Completo grigio chiaro e passo marziale, Giorgia Meloni ha scandito un «sono serena, lo sono sempre» a chi le ha chiesto del via libera finale alla sua legge elettorale. Ieri Montecitorio ha votato l’ultima fiducia sull’articolo 3 che ridisegna i collegi uninominali dell’Alto Adige e la premier ha passato la vigilia del voto segreto alla Camera a Spalato, impegnata al Med9. La vaghezza intorno ai suoi impegni per oggi, invece, fa sospettare che stia meditando una comparsata in aula a Montecitorio.

Del resto, il clima è quello dei grandi eventi: i parlamentari di centrodestra sono tesissimi, tutti precettati – ministri compresi – perché non deve mancare nemmeno un voto. Dentro Fratelli d’Italia, le regole sono rigide: si vota inserendo un solo dito in pulsantiera, rapidi e senza esitazioni. Anche Lega e Forza Italia hanno compulsato i loro: nessuna defezione, nessun errore, anche perché la posta in gioco è il ritorno alle urne con voto anticipato. La calma è palpabile e si manifesta col silenzio prudente dei peones e con le parole ecumeniche dei pochi titolati a parlare.

«Non c’è affatto un clima di preoccupazione e i possibili dubbi della Consulta li alimentano quelli dell’opposizione», ha minimizzato Giovanni Donzelli, che in questi giorni è stato l’artefice delle grandi manovre per controllare che oggi tutto vada come deve. «Non ci saranno problemi», ha assicurato il sottosegretario alla Giustizia, Alberto Balboni (FdI), ospite a Start su Sky TG24, aggiungendo: «Arriveremo a fine legislatura».

Gli alleati

Proprio questo, almeno in teoria, è l’obiettivo di Lega e Forza Italia. Entrambi i partiti sono logorati al loro interno, con leadership in difficoltà e sondaggi che li lasciano dietro a Futuro nazionale di Roberto Vannacci. Gli azzurri di misura, i leghisti doppiati. Tornare a votare subito, dunque, potrebbe essere la pietra tombale su entrambi.

In casa Lega lo strappo interno è evidente, con un congresso straordinario già convocato (anche se non ufficialmente fissato) e Matteo Salvini che attende uno sfidante espressione dei ribelli della “questione settentrionale”. Dentro Forza Italia, invece, le difficoltà di Antonio Tajani sono più sottili. Oggi, mentre alla Camera si voterà il Melonellum, all’Ars siciliana il presidente Renato Schifani incontrerà la sua giunta e l’aria è quella delle dimissioni anticipate: troppi gli scandali giudiziari che l’hanno colpito per andare avanti ancora. Inoltre il presidente si sarebbe sentito abbandonato dal suo partito e dal leader con cui ha avuto un acceso scambio.

Ora FI frena e sono in corso tentativi di ricucitura, così da far rientrare l’ipotesi di dimissioni che in corso di giornata sarebbero apparse più come una minaccia che una volontà politica. Anche perché la conseguenza, per il segretario, sarebbe quella di perdere la regione granaio di voti, con l’aggravante che una nuova candidatura – se fosse ancora di Forza Italia – sarebbe combattuta tra uomini non certo a lui legati. A partire dall’ipotesi di un impegno di Giorgio Mulè, stimatissimo da Marina Berlusconi dopo la sua gestione del referendum sulla giustizia.

Persa la Sicilia, la Calabria è feudo di Roberto Occhiuto, mai tenero con il vicepremier e forte dell’essere tra i pochi veri portatori di preferenze nel partito, il Piemonte invece è guidato da Alberto Cirio che potrebbe essere l’altro competitor alla sua leadership. Risultato: su quattro regioni in mano agli azzurri, Tajani potrebbe contare sull’appoggio incondizionato solo della Basilicata di Vito Bardi.

Allo stato attuale, non è facile né per Tajani né per Salvini invertire la rotta del lento logoramento imboccata con la comparsa sulla scena di Vannacci. E difficile è anche tenere i propri deputati e senatori, che dopo il sì alla legge elettorale avranno come unico mantra quello di studiare le condizioni per una rielezione. Per entrambi la scommessa è quella di guadagnare tempo – auspicabilmente fino alla fine della legislatura – nella speranza che questo permetta di far sgonfiare il generale e di raddirizzare la propria barra interna. Ovviamente con l’obiettivo di non finire cannibalizzati dalla voracità di Fratelli d’Italia.

Le paure

Eppure, si sa, la specialità dei franchi tiratori è l’agguato. Così è stato in luglio, sempre a Montecitorio, e anche oggi il favore del segreto dell’urna potrebbe armarli. Anche perché, se entreranno in azione, sarà impossibile capire da dove provengono. Questa è una di quelle paure – probabilmente irrazionali – che serpeggiano tra gli alleati. E se ad affossare il Melonellum fossero i meloniani? Sulla carta i voti della maggioranza sono 233 e ne servirebbero circa 45 per far saltare il banco, questo il conto che circola. Tanti, troppi, ma esistono precedenti. Non succede, ma se succede? Se succedesse, si tornerebbe alle urne con il Rosatellum, che farebbe felici non pochi leghisti affezionati ai propri collegi uninominali del Nord, e toglierebbe la premier dall’incognita su quel 42 per cento da raggiungere per il premio di maggioranza. Inoltre, spazzerebbe via le preoccupazioni dei ricorsi alla Corte costituzionale, mettendo Meloni nella condizione che preferisce: quella della leader in campagna elettorale. Che sia Rosatellum o Melonellum, lei scommetterà come sempre su sé stessa.

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