Il caso di Ahmed Shihab-Eldin, pluripremiato giornalista e documentarista di nazionalità kuwaitiana attualmente docente presso l’università degli Studi di Bari Aldo Moro, sta sollevando un’ondata di indignazione internazionale che unisce la Puglia al Medio Oriente.

Shihab-Eldin, noto per la sua brillante carriera in testate come il New York Times e Al Jazeera, è detenuto in Kuwait da oltre un mese, con accesso limitato al proprio legale. Residente a Bari dal 2025, dove insegna storytelling e comunicazione, Shihab-Eldin è stato arrestato con accuse a dir poco vaghe e pretestuose, come la «diffusione di informazioni malevole online» e il «danno alla sicurezza nazionale».

La gravità della situazione è acuita dal fatto che il suo caso è stato trasferito dai tribunali ordinari a corti speciali per la sicurezza nazionale, organismi che operano con procedure opache, simili a quelle dei tribunali militari.

Escalation di censura

Questa stretta autoritaria del Kuwait si inserisce in un contesto regionale profondamente deteriorato. Sara Qudah, direttrice regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (Cpj), ha inquadrato la vicenda in una cornice di crescente repressione legata ai recenti conflitti nell’area: «Stiamo assistendo a un’escalation della censura nei confronti di giornalisti e testate giornalistiche in tutto il mondo in relazione alla guerra in Iran, anche nel Golfo. La sicurezza nazionale viene usata come pretesto per reprimere la libertà di parola e la detenzione di Shihab-Eldin ne è l’emblema. Deve essere rilasciato immediatamente».

La situazione descritta da Qudah trova eco nelle parole di Ashish Prashar, ex consulente dell’inviato per la pace in Medio Oriente, che sottolinea l’obbligo etico delle democrazie occidentali: «Il giornalismo consiste fondamentalmente nel dire la verità; è un lavoro essenziale, un atto di servizio, e uno di cui il pubblico ha bisogno per prendere decisioni informate. Imprigionare arbitrariamente un giornalista ed etichettare quel lavoro come “terrorismo” o “minaccia alla sicurezza nazionale” è un grave passo falso. Il dipartimento di Stato e il Foreign Office devono esigere il rilascio di tutti gli operatori dei media dai loro alleati nel Golfo. Qualsiasi cosa meno di questo sarebbe un abbandono dei loro obblighi etici e un avallo di pratiche autoritarie».

Repressione

Il clima di oppressione nel Golfo si è intensificato drasticamente a partire dalla fine di febbraio 2026, quando le autorità hanno iniziato a sfruttare l’instabilità bellica per soffocare il dissenso interno. In Kuwait, quella che era considerata una società civile vibrante è stata colpita dall’emanazione di leggi dai termini volutamente vaghi, come la legge numero 47 contro il terrorismo, che permette di etichettare come “minaccia” chiunque esprima opinioni sgradite al governo.

Non è solo il docente dell’università pugliese a farne le spese: anziane attiviste come Suad Al-Munayes e Fareah Al-Saqqaf sono state prelevate per semplici post sui social media, mentre figure come la giovane Lulwa Al-Hussainan hanno denunciato arresti arbitrari dei propri familiari in quello che sembra un vero e proprio stato di polizia. In questa pesante situazione, si inseriscono le preoccupazioni del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura in merito a maltrattamenti, sovraffollamento e detenzione preventiva prolungata nelle carceri del Kuwait.

Ma la grave situazione di repressione non è limitata solamente allo stato emiratino. Un rapporto del Gulf Center for Human Rights (Gchr), infatti, descrive arresti e altre forme di repressione in Bahrain, Iran, Giordania, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. E un comunicato stampa dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Unhchr) deplora le severe restrizioni imposte dalle autorità in Bahrain, Giordania, Kuwait, Qatar ed EAU, così come da parte di Israele nei Territori palestinesi occupati.

In particolare, in Bahrein si contano oltre 160 arresti per opinioni espresse online, negli Emirati Arabi Uniti la sorveglianza digitale è diventata totale e l’invio di informazioni giudicate «inattendibili» può portare a pene detentive lunghissime. Anche in Giordania, la libertà di stampa subisce duri colpi, come dimostra la condanna della giornalista Hiba Abu Taha per post giudicati sediziosi.

In tutta la regione, la sicurezza nazionale non è più un obiettivo di protezione dei cittadini, ma uno scudo dietro cui i governi si nascondono per silenziare le voci indipendenti e mantenere il controllo assoluto sulla narrazione dei fatti.

La detenzione di Ahmed Shihab-Eldin rappresenta dunque un momento critico: il destino di un professore dell’università di Bari diventa il simbolo di una lotta globale per la verità, in un momento in cui il diritto di informare è sotto attacco proprio là dove ce ne sarebbe più bisogno.

© Riproduzione riservata