Sistema proporzionale con premio di maggioranza secco di 70 e 35 seggi per chi supera il 40 per cento. Va oltre i limiti posti dalla Consulta e rischia l’incostituzionalità
Era nell’aria e infine è successo: il centrodestra ha depositato sia alla Camera che al Senato la proposta di legge elettorale, per cui è già pronto anche il soprannome in latinorum: “Stabilicum”, perché punta a dare stabilità al sistema. Certamente ha l’obiettivo di puntellare l’attuale maggioranza di Giorgia Meloni, che ha studiato accuratamente un sistema che deve garantire i partiti dell’alleanza di centrodestra, disarticolando l’opposizione. Con un rischio: che il disegno di legge di tre articoli sia a rischio di costituzionalità prima ancora di cominciare il suo iter, che dovrebbe partire da Montecitorio.
Il sistema prescelto è quello del proporzionale con premio di maggioranza e il testo è stato il frutto di un tour de force di dodici ore. Gli emissari di Lega – lo specialista di sistemi elettorali Roberto Calderoli e Andrea Paganella – e di Forza Italia con Stefano Benigni e Alessandro Battilocchio si sono riuniti a via della Scrofa con Giovani Donzelli per limare la bozza, poi “bollinata” con il deposito in entrambe le camere con la firma dei capigruppo: un modo per sancire l’unità d’intenti del centrodestra e il fatto che gli accordi siano già stati fatti tra i tre leader.
Il sistema
Il sistema escogitato è quello delle anticipazioni degli ultimi giorni: proporzionale basato su collegi plurinominali con premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge almeno il 40 per cento dei consensi, attribuito con 70 seggi alla Camera e 35 al Senato attraverso listini; nel caso in cui nessuno raggiunga il 40 per cento, è previsto un turno di ballottaggio tra le coalizioni più votate che abbiano raggiunto almeno il 35 per cento dei consensi. Prevista anche «l'indicazione obbligatoria del nominativo da proporre per l'incarico di Presidente del Consiglio in sede di presentazione delle liste, quale elemento di trasparenza dell'offerta politica fatte salve le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica». Quanto alle soglie di sbarramento: rimane al 3 per i partiti e al 10 per le coalizioni. I collegi uninominali invece spariscono ovunque tranne che dove c’è la necessità di tutelare le minoranze linguistiche.
Depositata la proposta, già si intravede il primo macroscopico rischio, messo in luce immediatamente dalla leader del Pd, Elly Schlein che ha parlato di «forte distorsione della rappresentanza». Con anche un potenziale problema di costituzionalità. La sentenza costituzionale del 2017 sull’Italicum, infatti, ha dichiarato la costituzionalità di un premio che dal 40 per cento porti la coalizione vincitrice al 55 per cento. Non di più, però, per evitare che la maggioranza possa eleggere in autonomia le cariche di garanzia come il presidente della Repubblica, per cui servono i due terzi dei voti.
Il sistema escogitato dal centrodestra, invece, rischia di contraddire quest’obbligo: il premio fisso (la dicitura esatta è: «L’eventuale attribuzione di un premio di governabilità pari a») di 70 deputati e 35 senatori equivale al 17,5 per cento dei seggi che, sommato al 40 per cento di una coalizione, fa 57,5 per cento. I conti sono stati fatti male, dunque, nonostante nel testo di accompagnamento si scriva che il premio «non può infatti superare il quindici per cento dei seggi, rimanendo comunque ancorato alla soglia massima di 230 seggi conseguibili alla Camera dei deputati e 114 seggi conseguibili al Senato della Repubblica», che sono appunto il 57,5 per cento, superando quindi la soglia posta dalla Consulta. «Così si completa il disegno autoritario della destra», ha detto il senatore dem Marco Meloni. Testo «irricevibile», lo hanno bollato i capigruppo del Pd.
gli effetti
Eppure – per incostituzionale che rischi di essere – il progetto del centrodestra risponde a tutte le logiche interne di quella coalizione. Meloni incassa l’indicazione del candidato premier, Lega e Forza Italia cancellano i collegi uninominali che avevano costretto ad accordi pregressi sulla base delle percentuali ipotizzate pre-voto (con l’effetto di sottorappresentare FI nell’attuale parlamento).
Il partito a pagare il pegno maggiore è la Lega: lo sbarramento al 3 per cento, infatti, incentiverà le iniziative autonome ai danni proprio di via Bellerio di Roberto Vannacci, il cui partito oggi viene valutato intorno al 3,5 per cento. Tuttavia, ragionano fonti leghiste, sarà il tempo a neutralizzare il generale, che verrà tenuto a debita distanza dalla coalizione: nel logoramento di un anno verso le elezioni e senza spazio nell’alveo del centrodestra, «scenderà all’1 per cento» è la scommessa. Un premio lasciato così basso invece è, nei conti soprattutto di FdI, la mossa del cavallo per sconfiggere l’opposizione: ingolosirà Azione di Carlo Calenda che potrebbe decidere di correre da solo, togliendo così al campo progressista dal 3 al 4 per cento e avviandolo alla sconfitta. Non solo: far stabilire anticipatamente il candidato premier rischia di aprire un solco per la leadership tra Pd e M5S.
Tuttavia, va sempre considerata la legge di Murphy: se qualcosa può andare storto, succederà. E cambiare la legge elettorale prima delle elezioni non ha storicamente mai portato bene ai partiti di governo. Il testo ora è nelle mani delle commissioni e inizierà il lungo iter approvativo, con le opposizioni che già hanno promesso battaglia. Tuttavia, depositare il disegno di legge a tre settimane dal referendum (che ora pende pericolosamente in favore dei sostenitori del No) è la mossa per puntellare inequivocabilmente l’esecutivo, ribadendo politicamente quanto ripetuto in ogni sede. L’esito del voto referendario non intaccherà il governo, in nessun caso.
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