Niente bis di luglio, i franchi tiratori sono tornati a dormire: approvata a Montecitorio in via definitiva la legge voluta da Meloni (con tanto di minaccia di elezioni anticipate). Esultano i deputati della maggioranza. Le opposizioni hanno alzato il cartello “Legge truffa”
Tutto liscio, i franchi tiratori sono tornati a dormire. La Camera ha approvato a scrutinio segreto con una maggioranza di 227 voti a favore il Melonellum, così è infine passata la legge elettorale voluta dalla premier Giorgia Meloni con minaccia di elezioni anticipate.
Al termine del voto, i banchi della maggioranza sono esplosi in una esultanza, le opposizioni hanno alzato il cartello “Legge trufffa”.
Infine quindi il bis di luglio non c’è stato e il centrodestra ha ritrovato la sua compattezza. Anche se qualche segnale si può comunque leggere: nessuno dei ministri della Lega sono presenti in aula, dai banchi del governo solo rappresentanti di Fratelli d’Italia e Forza Italia. Presente il vicepremier Antonio Tajani, vuoto il posto di Matteo Salvini.
Che tutto sarebbe passato senza intoppi si è percepito però subito dal clima in Transatlantico. Bocche cucite a destra, ma comunque sorrisi. Il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami con il volto sereno, i deputati tutti precettati a presentarsi in aula che tergiversano alla bouvette ma intorno alle 11.30 tutti gli scranni della loro parte di emiciclo si riempiono. Con tattici scambi di posto, così che negli scranni più alti siedono le vedette – appostati in ultima fila ci sono Sarah Kelany, Augusta Montaruli e Marcello Gemmato - a controllare le mani dei propri deputati nella macchina per il voto. Donzelli, il vero controllore, ha scelto per se stesso un posto isolato, al margine alto, così da avere ben visibile tutto lo spicchio occupato da FdI.
Nei capannelli, uno dei ragionamenti più gettonati riguarda i ricorsi in Corte costituzionale, che i costituzionalisti già hanno pronti e potrebbero partire già lunedì 12 ottobre, nella speranza che l’iter per arrivare davanti ai giudici prosegua rapido e quindi prima della data del voto. Tra i ranghi del centrosinistra l’ipotesi più accreditata è che il ricorso corra sì su binari veloci, ma che le modifiche su cui la corte si orienterà rischiano di essere di dettaglio: il numero di firme e il nome del candidato premier indicato al momento del deposito delle liste. Altro elemento possibilmente censurato: l’assegnazione del premio su base nazionale anche al Senato, che invece viene eletto su base regionale. Più complicato immaginare che i giudici costituzionali mettano in discussione la rappresentanza di genere e il premio di maggioranza, «ma mai mettere limite alle speranze», è il ragionamento.
Per i deputati del lato destro dell’emiciclo, l’argomento è accolto con freddezza. Timore c’è, voglia di commentarlo molto meno. Anche per questo si lavora per ragionare già sui correttivi, nel caso in cui davvero entro febbraio la Consulta possa decidere.
Conte e Schlein
Anche per le opposizioni, il sentire degli interventi è già oltre la legge elettorale. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha approfittato dei suoi dieci minuti per difendere il senatore Roberto Scarpinato, attaccando invece la presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo e ricordando il caso delle chat negate di Andrea Delmastro. Solo un passaggio sulle «preferenze fasulle» della legge, un unico primato riconosciuto: «la prima premier donna», ma che ha «sbarrato la strada alle altre donne con la possibilità di tutti i capolista maschi». Conte ha sottolineato l’incostituzionalità del numero di firme per le forze politiche non ancora in parlamento e accusato di disprezzo per la democrazia con la torsione presidenziale, addirittura una propensione all’«autocrazia». L’accusa è quella di voler diventare sempre più «donna sola al comando», cannibalizzando gli alleati. E ha concluso: «Noi vi risponderemo oggi e sempre che la democrazia è sempre partecipazione».
Duro invece l’intervento di Elly Schlein. La segretaria dem ha attaccato ricordando che «oggi votate quello che avete bocciato a luglio. Cosa è cambiato? Che avete paura del giudizio degli italiani», è stato l’affondo, accusando la maggioranza di aver monopolizzato il dibattito sulla legge elettorale mentre fuori dal parlamento le esigenze sociali sono altre: «Sei milioni di italiani rinunciano a curarsi e ci sono famiglie che non sanno come andare a lavorare o portare figli a scuola per i costi dei carburanti. Ma voi pensate solo a voi stessi». Poi ha attaccato il centrodestra sulle loro tensioni interne: «Vi siete cambiati di posto per mettere i vostri generali dietro a controllare come votate». E ha concluso che «la vera novità siamo noi: un’alleanza progressista unita che ha preso più voti a tutte le ultime tornate elettorali», aggiungendo che «noi siamo in grado di vincere con qualsiasi legge elettorale». I suoi accenni all’unità, tuttavia, non sono stati sottolineati da applausi dai banchi dei colleghi Cinque stelle.
la maggioranza
Per la maggioranza, il primo a prendere la parola è Stefano Benigni di Forza Italia (al posto del capogruppo Enrico Costa), che ha rivendicato che «con questa legge gli italiani sceglieranno il programma, la presidente del consiglio e anche gli eletti». Sono seguiti il ricordo di stile a Silvio Berlusconi, la rivendicazione del mito della «stabilità» e del reinserimento delle preferenze «dopo trent’anni», accusando l’opposizione di «coerenza a giorni alterni» e di temere il voto perché ancora senza candidato presidente.
Per la Lega, invece, ha preso la parola Andrea Barabotti, anche in questo caso con la rinuncia del capogruppo Riccardo Molinari di prendere la parola. Il suo esordio ha riguardato immediatamente i collegi uninominali, favorevoli ai leghisti e cancellati: «Salvini ha dato a noi la risposta del perchè: non scriviamo una legge per il centrodestra, ma per l’Italia e gli italiani». L’intervento si è concluso con attacchi diretti ai leader del campo largo Conte, Elly Schlein e Angelo Bonelli, con battute su pochette, teorie gender e scioglimento dei ghiacciai. «Vai al Bagaglino», è la risposta dai banchi delle opposizioni.
A chiudere il dibattito è stato Giovanni Donzelli, che ha preso la parola al posto del capogruppo Galeazzo Bignami. Lui, il regista della stesura della legge, ha stigmatizzato la postura delle opposizioni, che «hanno colto ogni occasione per attaccare la legge elettorale», poi ha ricordato tutti i provvedimenti approvati dal centrodestra, dall’aumento dei reati ai posti di lavoro. «Garantire le donne non vuol dire difendere il vostro posto in parlamento indicate da un uomo ma difendere il diritto delle donne fuori dal parlamento di lavorare, con noi c’è stato il massimo storico di donne impiegate».
L’intervento è stato un lungo elenco delle misure volute dal governo, che hanno provocato la rivolta delle opposizioni. La conclusione è stata per la «terza repubblica» in cui la premier Giorgia Meloni traghetta così l’Italia.
© Riproduzione riservata