosatellum, siano stati tutti (tranne quelli del Trentino Alto Adige) cancellati dal Melonellum, in via di approvazione definitiva alla Camera entro la settimana prossima. Certo i collegi uninominali costringono le rispettive coalizioni ad accordarsi su un candidato unico e per l’attuale maggioranza il rischio di perderli contro il campo largo soprattutto al sud sarebbe nettamente più alta rispetto al 2022, tuttavia il meccanismo maggioritario esclude gli estremi. Cancellarlo in favore di un meccanismo totalmente proporzionale, invece, permetterà a Vannacci di incassare eletti anche se alla fine correrà in solitaria.
il vertice
In attesa dell’esito calabrese, il leader del centrodestra si sono incontrati per riprendere in mano i dossier più delicati: la legge elettorale, la legge di bilancio e anche le prossime elezioni amministrative. Il tema più spinoso su cui Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi si sono confrontati è stato proprio la scelta del candidato sindaco di Milano. La sovrabbondanza di nomi vale per il centrosinistra ma anche per il centrodestra, dove proprio Lupi – presente al tavolo – è il nome lanciato dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Un altro è quello dell’europarlamentare leghista Silvia Sardone. Accantonata l’opzione di un civico, gli azzurri si sono invece orientati sul nome del sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, amico di Marta Fascina. Al vertice avrebbe preso quota proprio il nome di Forza Italia, che per l’occasione rinuncerebbe al doppio cognome ma ha dalla sua l’immagine rampante dell’imprenditore, che potrebbe piacere all’elettorato cittadino. Certo la vittoria è complicata, soprattutto se infine il centrosinistra chiuderà sul nome dell’ex direttore della Stampa e di Repubblica, Mario Calabresi, e la vera partita nel mirino di Lega e FdI è quella per la regione Lombardia che verrà lasciata nel 2028 dal leghista Attilio Fontana.
Ecco perché il vero punto critico al vertice è stato quello legato alla prossima legge di Bilancio. La mancata uscita dalla procedura di infrazione ha infranto i sogni del governo e le spaccature sono già emerse: Salvini ha chiesto comunque una manovra coraggiosa ed espansiva, Meloni e il ministro dell’Economia Giorgetti sono orientati a una misura attenta. Con la consapevolezza, però, che tutto avrà un riflesso sul nodo inevaso: le prossime elezioni politiche, la cui data è ancora solo nella testa della premier.
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