Per annunciarlo, la prima parola scelta dall’Ukraynska Pravda, è inequivocabile: “ofitsiyno”, cioè ufficialmente. È ufficialmente e definitivamente vero che la rocambolesca fuga di Anastasia Berezovska si è chiusa in maniera misteriosa e oscura a Kiev, dove è stato rinvenuto il suo cadavere circondato da bossoli.

La cercava il Principato di Monaco. La cercava Parigi. La cercava l’Interpol. Alla fine l’ha trovata Kiev, ma l’ha trovata morta. Il corpo dell’attentatrice che ha tentato di togliere la vita all’oligarca Vadim Yermolayev e alla sua famiglia con una bomba nel principato di Monaco è stato ritrovato nei pressi della capitale, intorno alle undici di sera del sei luglio scorso, con evidenti ferite da arma da fuoco.

Troppi colpi di scena

Se il cerchio si è stretto intorno all’ucraina è perché, subito dopo il rientro in patria, ha ripreso i contatti con i suoi familiari, ma anche con i due uomini che sono stati accusati di averla uccisa: si tratta di un ufficiale dell’intelligence di Kiev in servizio e un ex agente delle forze dell’ordine. Entrambi, accusati ora di omicidio premeditato commesso in concorso, hanno confessato il delitto, ammettendo di aver inviato pagamenti, effettuati tramite bonifici bancari e criptovalute, alla donna per assassinare il quarantacinquesimo uomo più ricco d’Ucraina, il cui volto era immancabile nelle liste dei Paperoni di Forbes. Secondo il quotidiano Strana e le sue fonti, l’attentato sarebbe costato complessivamente 150 mila dollari. Ad Anastasia Berezovska, però, ne sarebbero arrivati soltanto ottomila, mentre altri cinquemila sarebbero stati spesi per il viaggio e i trasferimenti.

Un colpo di scena dopo l’altro si è susseguito dal 29 giugno, da quando la donna ucraina ha piazzato il pacco bomba lungo rue Révérend -Père-Louis-Frolla, all’ingresso della villa dell’imprenditore cinquantottenne, nato a Dnipro e diventato cittadino cipriota nel 2019, dopo essere stato sanzionato dalle autorità di Kiev nel 2023 per aver continuato a commerciare - e guadagnare - in Crimea, anche dopo l’annessione russa della penisola avvenuta nel 2014.

Berezovska viveva lontano dall’Ucraina, dove era nata trentanove anni fa: la sua nuova casa era in Germania, il paese che l’ha accolta quando è fuggita dalla regione di Luhansk nel 2022, primo anno di guerra. In patria però era tornata il primo luglio scorso e, ancora prima, a marzo. È quanto emerge dalla ricostruzione degli investigatori dell’Interpol, che avevano diramato un mandato di ricerca internazionale nei confronti dell’unica sospetta dell’attentato, diffondendone anche una foto segnaletica estratta dai video delle telecamere di sorveglianza.

Un ritratto diventato simbolo della sua fuga: la maglia a strisce, l’enorme serpente tatuato sul braccio, il volto severo dall’espressione arcigna catturato dall’obiettivo dopo l’agguato.

Sul caso Yermolayev dopo la polizia francese e monegasca alle calcagna dell’ex rifugiata si sono poi messi la polizia ucraina, i servizi di sicurezza Sbu, il controspionaggio e l’intelligence della Difesa di Kiev, dopo che venerdì scorso l’Interpol aveva emesso una notifica rossa, il più alto livello di allerta internazionale, che impone alle forze di polizia dei paesi aderenti di localizzare e arrestare il ricercato in vista di una possibile estradizione, ovunque si trovi. Dalle autorità del Principato la donna era accusata di «tentato omicidio, collocamento di un ordigno esplosivo in luogo pubblico con intento criminale e associazione a delinquere» per l’operazione in cui anche il figlio tredicenne e la moglie quarantaseienne dell’oligarca, Anna Nasobina, sono rimasti gravemente feriti.

È una cartolina del terrore politicamente molto scottante per Kiev – qualsivoglia collegamento tra servizi segreti ucraini e un attentato sul suolo europeo sarebbe un mezzo disastro diplomatico – e arriva mentre Volodymyr Zelensky mette piede ad Ankara per chiedere nuove forniture di armi e un rafforzamento del sostegno militare agli alleati europei, nei cui Stati sembra poter agire indisturbata criminalità e intelligence ucraina.

Catena di comando

L’omicidio e i successivi arresti hanno conquistato subito le prime pagine dei quotidiani internazionali e ora non è più rimandabile il chiarimento sul coinvolgimento di uomini legati all’intelligence di Kiev e la catena di comando coinvolta in un’operazione condotta nel cuore dell’Europa. Uno dei due arrestati era un membro del nono dipartimento del Gur, l’intelligence militare, e ha dichiarato (si legge sui media ucraini) «di non aver informato i suoi superiori dei suoi contatti con Berezovska, dei trasferimenti di denaro o di qualsiasi altra sua azione, e di aver agito di propria iniziativa». Gli inquirenti non ci credono e non si fermeranno, soprattutto dopo aver trovato nella sua abitazione una stanza nel seminterrato adibita a camera delle torture.

La soluzione del vero enigma è destinata, almeno per ora, a rimanere una chimera: non si sa ancora il nome del mandante, chi voleva morto l’oligarca che ha un tesoro di 322 milioni di dollari. Yermolayev era uno degli esponenti del cosiddetto "battaglione Monaco", l’etichetta con cui a Kiev vengono indicati i magnati rifugiatisi nel Principato mentre il resto dell’Ucraina, combattendo o scappando, muore.

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