Una città nel mare. Così è la Flotilla per chi la guarda di notte viaggiare lungo il Mediterraneo: grazie alle luci di navigazione, bianche, verdi o rosse a seconda della posizione, sull’albero e sullo scafo a poppa e prua, le circa 60 imbarcazioni che compongono la flotta di civili diretta verso Gaza, dove fame e devastazione sono tutt’altro che terminate, sembrano i confini della terra ferma ormai lontana.

Al terzo giorno di navigazione siamo nel bel mezzo del mar Ionio, a metà strada tra Italia e Grecia, diretti verso sud, con l’obiettivo di trovare riparo a Creta prima dell’arrivo previsto di una tempesta. La vita in barca scorre lenta per tutti, solo qualche avvistamento di droni, uno nel pomeriggio e tre nella notte - si diffonde l’informazione di barca in barca quando è già buio pesto e il cielo è strapieno di stelle - rompe parzialmente la quiete.

Anche le ultime imbarcazioni che hanno lasciato il porto di Augusta, in ritardo per risolvere piccoli problemi tecnici, stanno raggiungendo il resto del gruppo, le comunicazioni sono continue, prezioso il contributo delle navi di Open Arms e Greenpeace che sorvegliano la flotta che, dopo la Grecia dovrebbe fare tappa in Turchia e raccogliere altre barche, con l’arrivo previsto alle coste di Gaza tra il 10 e il 15 maggio, l’anniversario della Nakba, forze israeliane permettendo.

A bordo della Furleto

C’è speranza tra i membri dell’equipaggio. Sono tanti quelli che credono che questa volta sarà diverso, che la Flotilla più grande di sempre riuscirà a rompere il blocco israeliano e consegnare gli aiuti umanitari agli abitanti della Striscia.

Tra le 12 e le 15 tonnellate quelli raccolti in Italia: cibo, materiale scolastico, giochi, latte in polvere sono solo alcuni dei materiali rendicontati su ogni pacco. Noi a bordo di Furleto portiamo 33 scatole, quasi mille chili che riempiono ogni spazio che era rimasto libero sulla Bavaria 50 su cui viaggiamo.

La commissione europea

Il diritto a navigare in acque internazionali e la necessità di portare aiuti umanitari a Gaza senza che Israele ostacoli le operazioni sono stati ribaditi anche ieri dalla Commissione europea: «Pur rispettando l’impegno umanitario di tutte le persone a bordo della Flotilla devo dire che scoraggiamo questo tipo di iniziative perché mettono a rischio la sicurezza dei partecipanti», ha però detto Eva Hrncirova. Che non ha risposto, invece, alla domanda in cui una giornalista ha chiesto che cosa Israele potrebbe non fare per garantirla.

Una delle navi della Flotilla con la bandiera dipinta da Mp5
Una delle navi della Flotilla con la bandiera dipinta da Mp5
Una delle navi della Flotilla con la bandiera dipinta da Mp5

Non possiamo restare indifferenti

«Arriveremo a Gaza, sono qui per questo», dice con il sorriso e lo sguardo pieno di speranza Simone D’Aversa, seduto sul divanetto nel pozzetto di Furleto, per fumare una sigaretta: «Ora più che mai è importante esserci, mettere anche i propri corpi per manifestare il dissenso. Riprodurre lo stesso disagio che viene creato a noi lavoratori quando ci rendono complici di quello che succede in Palestina e con le guerre nel mondo, costringendoci a contribuire al trasporto delle armi».

D’Aversa lavora al porto, è tra i membri più attivi del gruppo autonomo portuali di Livorno, Gap, che da due anni lotta per la fine del genocidio a Gaza e, insieme alle organizzazioni con cui il Gap ha fatto rete sul territorio, blocca navi e treni per ritardare il trasporto di armi e materiale dual use dall’Italia: «Sono partito perché non possiamo restare indifferenti a tutto il sistema che ci rende complici di morte, anche se non vogliamo. Parlo soprattutto per i lavoratori in un momento in cui la società va verso il riarmo e le fabbriche vengono riconvertite: dobbiamo rendere poco conveniente produrre in Italia armi. Dopo tante ingiustizie è ora che arrivi anche giustizia. Possiamo farcela».

© Riproduzione riservata