«Dove sono le femministe?», ha chiesto Giorgia Meloni nel suo ultimo attacco alla magistratura, rea di non aver convalidato il trattenimento in Albania di un migrante con precedenti penali per violenza sessuale.

«Dove sono le femministe?», chiedono i giornali di destra: perché non festeggiano i bombardamenti di Stati Uniti e Israele sull’Iran? Non è forse un passo avanti per la libertà delle donne?

Viviamo in tempi strani per la parola “femminista”. Disprezzata e odiata dai conservatori del passato, oggi è spesso invocata da destra in chiave polemica, ma anche appropriata o strumentalizzata. Chi sono – è la provocazione – le “vere” femministe? Quelle che parlano di patriarcato da combattere o quelle (e quelli) che difendono le donne dai loro “veri” nemici, come gli uomini migranti, musulmani, marginali?

Sono interrogativi che fanno più rumore nella ricorrenza della Giornata internazionale della donna. Il movimento Non Una di Meno, che anche quest’anno lancia lo sciopero nazionale femminista e transfemminista, esprime tutta la sua rabbia contro le misure del primo governo guidato da una donna, come il ddl Bongiorno, e contro i tentativi di strumentalizzare il movimento iraniano Donna Vita Libertà a uso e consumo dei fautori della guerra. «Jin Jiyan Azadi non è un grido di guerra al servizio di Netanyahu e dell'“Occidente”, ma un grido di liberazione!», si legge in un comunicato.

Uno sforzo ulteriore

Difendere il femminismo dai suoi nemici è un’impresa che ha unito generazioni di militanti. Ma le militanti di oggi sono costrette a uno sforzo ulteriore e inaspettato: difenderlo dai suoi falsi amici. Perché la parola stessa rischia di essere svuotata di significato, neutralizzata, trasformata in etichetta glamour o appropriata da soggetti politici da sempre estranei, persino ostili, alle lotte di liberazione delle donne.

Si pensi ai manifesti dell’associazione Pro Vita & Famiglia affissi per l’8 marzo che ricordano la definizione di «donna» come «persona adulta di sesso femminile», con tanto di hashtag #womanrights. La campagna pretende di difendere «il diritto più elementare delle donne», ovvero quello di «non essere cancellate da ideologie che negano l’evidenza e che causano, a cascata, la venuta meno di tutti gli altri diritti e tutele». I diritti e le tutele che la stessa associazione mette continuamente in questione con le iniziative antiabortiste?

Si pensi anche al femminismo cosiddetto “identitario”, sempre più al centro delle cronache, soprattutto in Francia, grazie all’attivismo del collettivo di estrema destra Némésis, di cui è appena nata una costola anche in Italia. Némésis riconfigura le battaglie per i diritti delle donne in chiave nazionalista, facendone un’arma contro l’immigrazione, o a sostegno di politiche securitarie e autoritarie, mentre milita a fianco del cattolicesimo reazionario e antiabortista. Davvero possiamo chiamarlo femminismo?

Non è una novità che misure restrittive dei diritti delle donne siano presentate dalle forze reazionarie come un “bene” per le donne, per la loro sicurezza o felicità, ma in questo tempo strano le restrizioni agli stessi diritti possono essere avanzate persino in nome di un “vero” femminismo. Un femminismo che si pensa possa andare a braccetto con il nativismo, il suprematismo, il tradizionalismo dei modelli familiari.

Giù le mani

E allora viene voglia di gridare «Giù le mani dal femminismo», come abbiamo fatto, insieme a Rosi Braidotti e Jennifer Guerra, in un libro appena edito da Rizzoli che porta proprio questo titolo. L’intento è denunciare come oggi «la parola femminista viene svuotata, manipolata e saccheggiata da chi si è sempre nutrito di sopraffazione e oppressione», da chi difende una «società gerarchica, disuguale, soggetta a un potere centrale, forte, autoritario».

Questo potere può assumere e assume anche sembianze femminili, come accade in Italia. Ma resta contrario alla profonda aspirazione alla libertà, alla giustizia sociale, all’uguaglianza, alla solidarietà, alla cultura della pace, che è al cuore di ciò che chiamiamo femminismo. Da ricordare l’8 marzo, e ogni giorno.

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