David Sassoli «dalla fondazione del Pd ha portato la sua esperienza di cattolico democratico ed è subito diventato uno dei volti più significativi di un progetto molto più grande», la sua idea «era assumere il meglio delle culture politiche che insieme hanno fatto la resistenza contro i nazisti e i fascisti, e che insieme hanno scritto la Costituzione. Le stesse che insieme hanno voluto costruire le basi dell’Unione europea». Quando ieri Elly Schlein ha pronunciato il suo discorso all’inaugurazione dell’edificio ora dedicato a Bruxelles all’ex presidente dell’Europarlamento – davanti a Ursula von der Leyen, Antonio Tajani, Enrico Letta, Romano Prodi e Alessandra Vittorini, la moglie di Sassoli – ha scelto di dedicare un passaggio anche al «suo Pd» per ricordare che «in David la sintesi di queste culture e il loro incontro non ha mai avuto il sapore del compromesso, ma sempre di una sintesi alta e naturale. In questo è diventato uno dei volti più significativi di quello che è oggi il Pd». Era un appello all’unità del suo partito, anche se in termini alti e non piegati sulle contingenze. Che però sono quelle della settimana in corso. In cui quell’unità, quella «sintesi», potrebbe incrinarsi.

La dignità del Pd

Oggi, alle cinque del pomeriggio, Schlein riunisce la segreteria, per la prima volta dalla primavera. Arriva all’appuntamento con un gruppo dirigente zeppo di contrari alle primarie, che però in un’intera estate di feste e interviste non ha saputo né fermare né portarla a discuterne. La segretaria, che per ruolo sarebbe anche la regista dell’alleanza, ora è accusata di stare ferma, costretta a subire ogni giorno le mosse di Giuseppe Conte, a sua volta già in piena campagna verso i gazebo.

Le obiezioni sono comunque arrivate al Nazareno. Nessuna ha scalfito le convinzioni di Schlein. Una delle ultime volte che la segretaria le ha ascoltate direttamente si è sentita invitata a riflettere sulla pericolosità di mesi di scontro con Conte, con la conseguente immagine di una coalizione rissosa (nessuno osa parlare esplicitamente del rischio di sconfitta né ormai della possibilità di un «terzo nome»). L’interlocutore, che pure era stato molto prudente nell’esposizione, si è sentito rispondere: «Io sono stata eletta con le primarie, non posso non farle. E noi siamo il Pd, abbiamo inventato le primarie in Italia, ora non possiamo dare l’idea di averne paura. Se ora mi facessi indietro, le conseguenze non riguarderebbero solo la persona della segretaria: sarebbe in gioco la dignità del partito».

La riunione della segreteria, alla vigilia della direzione di venerdì, sulla carta dovrebbe servire a condividere il percorso che porterà al tavolo del programma, a quello delle regole e infine alle primarie. Ma non è ancora certo che la segretaria possa dare i tempi di questa rotta di avvicinamento con gli alleati. Che infatti fin qui non sono stati avvertiti di un imminente appuntamento.

Un problema di formato

La proposta di convocazione dovrebbe arrivare dopo l’approvazione della legge elettorale, l’8 ottobre. Non c’è più tempo da perdere: c’è da affrontare e risolvere il nodo delle armi all’Ucraina. Oggi in segreteria arriveranno proposte. Ma c’è un’altra questione, ben più spinosa: per M5s e Avs il tavolo si può riunire subito, con il Pd, formato «nocciolo duro», senza aspettare la «gamba centrista». Tanto Matteo Renzi ormai si fa concavo e convesso, pur di stare nell’alleanza. Ieri, da Milano, lo ha detto senza giri di parole: «Io non ho bisogno di stare nella foto con Bonelli, non è un problema. A me interessa che il centrosinistra metta al centro della propria azione politica delle proposte per i prossimi dieci anni».

Ma Schlein non può accettare il formato a tre. È il paletto piantato sabato scorso dai riformisti di Lorenzo Guerini. Che sono pronti ad accettare la condizione dettata da Igor Taruffi, il capo dell’organizzazione, e cioè che la candidata del Pd alle primarie sia solo la segretaria – e pazienza per l’europarlamentare Giorgio Gori che sulla corsa aveva fatto un pensierino – a patto che l’alleanza non sia sbilanciata a sinistra. Dunque che da subito sia riequilibrata al centro da Renzi.

Conte però, se proprio deve riunirsi con un emissario di Iv, vuole che sia invitato anche l’assessore romano Alessandro Onorato. Che però i titoli per far parte della compagnia ancora non li ha: non si sa se riuscirà a presentare una lista, anche ammesso che ottenga lo sconto delle firme con il prestito di un senatore (da M5s) e del simbolo (dal Psi). Insomma, la ragione dello stallo sta al centro. L’incrocio di lame fra chi è pronto e chi no (Conte al Pd «noi siamo pronti», Taruffi a Conte «noi siamo pronti da aprile») sono poco più che fumo negli occhi.

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