Ormai il subbuglio della guerra in Iran è arrivato perfino in quell’angolo remoto del Regno Unito, in Gloucestershire, dove si trova la base militare di Fairford, utilizzata dai bombardieri americani nelle operazioni contro le postazioni dei pasdaran. Il presunto complotto contro l’infrastruttura «clearly involves the hands of a foreign actor», ossia coinvolge chiaramente l’intervento di un attore straniero: o almeno questa è la convinzione del segretario di Stato americano, Marco Rubio, che ha a Fox news, ha aggiunto: «Devo essere cauto: ci sono cose che non posso dire in diretta per svariati motivi».

Cinque sospetti sono stati arrestati con l’accusa di terrorismo tre giorni fa, per essere rilasciati il giorno dopo e, perfino Donald Trump si è detto sorpreso della liberazione su cauzione.

Ma dopo fiumi di indiscrezioni investigative e ipotesi diffuse sulla pista sciita, ora manca anche quella che avrebbe dovuto essere la prova regina: l’esplosivo. In un primo momento si era ipotizzata la presenza di una bomba, poi di ordigni esplosivi improvvisati. Adesso, dell’esplosivo non c’è nemmeno più traccia: proprio non c’è.

Anzi, non c’è mai stato nei tre furgoni dei cinque britannici ventenni che andavano in giro intorno alla base incappucciati – quelli che, secondo Rubio, sono stati mossi da un foreign actor. In ogni caso, è diventata improbabile l’ipotesi di un attentato se a mancare è proprio il materiale con cui compierlo.

Con stupore, curiosità e quasi un’ingordigia di dettagli sulle eventuali falle ed inadeguatezze si continuano a seguire gli sviluppi delle indagini della polizia britannica che ha dovuto rispondere a molti interrogativi: alcuni, arrivano direttamente dalla Casa Bianca. Ma se gli agenti hanno deciso di rilasciare i cinque su cauzione, dicono fonti tra i funzionari citate sui quotidiani di Londra, lo hanno fatto sulla base di una valutazione del rischio, non di considerazioni di natura politica. E, soprattutto, dato il momento, geopolitica.

Mentre si dipanava quello che è ormai diventato il mistero di Fairford – tutti gli abitanti intorno alla base sono stati evacuati e la zona rimane perimetrata dal cordone delle forze dell’ordine – a New York andavano avanti i negoziati tra iraniani e americani «all’ombra del memorandum d’intesa fallito in precedenza», fanno sapere i facilitatori.

Da una stanza all’altra, correvano per comunicare messaggi tra delegazioni i negoziatori del Qatar; il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che è tornato a Teheran, ha detto che si attende oggi una risposta alle condizioni poste per mettere fine al conflitto. Questo slancio diplomatico sta diventando immane, erculeo.

Non lo ha nascosto il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari: «Ogni mediazione rappresenta uno sforzo titanico», ma Doha continuerà a «trasmettere messaggi tra Iran e Stati Uniti». Perché, mentre provano a spegnere l’incendio bellico, i qatarini devono anche rispondere alla minaccia del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, rivolta proprio agli Stati del Golfo: Teheran riprenderà le operazioni contro di loro se gli americani dovessero far ripartire i raid.

Ci sono due grandi drammi all’orizzonte da affrontare e uno di questi è l’inverno. La portavoce del governo iraniano, Fatemeh Mohajerani, ha avvertito che nei prossimi mesi ci saranno tagli e carenze, spiegando che gli attacchi al settore energetico hanno provocato una perdita di 230 milioni di metri cubi di energia.

Forse anche per questo il comandante pasdaran Hossein Mohebbi si è rivolto direttamente agli americani: «Siamo pronti a comunicare direttamente con voi». La pace – una pace – di certo arriverà: in questo mondo o in un altro, come dice il vicepresidente Vance: «Esiste un universo in cui possiamo raggiungere un accordo».

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