«Grazie al nuovo decreto sicurezza approvato dal governo, chi commette furti e borseggi nelle metropolitane verrà finalmente perseguito con fermezza. Un passo fondamentale per tutelare i cittadini e garantire legalità e rispetto nei nostri spazi pubblici. Avanti tutta!». Scriveva così Alessandra Locatelli, ministra leghista del governo di Giorgia Meloni. Ovviamente l’entusiasmo, la propaganda ha lasciato presto spazio alla realtà. Il giubilo con il quale salutava l’approvazione del provvedimento si è scontrato con la qualità pessima delle norme introdotte. «Vi ricordate il decreto sicurezza che ha introdotto la possibilità di mandare in carcere le borseggiatrici quando ancora allattano, anche quando hanno figli piccoli?», si chiede Alfonso Sabella, giudice al tribunale di Roma, già cacciatore di latitanti negli anni novanta e poi assessore alla legalità. 

«Hanno scaricato sui giudici la responsabilità di mandarle in carcere, ma io non manderò mai i bambini in carcere tranne in casi di rara eccezionalità. Il problema non è solo questo, ma la stessa efficacia della norma. Per capirlo facciamo un esempio», spiega Sabella. In metro una borseggiatrice viene arrestata in flagranza di reato e a quel punto in tribunale viene processata per direttissima. «Arrivano in aula e io dispongo i domiciliari o il divieto di dimora per evitare la reiterazione del reato, è tutto chiarissimo visto che ladra è stata trovata con la refurtiva. Finita? Neanche per sogno. Passa una settimana e l’avvocato della borseggiatrice arriva con un bonifico con il quale è stata pagato un risarcimento alla vittima che ha recuperato anche la borsetta», continua Sabella.

A quel punto il giudice deve disporre la scarcerazione o la revoca gli obblighi disposti, visto che la riforma Cartabia, non modificata dal legislatore, prevede la procedibilità per questo reato con querela di parte. Se la querela viene ritirata il procedimento si chiude, la borseggiatrice è di nuovo libera, con un’ulteriore beffa. «Il reato si estingue con la condotta riparatoria, questo caso farà anche statistica, finirà nell’elenco degli innocenti ingiustamente inquisiti, privati della libertà e poi prosciolti. La colpa è dei giudici cattivi e non di un legislatore che ha preferito la propaganda alla qualità delle norme», racconta Sabella. Ma come si dovrebbe affrontare questo fenomeno? Bisogna partire da una questione che è chiaramente sociale. 

«Le borseggiatrici sono vittime, sono persone sfruttate, ragazze costrette a fare figli fino alla menopausa e a rubare contemporaneamente. Quando non possono più procreare hanno da scontare trenta anni di galera per tutte le condanne accumulate con sospensione della pena nella loro vita precedente. Forse bisognerebbe in altro modo piuttosto che unicamente con la repressione», conclude Sabella.

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