«La nostra richiesta è sempre la stessa: che il governo corrotto di Edi Rama vada a casa». Queste le parole di Ilda, agente immobiliare a Durazzo, che scende in piazza da 138 giorni per chiedere a gran voce un rinnovamento della classe politica albanese. Le proteste sono iniziate lo scorso maggio contro il progetto del resort di lusso da 1,4 miliardi di dollari legato a Jared Kushner, genero di Donald Trump, nell’area protetta di Zvërnec.

Da allora si sono trasformate in una contestazione a tutto campo del sistema di potere del primo ministro albanese Edi Rama. «Quello che si vede per le strade di Tirana e in tutta l’Albania è lo stesso movimento», spiega Alesia Burnazi, esperta albanese di comunicazione. «Gli studenti, scesi in piazza dalla prima ora, sono stati il vero motore di quella che è diventata la rivoluzione dei fenicotteri».

Dopo il rallentamento estivo, ad ottobre con la riapertura delle università e, con lo sguardo rivolto Oltralpe, dove i liceali francesi stavano già riempiendo le piazze, «sono tornati a riempire le strade della capitale frustrati arrabbiati, perché il governo continua a non ascoltarli». Così martedì 13 ottobre oltre duemila giovani albanesi hanno boicottato le lezioni per ritrovarsi davanti al ministero dell’Istruzione, a Tirana.

«Aspettavamo tutti quella data per provare a dare una scossa al nostro movimento», racconta Megi, ingegnera idraulica ventiseienne. Aveva già partecipato alle proteste studentesche del 2018 ma «quello che sta accadendo ora non lo avevo mai visto: da tre giorni riempiamo le vie dalle dieci del mattino all’una di notte. Siamo stanchi di continuare a sopravvivere giorno per giorno, vogliamo vivere», aggiunge. Tante le richieste che si sono saldate nelle proteste.

A primeggiare c’è quella legata al costo della vita. «Io senza almeno dieci euro (913 lek, ndr) in tasca al giorno non riesco a far nulla», spiega la giornalista Fioralba Duma. Si parla di 300 euro al mese per mangiare e affrontare le spese quotidiane ovvero oltre la metà del salario minimo lordo albanese, fissato da gennaio a circa 548 euro. Salario che non basta neanche per assicurarsi un tetto sotto cui vivere.

A Tirana difatti, secondo gli annunci raccolti da Homezone, il canone mediano richiesto per un bilocale è di 600 euro mensili. «Io per poter continuare a studiare faccio tre lavori», racconta la 24enne Anjeza Marku diplomata al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Per chi vuole lavorare nella cultura, sostiene, le retribuzioni possono fermarsi a 150 euro al mese. «Noi studenti qui in Albania dobbiamo scegliere tra sopravvivere e studiare».

Tra partenze e repressione

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Molti giovani progettano di partire, ma non per mancanza di legami con il Paese: «I giovani vogliono restare in Albania. Vogliono contribuire al proprio Paese, ma questo Paese non glielo permette». Alle rivendicazioni si è aggiunta anche la denuncia della repressione. «In tutta la mia vita, in 32 anni, non ho mai visto in Albania una violenza e una brutalità simili da parte delle forze di polizia», sostiene Alesia.

Nelle strade sono stati impiegati lacrimogeni e idranti, mentre i manifestanti denunciano manganellate e fermi arbitrari anche da agenti in borghese. I dati disponibili restituiscono però solo una parte del quadro: secondo il ministero della Sanità, citato da Euronews Albania, il 15 ottobre 46 persone sono state assistite all’ospedale traumatologico.

Cinque funzionari di polizia sono stati sospesi dopo il ferimento di un diciannovenne; tra il 13 e il 14 ottobre sono stati documentati almeno dieci episodi ai danni della stampa. La giornalista Zhaklin Lekatari, che da maggio racconta sui suoi social quello che sta accadendo in Albania, racconta di come «a partire dal secondo giorno di proteste si sono infiltrate bande del Partito socialista e diversi poliziotti in abiti civili che hanno cominciato a devastare negozi e banche. Nella giornata di ieri anche il convitto pubblico degli studenti a Tirana. Abbiamo dei video in cui si vedono poi salire sulle auto della polizia». Da parte sua intanto il primo ministro Edi Rama esclude qualsiasi passo indietro.

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«I governi si cambiano attraverso elezioni democratiche. L’anno scorso abbiamo avuto le elezioni, non una rivoluzione», ha dichiarato a Reuters il 15 ottobre. Allo stesso tempo ha ribadito che «attaccare le istituzioni, distruggere la proprietà pubblica e minacciare la sicurezza non ha nulla a che vedere con le legittime richieste degli studenti». A contestare la versione del governo c’è anche la venticinquenne Marjana Koçeku, eletta nel 2025 nelle liste del Partito socialista su invito dello stesso Rama.

Lo scorso giugno ha lasciato il partito in polemica con i progetti turistici nelle aree protette, diventando deputata indipendente. «Rama si limita a pubblicare su Facebook dicendo: “Non ci sono manifestanti, ci sono agenti che vogliono destabilizzare il Paese”». Ma secondo Koçeku a mobilitarsi sono «gli studenti, il presente e il futuro di questo Paese, che chiedono dignità e una società migliore in cui vivere. Il Partito socialista risponde soltanto con accuse e violenza, senza alcuna riflessione. Rimane sulla sua poltrona di potere senza ascoltare affatto la propria gente». E aggiunge: «Accusano i manifestanti di violenza, ma il vero responsabile delle violazioni è il governo».

Intanto le strade continuano a riempirsi di manifestanti. Tra loro c’è Megi, che mercoledì ha riportato una ferita alla testa durante le proteste, ma non intende fermarsi: «Non ci sarà un’altra occasione, un altro momento come questo. Continuerò a scendere in strada qualunque cosa accada, per quanto possa sanguinare, per quanto possa soffrire».

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