Una piattaforma che rallenta ogni atto, di recente la scarcerazione di una persona ha subito un ritardo di tre ore visto il tempo che occorre per il collegamento al punto rete, l’accensione, la connessione e la firma digitale. Una procedura da ripetere quattro volte, tre per i giudici e una per il cancelliere
«App non può funzionare per l’attuale modello di processo penale, che è un dibattimento orale. Applicare sistemi telematici all’udienza penale determina disastri». Alfonso Sabella, giudice al tribunale di Roma, apre un nuovo capitolo del collasso del sistema giudiziario. Mentre il referendum sulla riforma della magistratura si avvicina, con promesse vane di migliorare la giustizia in questo paese, le criticità restano tutte invariate e neanche sfiorate dalla revisione costituzionale che riguarda carriere di pm, giudici e Csm.
In particolare è entrato in vigore - l’attuale ministro Carlo Nordio si è opposto alla possibilità di un rinvio - il processo telematico voluto dalla riforma Cartabia.
Proprio Domani si era occupato di un caso singolare accaduto qualche mese fa: la storia di un boss che si era salvato dal processo per omicidio a causa di un difetto nella presentazione del ricorso. La piattaforma App non funzionava e così la procura di Roma aveva presentato ricorso in forma cartacea e non telematica, come richiesto dal tribunale di Frosinone, che ha emesso la sentenza di primo grado di assoluzione.
Una decisione che ha spinto la prima corte di Assise di appello di Roma a dichiarare il ricorso inammissibile, una vicenda che si è risolta con il pronunciamento della corte di Cassazione che ha accolto l’appello dei pm. Il boss Enrico Bennato ora è imputato nel processo di secondo grado. Ma è una vicenda che racconta il disastro gestionale.
«Non voglio passare per oscurantista, io sono favorevole alle tecnologie, le ho utilizzate fin dai primi anni Novanta nel contrasto alle mafie. Questa tecnologia introdotta, però, ci sta creando problemi serissimi di funzionamento. Si è preteso di applicarla a processi nati in cartaceo, è impossibile integrare i documenti già esistenti con quelli di nuova formazione, ma soprattutto ritarda tutte le operazioni che riguardano la libertà delle persone», aggiunge Sabella.
Il giudice racconta quanto accaduto qualche giorno fa in merito alla scarcerazione di un detenuto agli arresti domiciliari, operazione che precedentemente si faceva in cinque minuti con la firma contemporanea dei tre giudici.
E ora? «Abbiamo impiegato tre ore e mezzo, ognuno si è dovuto collegare con un unico punto rete, attendere accensione, procedere alla connessione con la piattaforma App prima di apporre la firma digitale. Poi dopo la disconnessione è stato il turno del secondo giudice e poi successivamente del terzo. Mica è finita, è stato il turno del cancelliere. Tempo per scrivere un atto che quella persona ha atteso in detenzione per colpa di una piattaforma disastrosa», conclude Sabella.
Gli altri interventi di Alfonso Sabella su Domani
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