Durante un’intervista su Rete4, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto che «come tante cose sono cambiate in questi anni, non è detto che non si possa superare anche questo altro grande tabù: quello di avere un presidente della Repubblica che non è di centrosinistra» e «chi non è di sinistra non è figlio di un Dio minore ma ha gli stessi diritti degli altri».

Le parole di Meloni riprendono uno degli argomenti classici della tradizione ex missina: fare del senso di esclusione dalle maggioranze politiche scontato durante la sua storia parlamentare un elemento di coesione del partito. Pur non avendo mai indicato loro un presidente, in realtà i missini sono stati determinanti nell’elezione di almeno due presidenti della Repubblica democristiani, che senza i loro voti non sarebbero saliti al Colle. 

In realtà, non è affatto vero che tutti i presidenti della Repubblica siano di centrosinistra, anzi. Tradurre gli orientamenti dei presidenti eletti durante la Prima Repubblica in un corrispondente attuale è un’operazione che può risultare imprecisa, tuttavia scorrendo la lista degli ex inquilini del Quirinale si può constatare come la loro estrazione politica non sia così facilmente catalogabile come ha fatto Meloni.

A partire, per esempio, da Enrico De Nicola, primo capo dello Stato provvisorio, eletto subito dopo la vittoria della repubblica al referendum del 2 giugno 1946 ed esponente del partito liberale e dichiaratamente monarchico, scelto proprio come figura che potesse tener unito il paese nella transizione. 

A lui segue un altro liberale, Luigi Einaudi, il cui partito negli anni Cinquanta è considerato moderato e conservatore, punto di riferimento della borghesia industriale che considerava la Dc troppo sbilanciata a sinistra.

I democristiani

La Democrazia cristiana è stata il partito che ha dato alla repubblica il maggior numero di presidenti. Il primo è Giovanni Gronchi, afferente all’area della sinistra democristiana ed esponente dell’ala cattolico-sociale critica rispetto al centrismo di Alcide De Gasperi, che guardava con favore l’apertura a sinistra della Dc. A lui segue Antonio Segni, esponente della corrente dorotea, tradizionalista e di mediazione tra la destra e la sinistra del partito. Segni viene eletto proprio per rassicurare la borghesia italiana e i settori più conservatori, che guardavano con preoccupazione al primo governo con l’appoggio del Partito socialista.

Anche Giovanni Leone, presidente dal 1971 al 1978, pur essendo estraneo alle correnti democristiane è considerato esponente centrista del partito. Gli ultimi due presidenti democristiani della Prima Repubblica – Francesco Cossiga (1985 – 1992) e Oscar Luigi Scalfato (1992-1999) – appartenevano all’ala destra del partito. Cossiga faceva parte della corrente Iniziativa Democratica, di Amintore Fanfani, Scalfaro invece era esponente della destra interna, profondamente anticomunista e legato ai settori più tradizionali della Chiesa. Per questo è stato paradossale come Scalfaro, presidente eletto dopo Tangentopoli e in carica durante il governo Berlusconi, sia diventato un punto di riferimento per il centrosinistra dell’epoca.

Da ultimo, Sergio Mattarella – esponente della corrente della Sinistra di Base della Dc – è stato eletto però nel 2015 a molti anni dallo scioglimento della Dc e mentre era giudice della Corte costituzionale.

I laici

Il primo presidente d’area centrosinistra a salire al Colle è il socialdemocratico Giuseppe Saragat (1964 – 1971), cui segue il socialista Sandro Pertini (1978-1985), primo a definirsi apertamente di sinistra. A rientrare in pieno tra i nomi di riferimento del centrosinistra è il presidente Giorgio Napolitano, il primo a provenire dal Partito comunista (la corrente migliorista di cui faceva parte era quella considerata più conservatrice nel partito, perché rifiutava la logica rivoluzionaria in favore del riformismo, dell’europeismo e dell’atlantismo e guardava al dialogo con il Psi), eletto per ben due volte.

Alla categoria dei tecnici invece può essere ascritto Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006), che fu iscritto solo al partito d’Azione ed ex governatore della Banca d’Italia.

Il ruolo dell’msi

Al netto degli orientamenti dei presidenti, va comunque sottolineato che il voto dell’Msi per eleggerli è stato determinante in almeno due casi. La prima elezione in cui il peso dei missini è stato decisivo è stata quella di Antonio Segni, che ricevette i voti del partito di Giorgio Almirante, senza i quali non avrebbe raggiunto il quorum della maggioranza assoluta. Lo stesso accade anche nel 1971, in occasione dell’elezione di Leone al ventitreesimo scrutinio con la Dc spaccata al suo interno. Anche in questo caso i voti missini sono stati l’ago della bilancia.

Non a caso a entrambe queste elezioni seguirono polemiche feroci da parte delle sinistre, che consideravano non di garanzia un presidente eletto grazie ai voti degli ex fascisti.

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