Il filosofo e ricercatore analizza i risultati del primo turno delle presidenziali in vista del voto decisivo: «Se vincesse, Lula dovrebbe dare contenuti concreti all'apertura democratica: condividere il potere, riconoscere altre leadership e presentare risposte convincenti alle condizioni di vita che alimentano l'insoddisfazione»
Il Brasile torna oggi, domenica 25 ottobre, alle urne per scegliere il prossimo presidente. Al ballottaggio si affrontano Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro, arrivato in testa al primo turno con il 47,03 per cento dei voti contro il 45,16 per cento del presidente uscente. Delle ragioni del risultato e delle prospettive politiche del Paese abbiamo parlato con Felipe Fortes, filosofo e ricercatore post-dottorato presso il Programma di Comunicazione e Cultura dell'Università Federale di Rio de Janeiro (Ufrj), membro della rete militante Universidade Nômade Brasil.
Si aspettava il risultato elettorale del primo turno?
Il risultato non mi ha sorpreso. A sorprendermi, semmai, sono i vertici lulisti, che consideravano Flávio il candidato ideale dell'opposizione ed erano convinti di poter vincere già al primo turno. Il bolsonarismo riesce a intercettare una domanda di cambiamento ancora molto viva nella società brasiliana. Per comprendere questo processo bisogna tornare alla rivolta del giugno 2013. Milioni di persone scesero nelle strade delle grandi città chiedendo servizi pubblici, mobilità e un diverso rapporto con la politica. Il governo e il Partido dos Trabalhadores non seppero riconoscere in quelle manifestazioni una possibilità di rinnovamento democratico e risposero con una repressione di massa, poliziesca e criminale.
Perché e come Flávio Bolsonaro ha costruito il proprio consenso?
Flávio ha ereditato una base già organizzata attorno a suo padre. La sua candidatura esprime la continuità del controllo familiare, delle milizie e delle logiche gangsteristiche su un movimento che riunisce forze differenti: settori evangelici, reti digitali, soggetti legati agli apparati di sicurezza, interessi economici ed elettori mossi da un fortissimo rifiuto del PT e di Lula. Considerarle un blocco omogeneo è un errore.
Il bolsonarismo collega esperienze concrete di insicurezza, frustrazione e mancanza di prospettive a una promessa di rottura. Ma è un progetto autoritario che, se dovesse vincere, accentuerebbe le disuguaglianze esistenti. Flávio ha già annunciato di voler trasformare la Costituzione brasiliana. È questo il rischio che corre la democrazia: l'appropriazione dello Stato, la personalizzazione del potere e l'indebolimento dei contrappesi istituzionali. Allo stesso tempo, sarebbe sbagliato considerare fascista ogni elettore di Flávio. Bisogna distinguere il progetto politico del bolsonarismo dalle domande sociali che mobilitano i suoi elettori.
Dove ha perso terreno Lula?
Lula mantiene una forte presenza nel Nordest, il suo «feudo elettorale», e in alcune grandi metropoli, ma incontra difficoltà nelle aree interne, soprattutto nel Centro-Sud, e nei comuni delle regioni metropolitane. A Rio de Janeiro, Lula ha ottenuto risultati migliori nei quartieri a reddito più alto, mentre Flávio ha prevalso in quelli popolari.
Nel 2022 la candidatura di Lula aveva riunito persone molto diverse in difesa della democrazia e della vita, dopo l'esperienza della pandemia. La difesa della democrazia è tornata a coincidere eccessivamente con quella di Lula e del PT, senza lasciare spazio a figure come Marina Silva, per esempio, per rafforzare alternative politiche autonome.
Come spiega la crescita delle destre neofasciste nel continente?
Possiamo partire dalla combinazione tra insicurezza materiale, crisi della rappresentanza e una domanda di cambiamento che le forze di governo non riescono ad accogliere. Le nuove destre trasformano le frustrazioni sociali in identificazione con leader che promettono ordine, forza e punizione. Offrono risposte semplici, e autoritarie, a problemi complessi che richiederebbero invece una reinvenzione della democrazia nel continente.
In Brasile esiste inoltre una specifica dimensione legata alle milizie: l'intreccio tra controllo coercitivo del territorio, affari e potere politico.
Chi pensa vincerà al ballottaggio?
Flávio è il favorito. Ma ciò che difendo non è la vittoria di Lula come fine a sé stessa, bensì la possibilità di preservare, attraverso quella vittoria, le condizioni democratiche necessarie per contendere il futuro del Paese. Anche per superare i limiti dello stesso lulismo, che considero un falso katechon, un falso argine.
Una vittoria di Flávio sarebbe un disastro, anche sul piano della ricostruzione democratica globale. Se vincesse, Lula dovrebbe dare contenuti concreti all'apertura democratica: condividere il potere, riconoscere altre leadership e presentare risposte convincenti alle condizioni di vita che alimentano l'insoddisfazione. Si tratta di costruire uno spazio sociale di «debolsonarizzazione». E per farlo il lulismo rappresenta un ostacolo.
L'esaurimento del lulismo come orizzonte di trasformazione, dunque, non significa che sia indifferente chi vinca. Esiste una differenza decisiva tra cercare di superarne i limiti all'interno di una democrazia e doverlo fare in un contesto di regressione autoritaria.
Al ballottaggio l'astensione aumenterà o diminuirà?
Non mi sbilancerei in una direzione precisa. Ma è proprio sulla partecipazione che scommette il movimento di sinistra che sta cercando di «ribaltare i voti» e convincere queste persone ad andare alle urne. Speriamo che funzioni.
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