Luca Zaia, che è stato il primo a proporre un progetto federalista per il partito: «Come esiste una questione meridionale, esiste anche una questione settentrionale, che ha dignità e va ascoltata»
Il “sacro” pratone, da quest’anno intitolato a Umberto Bossi, si è riempito solo in extremis. Non c’è stata la diserzione temuta, ma è una delle feste della Lega a Pontida meno partecipate degli ultimi anni. Segno che qualcosa non va. Prima delle parole di chi sale sul palco, lo raccontano gli occhi: molti i “buchi” nella folla, poche le bandiere del Veneto, storicamente molto presenti. Anzi, il Leone di San Marco sembrava aver disertato, spuntando solo quando a parlare sono stati il governatore Alberto Stefani e il suo predecessore, Luca Zaia.
È la prima Pontida senza Bossi, salutato da continui cori e ricordato con un video sul maxischermo. Lo slogan scelto è “Non passa lo straniero”, accompagnato da altri messaggi populisti come contro le “eurofollie green”, l’islam radicale il burqa e la sharia, fantomatici “bonus solo a clandestini”, woke e asterischi e ong e immigrazione. Gli interventi dal palco, però, citano questi temi di sfuggita - a parte una performance del collettivo Nemesis contro la pretesa islamizzazione dell’Italia e le arringhe di Silvia Sardone - più per aizzare il popolo leghista che per dettare un’agenda. Il vero tema del giorno è un altro: lo scontro tra Matteo Salvini e il fronte dei governatori del Nord, che chiedono più voce in capitolo e la realizzazione del federalismo interno.
«Sì può con conciliare la Lega nazionale con la Lega sindacato del territorio, in una una unica Lega confederata, un messaggio federalista che dobbiamo portare avanti», ha detto il segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo. Accolto da un tumulto di fumogeni verdi, spuntati all’improvviso sul pratone, il capogruppo al Senato è in prima fila tra coloro che chiedono a Salvini un cambio di passo. Le sue sono parole inequivocabili: «Facciamo risaltare sempre di più la squadra, un concetto vincente. Questa è la parola d'ordine. Tutti facciamo parte della squadra e tutti insieme vogliamo che ci sia condivisione di responsabilità».
Applauditissimo, Romeo non ha convinto tutti i militanti. «C’è solo Matteo», borbotta una signora. Tra magliette da calcio numero 10 e quelle “classiche” di partito col suo nome, gli aficionados del Capitano sono numerossissimi. Di striscioni in suo favore, però, ce ne sono pochi, peraltro quasi tutti stampati e distribuiti dall’organizzazione - “C’è solo un Capitano”, Con Salvini senza paura. Matteo noi ci siamo”.
Il messaggio di Romeo viene rilanciato da tutti i governatori. Per Maurizio Fugatti, presidente della Provincia autonoma di Trento, è giunto il momento di «aprire una piattaforma dove si possa discutere anche le tematiche legate al Nord» e di impostare il partito su di un’organizzazione federale dove si possa parlare di Nord, di Centro e di Sud. Gli ha fatto eco Massimiliano Fedriga. Per il governatore del Friuli-Venezia Giulia, il 64 per cento di voti che nel 2023 ha raggiunto la coalizione di centrodestra che lo sostiene è dovuto prima di tutto a una lunga tradizione di buoni amministratori, che deve tornare ad avere voce anche nel partito. «Non dobbiamo avere paura», ha detto Fedriga. «La differenza della Lega è la capacità di dare risposte alle specificità con l'obiettivo di camminare tutti insieme ma con risposte specifiche che servono a un territorio, questa è la nostra forza».
Il messaggio è chiaro: i territori devono contare di più, ma l’attacco a Salvini non è mai diretto. «Il nostro futuro è fatto di federalismo, di potere ai territori», ha detto, sibillino, il presidente della Lombardia, Attilio Fontana. «Quando vedo che ci sono provvedimenti centralistici io non sto zitto. Sono nato federalista e continuerò a parlare e a ribellarmi a queste scelte». Parole ambivalenti, che si possono leggere come un messaggio contro la vecchia “Roma ladrona”, ma anche contro Salvini. A dare un indizio è Fontana stesso: bisogna andare «verso un partito che sia organizzato anche in modo federale».
Anche Luca Zaia si attesta sullo stesso grado di cripticità. Anche se non è più governatore del Veneto, è sempre “il Doge”, unico e amatissimo. Qualcuno lo acclama “segretario”, qualcun altro addirittura presidente della Repubblica. «Come esiste una questione meridionale, esiste anche una questione settentrionale, che ha dignità e va ascoltata». È stato lui il primo a proporre, mesi fa, un progetto federalista per il partito, sul modello della Cdu-Csu tedesca. «Io resto della mia idea, che i territori di riferimento restino quelli del Nord, in un progetto di unità nazionale, ma questo non si discute neanche», ha aggiunto a margine del raduno. Sull’ipotesi di una sostituzione del capogruppo al Senato, Zaia ha fatto da scudo a Romeo: «Squadra che vince non si cambia». E allo stesso modo ha respinto la possibilità di rimpiazzare Salvini: «C'è già un segretario», ha commentato secco.
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