È bastato un colpetto di vento, la bava di un refolo infocato che si è intrufolato dal basso della via di San Leonardo per risalire per via Tommaso Carletti, puntando ad andare a sbattere sui palazzi di via Garibaldi, che per la strada ha spostato i tendaggi delle impalcature dei lavori del solenne e prestigioso Liceo Classico di Viterbo. E ha svelato il fattaccio. Ma lo ha svelato solo a chi sa guardare di sguincio, nella fessura che si è aperta fra un telo grigio e l’altro. Sulla facciata del liceo intitolato a Mariano Buratti – un partigiano e militare italiano, nato a Bassano Romano, torturato a Roma a via Tasso e fucilato nel ‘44 a Forte Bravetta, medaglia d’oro al valor militare – è affiorata una scritta, come uno spettro del passato: «Casa del balilla». Solo che la scritta ora è colorata di un bel rosso deciso, trionfalmente visibile, liberata da 80 anni di pietoso oblio repubblicano.

Un cronista ficcanaso

Se n’è accorto per primo un cronista viterbese, Carlo Galeotti, anima della testata online Tusciaweb. Fratello di uno storico, Mauro, anche lui è una specie di archivio vivente delle faccende della città, uno che da decenni è capace di guardarle al dritto e al rovescio, e, appunto, figuriamoci, anche di sguincio. 

Galeotti scrive la notizia, ma non solo. Siccome quella scritta sopra le colonne dell’entrata del liceo non se la ricorda nessuno, si mette a fare ricerche in biblioteca e scopre che l’edificio è stato inaugurato nel 1937, e dalle foto si vede che la facciata non ha alcuna scritta; in una fase successiva una foto d’epoca testimonia l’apposizione della scritta «Opera Balilla»; poi ancora “Gioventù italiana del littorio”; infine le foto del dopo guerra, la scritta sparisce: il liceo di Viterbo viene intitolato a Buratti nel 1964, consegnando all’oblio lo sconcio dell’era fascista e dei suoi danti causa: l’ultima denominazione era stata Regio Liceo Ginnasio Umberto I.

Galeotti indaga sui lavori di restauro e riferisce ai lettori: «Il committente è la Provincia di Viterbo. L’importo complessivo del progetto è di 224mila 254 euro e 45 centesimi. L’importo del contratto è di 183mila 856 euro e 45 centesimi. L’intervento è finanziato dall’Ue nell’ambito del programma Next Generation EU». E poi fa qualche domanda: «La Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale ha autorizzato questa operazione? La soprintendente, l’architetta Margherita Eichberg, era a conoscenza dell’intervento? Lo ha autorizzato? Lo ha imposto? E sulla base di quale documentazione scientifica?».

Buratti non si tocca

In città la questione accende giustamente gli animi. Molte associazioni insorgono. In una riunione affollatissima, martedì scorso, viene convocato un sit-in per sabato 25 luglio alle 9, davanti al liceo. Capofila l’Anpi provinciale, con gli studenti e le associazioni «impegnate nella difesa dei valori democratici». Lo slogan è «Il Buratti non si tocca». L’obiettivo è la cancellazione della scritta. Alcuni professori del classico si scagliano contro il restauro, che poi vero restauro non è: è una “ricreazione” di una scritta che prima non si vedeva, al più si indovinava sotto mani e mani (repubblicane) di vernice e intonaco. Il nipote di Mariano Buratti, Paolo Bianchini, regista e sceneggiatore, 93 anni, avverte: «Se la scritta “Casa del Balilla” non viene cancellata, mi incateno all’ingresso del liceo». Al Senato vengono depositate due interrogazioni parlamentari, una di Cecilia D’Elia del Pd e una di Peppe De Cristofaro di Avs. E al consiglio regionale del Lazio arriva una mozione a firma di Enrico Panunzi, Pd, vicepresidente del consiglio regionale, che chiede di «fare piena luce» sulla vicenda della scritta, tirare fuori i documenti in base ai quali si è deciso di riesumarla, e comunque a cancellarla perché «stridente» con l’intitolazione del liceo al partigiano Buratti.

La soprintendente contro il vento criminale

A questo punto la questione dilaga. L’indomito Galeotti intervista la soprintendente Eichberg, in città subito rinominata «Eichmann», dal nome del gerarca nazista. Lei gira un po’ in tondo: «Quando lei mi ha chiamato la prima volta, io non sapevo neppure di che cosa si stesse parlando», risponde, scarica qua e là le responsabilità, spiega che la sua «è stata un’attività di sorveglianza», «non è un lavoro nostro, è un lavoro della Provincia. La questione è stata affrontata con il restauratore, la responsabile unica del procedimento, il direttore dei lavori e la funzionaria della soprintendenza». Annuncia un summit con il presidente della Provincia Mariano Romoli a cui chiederà indicazioni sul da farsi. Ventila denunce per il «cantiere violato»: vuole far indagare il refolo di scirocco.

Poi perde le staffe e se la prende con la cittadinanza: «Avete alzato un polverone indecente, con sindacalisti, dirigenti scolastici e un mondo di persone che si scaglia contro. Dov’è il garbo istituzionale?», «Una violenza incredibile». Al Corriere di Viterbo esagera, dice ai prof del classico: «Andate a studiare». Informazioni precise però ne fornisce poche, fin lì: ma alla fine fa capire che il restauratore ha restaurato – o meglio ricreato –  una scritta che aveva trovato semi leggibile. Come l’avesse fatto di sua iniziativa. Comunque «la scelta non è ancora stata conclusa e bisogna lasciare agli uffici il tempo di raccogliere gli elementi». Però l’ordine è già stato eseguito. 

La rinata Casa del Balilla

Il restauratore, Emanuele Ioppolo, sempre sentito da Tusciaweb concorda: «Il cantiere non è ancora chiuso e l’operazione è reversibile». Ma su chi ha deciso di dare l’ok alla ritinteggiatura, puntualizza: «Il funzionario di zona della soprintendenza è l’architetta Francesca Cerroni. Nelle valutazioni è intervenuto anche Yuri Strozzieri, un altro funzionario della soprintendenza. La dirigente è la soprintendente Margherita Eichberg. Noi ci siamo attenuti alle indicazioni della soprintendenza». Appunto.

Va detto che quando la storia della neo-rinata Casa del Balilla cominciava ad agitare la città, dal comune era stato chiesto informalmente a Eichberg che caspita mai stesse succedendo, pur non essendo una questione di propria competenza. E quella invece aveva messo nero su bianco, e protocollato, una risposta per spiegare che la scelta era reversibile e dipendeva dalla Provincia. Come se fosse normale pratica di un restauro fare una cosa, e poi essere pronti a disfarla, quindi farla due volte. Cominciano persino a circolare voci su fantomatiche indicazioni ministeriali. 

L’ultima pennellata dell’artista Romoli

La storia va avanti per altri due giorni. Giovedì la soprintendente incontra finalmente il presidente della Provincia Alessandro Romoli, un accomodante ex democristiano di Forza Italia, un uomo di mondo, non sospettabile di simpatie per Fratelli d’Italia, né per il ventennio, e neanche per la cedevolezza del suo partito nei confronti di quello della premier.

E qui Romoli fa il capolavoro, dà l’ultima pennellata, il tocco da maestro: dopo l’incontro, spiega che una traccia della scritta c’era, che «hanno ripitturato sopra la vecchia scritta, come previsto negli interventi di restauro», che la soprintendenza ha detto che si fa così. Che «la campitura delle lettere è stata liberata dall’intonaco e non è stata reintonacata. Poi è stato applicato il colore direttamente sulla scritta».

Detonalizziamo il fascismo

Ma siccome l’iniziativa non era stata concordata con il committente, cioè lui, ora «ritorneremo più o meno a quello che avevamo trovato. È questo ciò che abbiamo deciso: non rimuoverla, ma riportarla a una condizione simile a quella precedente». Tradotto: è stato ritrovato un cadavere di scritta seppellito dal tempo e da molte mani di pittura ma «cancellarla potrebbe essere contrario alle norme che regolano il restauro», attenzione, dice “potrebbe” quindi non ha certezze: «Bisogna conservare ciò che è stato rinvenuto». Occhio, fanno notare i burloni, se nelle aule del Buratti qualcuno gratta un muro e trova le M di Mussolini, o un fascio littorio, andrà ripristinato.

Ma, concede Romoli conciliante, «possiamo attenuarne fortemente l’impatto». Come? La soluzione proposta è da vero artista del funambolismo politico e pittorico: la «detonalizzazione». Cioè: «La scritta resterà, ma perderà gran parte dell’effetto attuale».

Morale: la scritta che prima non si vedeva neanche, o quasi, ora si vedrà, benché un po’ sbiadita. Il fascismo non si combatte, dunque, si «detonalizza». Romoli va adelante con jucio. Da settembre gli studenti del classico entreranno nel Buratti, ma anche di fatto nella Casa del Balilla. Se non ci fosse stato un cronista ficcanaso, e un colpo di vento, era la sorpresina che la soprintendente aveva preparato per loro al rientro in classe.

Sit-in e rimandati a settembre

Dunque sabato mattina, domani, alle 9, resta convocato il sit-in davanti al liceo. La data è scelta bene: nel resto d’Italia si celebra la pastasciuttata antifascista, in ricordo del piatto burro e parmigiano offerto nel 1943 dai fratelli Cervi a Campegine (Reggio Emilia) per festeggiare la destituzione di Mussolini e l’ordine del suo arresto. Piovono adesioni da altri licei e altre scuole della città, da sindacati e associazioni. E non solo in difesa della memoria del partigiano Buratti: anche per non dimenticare le piaggerie pittorico-politiche alla destra di governo, che ora rischiano di restare eternamente visibili sulla facciata del liceo. «Detonalizzate», e tuttavia chiarissime. 

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