Non sono né il Pnrr né l’Europa a chiedere l’accorpamento degli istituti che Toscana, Umbria, Emilia-Romagna e Sardegna non hanno rispettato. I criteri per la riorganizzazione della rete scolastica sono stati definiti con la legge di bilancio del 2023: «Una decisione che ha comportato la soppressione di 700 istituzioni scolastiche con la perdita di circa 1400 posti tra dirigenti scolastici e Dsga»
«Una scelta necessaria per rispettare gli impegni con l'Unione europea, nell'ambito del Pnrr».
Così il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha giustificato la scelta di commissariare Umbria, Toscana, Emilia-Romagna e Sardegna, le quattro Regioni che non hanno rispettato gli obblighi del dimensionamento scolastico. Che, però, al contrario di quanto pare voglia far intendere il ministro non sono stati definiti dall’Europa ma dai governi italiani.
Da quelli Conte II e Draghi che, in termini generali, hanno preparato il Piano di ripresa e resilienza, approvato dall’Ue, in cui si parla di dimensionamento scolastico ma anche di riduzione del numero di alunni per classe. E, nello specifico, proprio dal governo Meloni che, con la legge di bilancio per il 2023, ha definito i criteri del dimensionamento.
Che, quindi, la riorganizzazione della rete scolastica prevista dal Pnrr stia avvenendo attraverso l’accorpamento degli istituti – basato sul numero di alunni che frequentano la scuola in ogni regione, diviso per un “coefficiente” variabile di anno in anno, sulla cui base definire le autonomie scolastiche che possono esistere – è una scelta dell’attuale governo, non una richiesta dell’Europa.
Una decisione, chiarisce senza mezzi termini Flc Cgil, che «ha comportato la soppressione di 700 istituzioni scolastiche con la perdita di circa 1.400 posti tra dirigenti scolastici e Dsga (Direttore dei servizi generali e amministrativi ndr), ricadute pesanti sugli organici del personale Ata e docente e un peggioramento complessivo della qualità dell’offerta formativa. Siamo di fronte a un attacco diretto al diritto all’istruzione, mascherato da riforma», si legge nella conclusione della nota con cui il sindacato della scuola definisce il commissariamento delle quattro Regioni come «un atto gravissimo che colpisce la scuola pubblica e calpesta il ruolo delle autonomie territoriali».
La battaglia legale
Come si capisce, infatti, dalle parole dell’assessora alla scuola della regione Toscana, Alessandra Nardini, che ha partecipato alla riunione, il 12 gennaio il Consiglio dei ministri ha deliberato il commissariamento di Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna perché non hanno approvato i rispettivi piani di dimensionamento previsti per il prossimo anno scolastico, entro i tempi scanditi da Mim.
«Ci siamo opposti in ogni passaggio a questa riforma voluta dal governo. Perché a nostro avviso ha delle ricadute sia sulla qualità dell’educazione, in quanto garantire l’autonomia scolastica significa garantire ad ogni scuola la possibilità di avere un dirigente scolastico, un direttore dei servizi generali amministrativi, una segreteria, e quindi la possibilità di seguire da vicino gli allievi e di avviare con più semplicità progetti specifici. Sia dal punto di vista occupazionale», spiega ancora Nardini che sottolinea anche come, nonostante il disaccordo, la regione Toscana (come l’Umbria, mentre Emilia-Romagna e Sardegna non hanno realizzato i piani) abbia redatto il piano di dimensionamento richiesto dalla legge: «L’abbiamo, però, congelato in attesa di conoscere l’esito del ricorso presentato al Presidente della Repubblica».
La Toscana, infatti, come chiarisce l’assessora che a seguito del commissariamento dovrà cedere la riorganizzazione della rete scolastica al direttore dell’ufficio scolastico regionale, ha presentato un ricorso straordinario contro il decreto ministeriale sul dimensionamento scolastico per contestare i numeri su cui si basa il piano – stime che non corrisponderebbero agli iscritti reali alle scuole della Regione – e chiedere una sua revisione.
I conti non tornano
«Dell’incongruenza nei numeri ce ne siamo accorti noi di Uil scuola», racconta il Segretario generale regionale del sindacato, Carlo Romanelli, che ricorda come all’inizio il numero di dirigenti scolastici assegnato alla Toscana (e quindi di autonomie) fosse addirittura superiore a quello che già aveva: «Noi siamo stati sempre abbastanza critici sul dimensionamento, non tanto per l’idea di dare alle Regioni la possibilità di gestire le autonomie scolastiche, scelta che apprezziamo, ma perché si è deciso di tagliare sulle autonomie. Di ridurle. Questo ha prodotto uno scaricabarile di responsabilità tra i vari enti e una lotta tra scuole che, alla fine, hanno perso, come sempre succede, gli istituti più fragili. Che sono quelli penalizzati dal dimensionamento».
Le regioni punite
A condividere le criticità sulla riorganizzazione della rete scolastica nazionale, così come è impostata, anche la responsabile scuola del Partito Democratico, Irene Manzi. Che, oltre a ribadire come i criteri del dimensionamento non siano stati definiti dal Pnrr ma dal governo Meloni, e le conseguenze che gli accorpamenti degli istituti avranno sui lavoratori e sulla qualità dell’istruzione, ha chiarito: «È una soluzione per via burocratica di un problema che riguarda i territori, le prospettive di vita e educative delle scuole. Ad esempio se si punta a intervenire sulle prospettive educative delle aree interne anche per incoraggiare la strada della permanenza, non è questa la strada più adatta».
Per Manzi le norme sul dimensionamento andrebbero riviste: «Lo diciamo dall’inizio. Hanno prodotto e producono ricorsi e disagio anche nelle Regioni che hanno adempiuto alle indicazioni di legge. Anche Regioni di centrodestra hanno contestato il provvedimento. Perché non è un fatto d’opposizione del centrosinistra. Ma di modello di scuola a cui si punta: quello del governo Meloni è basato sui numeri e sui tagli», conclude la responsabile scuola Pd che sottolinea anche come arrivare al commissariamento delle Regioni sia un gesto politico forte: «Esautorare un presidente di Regione e un assessore, portavoce anche delle peculiarità dei territori, è una decisione grave dal punto di vista politico che si sarebbe potuta evitare privilegiando, invece, il dialogo e il confronto anche con le comunità scolastiche».
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