I ricercatori denunciano la loro condizione in una lettera al Presidente: «Il precariato si è consolidato come una condizione strutturale e persistente». E la selva di contratti fa sì che «due ricercatori svolgano lo stesso lavoro ma abbiano tipologie contrattuali diverse, con conseguenti disuguaglianze in termini di compensi, diritti, tutele, riconoscimento»
«Un Paese che vuole affrontare con serietà i mutamenti globali deve investire con continuità nelle conoscenze, nelle competenze e nelle persone che ogni giorno contribuiscono a produrle».
Così l’organizzazione Precari uniti del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) comincia la sua lettera, ottenuta da Domani, indirizzata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il testo, inviato l’8 maggio con richiesta di colloquio, nasce dopo l’incontro per la giornata della ricerca italiana nel mondo del capo di Stato con i presidenti degli enti di ricerca (Epr).
La ricerca italiana, scrivono, è martoriata da un «precariato consolidato», diventato quindi «una condizione strutturale e persistente, che per molti lavoratori si protrae per oltre un decennio, senza offrire reali prospettive di stabilità».
«Abbiamo accolto con attenzione il Suo richiamo alla necessità di garantire stabilità, tempi lunghi e certezze, elementi indispensabili per programmare ricerche complesse e per evitare che l’internazionalizzazione si traduca in una dispersione di competenze», scrivono.
«La mobilità deve essere una libera scelta della persona, e non un obbligo subito per la mancanza di possibilità professionali stabili nel contesto nazionale». Proprio per questo la ricerca «non può essere compressa entro logiche di breve respiro né affidata a condizioni di lavoro incerte e frammentarie».
Promesse senza fondi
Quello del precariato negli Epr è una situazione che il governo Meloni ha riconosciuto a più riprese, senza però stanziare i fondi necessari alla completa stabilizzazione del personale, nonostante siano centinaia i ricercatori aventi diritto in attesa del contratto a tempo indeterminato, e che ora invece sono a casa. O potrebbero esserlo tra poco.
La stima è di 854 precari nel solo Cnr. Di questi, 691 sono risultati idonei con requisiti “comma 1” e solo 185 sono stati stabilizzati. Ma solo grazie a un “tesoretto” parlamentare a regime (cioè versato ogni anno) di 10,5 milioni stanziato delle opposizioni (Avs, Movimento 5 stelle e Pd) nella finanziaria del 2024, non dal governo.
Avere requisiti “comma 1”, secondo la legge sulla stabilizzazione nella pubblica amministrazione (nota come “legge Madia”), significa al momento avere almeno tre anni di servizio in un Epr di cui almeno un giorno con contratto a tempo determinato.
Essere riconosciuti come “comma 2” significa invece aver svolto tre anni di servizio, anche con altre forme contrattuali prima ammesse, come l’assegno di ricerca. Guardando anche fuori dal perimetro “comma 1”, infatti, stime attestano il numero di precari al Cnr intorno ai tremila.
Insomma, una galassia di contratti che ha portato a un inferno burocratico da cui è difficile uscire senza «un finanziamento pubblico straordinario», secondo gli interessati. «Succede quindi che due ricercatori svolgano lo stesso lavoro ma abbiano tipologie contrattuali diverse, con conseguenti disuguaglianze in termini di compensi, diritti, tutele, riconoscimento di anzianità ed accesso a procedure di stabilizzazione».
In questa condizione, è difficile anche costruirsi un curriculum competitivo, con esclusione certa da molti bandi come ad esempio i Prin, cioè i progetti di interesse nazionale lanciati a metà aprile dal ministero dell’Università e della ricerca (Mur).
Cosa chiedono i ricercatori
Al momento, si legge nella lettera, «l’unica norma che consente di intravedere un percorso di stabilizzazione (“legge Madia”, ndr) è destinata a scadere il 31 dicembre 2026». Deve essere «prorogata e rafforzata per poter rispondere in modo adeguato alla dimensione del problema», concludono.
Data la situazione, alla scorsa legge di Bilancio il governo ha approvato “l’emendamento Lotito”, cioè una norma che prevede uno stanziamento di fondi pari a «7,27 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2026 e di ulteriori 1,45 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2027». Con questi soldi, la promessa è l’assunzione di ricercatori e tecnologi per 276 posizioni, ma è una goccia nel mare, poiché sono spalmate su tutti e tredici gli Epr. Nonché da assegnare con relativo bando entro fine anno, e con uno spazio riservato ai contratti Pnrr (204 posti su 276).
«Ciò significa che un ricercatore con due anni di precariato può passare avanti a un altro che risulta precario da più di otto anni, la discriminante è solo il fondo con cui sono stati pagati», racconta a Domani un ricercatore dell’istituto nazionale di astrofisica (Inaf) che ha chiesto di rimanere anonimo.
Se al Cnr infatti la situazione è grave, la situazione è altresì critica anche in altri enti. Come all’Inaf, appunto, dove secondo dati condivisi dalla Rete stabilizzandi, quasi il 40% dello staff è precario, circa 650 persone. «Molti di noi hanno contratti che scadono ogni anno, la nostra età media è 40 anni, alcuni di noi sono tornati in Italia dopo esperienza all’estero, ci sentiamo traditi», spiega un altro ricercatore Inaf. «In queste condizioni è difficile fare una programmazione di vita».
La lettera di Precari uniti al presidente della Repubblica
Egregio Presidente,
a nome del movimento dei Precari Uniti del Consiglio Nazionale delle Ricerche, desideriamo innanzitutto esprimerLe un sincero ringraziamento per le parole pronunciate nel corso dell’incontro con i Presidenti degli Enti di Ricerca, tenutosi il 22 aprile al Quirinale, in occasione della Giornata della ricerca italiana nel mondo.
Le Sue parole hanno rappresentato un segnale di grande attenzione istituzionale e umana nei confronti di una condizione che da troppo tempo riguarda migliaia di lavoratrici e lavoratori. In un contesto internazionale segnato da profonde trasformazioni – politiche, sociali, economiche e scientifiche – ribadire la centralità della ricerca significa riaffermare un principio fondamentale: un Paese che voglia affrontare con serietà i mutamenti globali deve investire con continuità nelle conoscenze, nelle competenze e nelle persone che ogni giorno contribuiscono a produrle.
La ricerca è decisiva per comprendere e governare le transizioni ambientali, energetiche, tecnologiche e geopolitiche in corso, e per tutelare il territorio, la salute, il lavoro e la coesione sociale. Non è un ambito separato dalla società, ma una sua componente essenziale, capace di garantire una visione di lungo periodo. Proprio per questo, come Lei ha autorevolmente ricordato, non può essere compressa entro logiche di breve respiro né affidata a condizioni di lavoro incerte e frammentarie.
Abbiamo accolto con particolare attenzione il Suo richiamo alla necessità di garantire stabilità, tempi lunghi e certezze, elementi indispensabili per programmare ricerche complesse e per evitare che l’internazionalizzazione si traduca in una dispersione di competenze.
La mobilità dei ricercatori è una risorsa, ma - come Lei ha sottolineato – deve accompagnarsi al rafforzamento del sistema nazionale, affinché non si determini un impoverimento del nostro tessuto scientifico. Soprattutto, la mobilità deve essere una libera scelta della persona, e non un obbligo subito per la mancanza di possibilità professionali stabili nel contesto nazionale.
In questo quadro, la situazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche presenta caratteristiche di particolare gravità.
A fronte di un organico significativamente inferiore rispetto agli altri enti di ricerca europei del network G6 e di un livello di investimento pubblico nella ricerca strutturalmente più basso rispetto agli altri Paesi, il CNR si colloca tuttavia ai vertici continentali per produttività scientifica, risultando il secondo ente per numero di pubblicazioni per ricercatore.
Questo dato testimonia l’elevata qualità e dedizione dei ricercatori del CNR, ma al tempo stesso evidenzia come una parte rilevante di tale produzione sia resa possibile proprio da lavoratrici e lavoratori in condizioni di precarietà prolungata.
Oggi migliaia di lavoratrici e lavoratori operano con contratti non stabili, sostenendo attività scientifiche, tecniche e amministrative essenziali per il funzionamento dell’Ente e per la realizzazione di progetti strategici nazionali e internazionali.
In questo contesto, il precariato si è consolidato come una condizione strutturale e persistente, che per molti lavoratori si protrae per oltre un decennio, senza offrire reali prospettive di stabilità.
Alle varie difficoltà legate a questa precarietà strutturale si aggiungono quelle determinate dal ventaglio differenziato di tipologie contrattuali ed al loro concreto uso.
Tipologie diverse che spesso vengono applicate non per effettiva differenza del contributo e/o delle competenze delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti, ma semplicemente perché più economicamente o burocraticamente efficienti. Succede quindi che due ricercatori svolgano lo stesso lavoro ma abbiano tipologie contrattuali diverse, con conseguenti disuguaglianze in termini di compensi, diritti, tutele, riconoscimento di anzianità ed accesso a procedure di stabilizzazione.
Negli ultimi due anni, questa condizione ha dato luogo a una mobilitazione ampia e partecipata, con assemblee permanenti e richieste reiterate di confronto istituzionale, nate dall’urgenza di individuare soluzioni concrete per una platea sempre più ampia di lavoratrici e lavoratori.
Parallelamente, numerosi enti territoriali – Comuni, Regioni e istituzioni locali – hanno espresso formalmente il proprio sostegno alla necessità di avviare percorsi strutturali di stabilizzazione, riconoscendo il valore strategico del capitale umano impiegato nella ricerca pubblica.
In particolare, tale sostegno si è concretizzato attraverso atti e mozioni approvati da diverse Regioni – tra cui Calabria, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Puglia, Toscana e Umbria – e da numerosi Comuni – tra cui Bologna, Modena, Padova, Perugia, Pisa, Roma e Venezia, nonché dall’Associazione Nazionale Comuni Italiani – a testimonianza di una convergenza ampia e trasversale che attraversa differenti orientamenti politici.
Tale attenzione riflette anche il ruolo capillare svolto dal Consiglio Nazionale delle Ricerche sui territori: con una presenza diffusa in circa 200 sedi su tutto il territorio nazionale, il CNR rappresenta un punto di riferimento essenziale per le comunità locali, contribuendo direttamente allo sviluppo economico, alla tutela ambientale, alla sanità e al trasferimento delle conoscenze verso il mondo industriale.
In questo momento, il Suo intervento assume un valore ancora più significativo anche perché si colloca in una fase cruciale: l’unico strumento normativo che oggi consente concretamente di intravedere un percorso di stabilizzazione per una parte del personale precario – la norma introdotta nel 2017, comunemente chiamata “Legge Madia” – è destinato a scadere il 31 dicembre 2026.
Si tratta di uno strumento fondamentale di tutela e di giustizia del lavoro, che necessita di essere prorogato e rafforzato per poter rispondere in modo adeguato alla dimensione del problema.
Signor Presidente, il Suo richiamo alla necessità di stabilità, programmazione e sostegno alla ricerca rappresenta per noi un riferimento fondamentale. Proprio per questo, auspichiamo che tale indirizzo possa tradursi in un impegno concreto per il superamento del precariato nella ricerca pubblica, attraverso la proroga e il rafforzamento degli strumenti normativi esistenti, e l’attuazione piena dei percorsi di stabilizzazione già previsti attraverso un significativo finanziamento straordinario, al fine di garantire il riconoscimento e la valorizzazione del capitale umano già formato.
Alla luce di quanto esposto, Le chiediamo formalmente la possibilità di un incontro, per poterLe rappresentare nel dettaglio la situazione che viviamo quotidianamente, condividendo proposte concrete nell’interesse del sistema della ricerca pubblica italiana e del nostro futuro.
Grati della Sua sensibilità e certi della Sua attenzione verso questi temi, confidiamo in un Suo cortese riscontro.
Con osservanza,
I Precari Uniti CNR
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