Oggi, sabato 18 aprile a Lambrate, Milano saluta Laura Balbo. Ma la sua uscita di scena non coincide con un’assenza. Se c’è qualcosa che il suo lavoro ci ha insegnato è che le vite non si dividono in compartimenti, e nemmeno le eredità.

Nata a Padova nel 1933 è stata una delle più note sociologhe italiane, capace di intrecciare ricerca e impegno pubblico. È stata parlamentare per due legislature: nella IX (1983) come indipendente eletta nelle liste del Partito comunista italiano, e nella X (1987) nella Sinistra Indipendente. Dal 1998 al 2000 è stata ministra per le Pari opportunità nel governo guidato da Massimo D’Alema.

Accademica di primo piano, è stata preside della Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Ferrara e presidente dell’Associazione Italiana di Sociologia (1998–2001). I suoi studi hanno attraversato temi cruciali della sociologia contemporanea: dallo Stato sociale alle politiche dei tempi, dalla vita quotidiana ai processi di razzializzazione e alle forme di razzismo. È stata inoltre attiva in ambito internazionale e civile, tra cui come presidente dell’International Association for the Study of Racism e dell’associazione Italia-Razzismo, e presidente onoraria dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR).

La doppia presenza

Nel 1978 Balbo conia il concetto di “doppia presenza”: la condizione delle donne sospese tra lavoro e famiglia, tra produzione e riproduzione. Non una semplice “doppia giornata”, ma una struttura sociale che obbliga a stare contemporaneamente in due mondi. Una categoria destinata a cambiare il modo di leggere lavoro, welfare, disuguaglianze. Anni dopo, lei stessa invitava a riconsiderarla: «Ci si è via via resi conto che molto va riconsiderato […] guardando alla dimensione del tempo (dei “tempi”, meglio): condizioni ed esperienze nella vita quotidiana; il “lavoro” non più riconducibile a un unico modello» (Sociologia italiana, n.3 2014).

Balbo non osservava da lontano. La sua sociologia nasce dentro i conflitti e le trasformazioni del suo tempo: l’irruzione del femminismo, l’ingresso massiccio delle donne nel lavoro salariato, la crisi di istituzioni incapaci di reggere questo cambiamento. Il suo punto di partenza era semplice e radicale: prendere sul serio ciò che era stato a lungo considerato marginale.

Uno dei suoi contributi più duraturi riguarda il tempo come terreno di conflitto. Il tempo delle donne – frammentato, sovrapposto, continuamente negoziato – diventa la lente per leggere una società che redistribuisce in modo diseguale carichi e responsabilità. La “doppia presenza” è anche questo: una tensione permanente tra richieste incompatibili.

Categoria condivisa

Oggi quella condizione non riguarda più solo le donne. La precarietà, l’intensificazione del lavoro, la crisi del welfare hanno generalizzato quella esperienza di sovrapposizione e instabilità che Balbo aveva individuato in anticipo. Per questo il suo lavoro non appartiene al passato.

Dire oggi “doppia presenza” rischia quasi di sembrare ovvio. Ed è proprio questo il segno della sua forza: aver trasformato un’esperienza invisibile in una categoria condivisa. Ma ciò che resta non è solo un concetto. È un modo di guardare la società: attento alle intersezioni, diffidente verso le semplificazioni, capace di tenere insieme vita e teoria.

Si potrebbe dire: dalla doppia presenza all’assenza. Ma sarebbe sbagliato. La sua impronta resta nelle ricerche sul lavoro e sulla cura, nelle politiche di conciliazione, nei percorsi di studio che hanno preso sul serio l’esperienza delle donne come fonte di conoscenza. Più che un’assenza, quella di Laura Balbo è una presenza diffusa: nel modo in cui pensiamo il lavoro, il tempo, le disuguaglianze. Una presenza che continua a interrogarci.

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