La premier Meloni festeggia un cambiamento “epocale”. Ma tra riduzione dei collegi, capilista bloccati, possibili premi di maggioranza e alchimie varie, i cittadini potranno “scegliere” al massimo un terzo di chi siederà nel prossimo Parlamento
«Se tutto continua come abbiamo visto nelle ultime ore gli italiani avranno la possibilità di scegliere la coalizione, il premier, il programma, il parlamentare quando andranno a votare nelle prossime elezioni politiche e io sono fiera che questo lo abbia fatto il centrodestra». La premier Giorgia Meloni ha descritto così l’introduzione delle preferenze all’interno della nuova legge elettorale. Ma davvero gli italiani avranno tutte questa possibilità.
La simulazione
Non esattamente. È vero, l’elettore potrà dare tre preferenze a partire dal secondo della lista seguendo un’alternanza di genere, con il capolista che rimarrà invece bloccato e scelto dai partiti. Ma facendo una prima stima dei numeri e guardando alle dinamiche che il Melonellum innescherà, l’effetto sembra tutt’altro che rivoluzionario.
Stando agli ultimi sondaggi politici, chi potrà eleggere maggiormente i propri parlamentari tramite le preferenze sono FdI e Pd. Il motivo è semplice: i capilista sono bloccati e serviranno moltissimi voti per assegnare i seggi agli altri candidati (che comunque saranno massimo cinque). Servirà una mobilitazione nazionale per raccogliere voti in quanti più collegi possibile e non tutti i partiti hanno questa forza.
Inoltre, se i due più grandi partiti del Paese possono contare sull’elezione della maggior parte – nel caso di FdI anche della totalità – dei capilista, in partiti come la Lega la musica è diversa. Il Carroccio è debole al Sud ma molto forte al Nord, una dinamica che potrebbe portare a non eleggere nessuno, o al massimo solo un capolista laddove le forze sono ridotte all’osso e fare invece il pieno nelle roccaforti storiche, conquistando tre o addirittura quattro seggi.
Lo stesso vale per Forza Italia, con gli azzurri obbligati a dispiegare il massimo delle forze in Sicilia e in Campania. Uno scenario che vedrebbe pochissimi eletti attraverso le preferenze.
Secondo Giuseppe Calderisi, ex deputato ed esperto di sistemi elettorali, «facendo una stima “spannometrica”, in media gli eletti con le preferenze potrebbero variare da un minimo del 25 per cento fino a un massimo del 45 per cento di tutti gli eletti. Ci saranno poi variazioni tra i partiti a seconda di diversi fattori, dall’uso delle pluricandidature fino alla vittoria o meno del premio di maggioranza».
Le pluricandidature
Un punto cruciale è la possibilità di candidarsi per cinque collegi contemporaneamente, un elemento che oggi non permette di avere numeri certi su quanti saranno gli eletti tramite le preferenze. Il meccanismo funziona così: un capolista di FdI, candidato in più collegi, dovrà optare per uno di questi e quindi libererà, a cascata, posti altrove facendo entrare il secondo o il terzo in lista a seconda delle preferenze raccolte.
Ma proprio questo gioco di alchimie rende ancora più decisivo il ruolo dei leader che dovranno decidere chi candidare e dove.
Premio sì o premio no?
In questo quadro, diventa fondamentale raggiungere la quota necessaria per far scattare il premio di maggioranza. Il centrodestra ha confermato che, per ottenerlo, bisognerà raggiungere il 42 per dei voti. Al momento però, stando ai sondaggi, la coalizione di governo è ferma intorno al 41,1 per cento. E comunque, anche scattasse il premio, gli eletti verrebbero scelti in un listone nazionale bloccato.
Il confronto con l’Italicum
Secondo Calderisi c’è ancora troppa polarizzazione, soprattutto se si ricordano le proposte di un passato non troppo lontano: «Oggi c’è una contrapposizione ideologica insensata per cui tutto ciò che fa l’altro è sempre negativo. L’Italicum, proposto anni fa dalla sinistra, aveva il premio di maggioranza e i capilista bloccati e poi le preferenze, esattamente come la legge in esame. Ma oggi è uno scandalo. Questo accade spesso anche a destra, sia chiaro. Alle preferenze io preferisco i collegi uninominali. Ma il centrodestra ha raggiunto un compromesso che può non piacere, ma bisogna anche essere seri e dire che una proposta simile fu fatta anche dal Pd di Renzi».
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