All'inizio del suo mandato come procuratore generale della presidenza Trump, Pam Bondi ha abolito una norma dell'era Biden che vietava al Dipartimento di Giustizia di esaminare i tabulati telefonici e gli appunti dei giornalisti durante le indagini sulle responsabilità per le fughe di notizie. Un’iniziativa che ha aperto la strada alla «decisione straordinaria», come la definiscono i media, di perquisire l’abitazione di Hannah Natanson, reporter del Washington Post. Mercoledì gli agenti dell’FBI si sono presentati alla sua porta e le hanno sequestrato il telefono, due computer e uno smartwatch.

«Mai successa una cosa del genere», commenta alla CNN Gabe Rottman di Reporters Committee for Freedom of the Press, organizzazione no-profit che si dedica alla difesa della libertà di stampa e al sostegno dei giornalisti. «Ci sono tutte le ragioni per credere che quanto appena vissuto da Natanson sia solo la punta dell'iceberg di ciò che accadrà», teme l'avvocato per la sicurezza nazionale Mark Zaid. Come lui la pensano molti esperti e operatori nel settore dei media.

I precedenti

Certo l’allergia di Donald Trump per la stampa indipendente (da lui) non è un segreto. Gli esempi non mancano anche solo guardando a questo suo primo anno di secondo mandato. In un crescendo iniziato con le accuse di svolgere attività illegali alla CNN e MSNBC fino alle offese personali alle giornaliste di Bloomberg («Stai zitta, maialina») e di ABC News («Sei una persona e una giornalista terribile»). Poi ci sono state le purghe delle testate a lui sfavorevoli. A CNN, Washington Post, NBC News, The New York Times e Politico, tra gli altri, è stato tolto lo spazio che avevano per lavorare dal Pentagono. All’Associated Press è stato addirittura vietato di partecipare agli eventi stampa nello Studio Ovale e a bordo dell'Air Force One. Per non parlare poi delle cause intentate contro Wall Street Journal, New York Times, CNN e BBC.

Sul caso Natanson Bondi ha dichiarato a Fox News che i dispositivi della giornalista «contengono materiale classificato riguardante i nostri avversari stranieri, è su questo che stiamo indagando ora». Il mandato di perquisizione affermava che il raid era collegato al caso di un appaltatore del Maryland, accusato di aver conservato illegalmente un rapporto di intelligence top secret relativo a un Paese non meglio specificato.

La scorsa settimana la reporter ha effettivamente pubblicato un articolo esclusivo sul Venezuela, citando documenti governativi segreti ottenuti dal Post. Inoltre, si è occupata ampiamente della riforma del governo federale da parte di Trump, attingendo a informazioni provenienti da fonti interne alle agenzie federali.

L’arma di Trump

«È un chiaro tentativo di intimidire i giornalisti», ha scritto su X Xochitl Hinojosa, ex dirigente del Dipartimento di Giustizia. Come spiegava già prima delle elezioni del 2024 il Columbia Journalism Review l’arma di Trump per la sua crociata contro i media sgraditi sarebbe l’Espionage Act.

Approvata dal Congresso americano addirittura nel 1917 poco dopo l’entrata degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale, la legge federale aveva l’obiettivo di contrastare le attività di raccolta e trasmissione di informazioni ritenute pericolose per il successo dell’intervento bellico statunitense in Europa. Pena di trent’anni di carcere o di morte in tempo di guerra, vent’anni di prigione e 10mila dollari di multa negli altri casi.

Poi, durante la presidenza di Bush senior, fu utilizzato per punire alcuni giornalisti che si erano rifiutati di rivelare i nomi delle loro fonti. In tempi più recenti sotto Obama e Trump sono stati diversi i casi in cui si è ricorsi all’Espionage Act nonostante non si parlasse di spionaggio tradizionale, ma della diffusione di informazioni secretate. Il più emblematico? Wikileaks, per il quale si era pensato di modificare, inasprendola, la legge.

La sua formulazione estremamente vaga e l’ambiguità dei suoi concetti chiave rendono, però, l’Espionage Act perfetto per attaccare giornali e media critici. Da una parte proibisce «la diffusione e la conservazione non autorizzata di qualunque informazione relativa alla difesa nazionale». Dall’altra non definisce in modo univoco il concetto di «informazione relativa alla difesa nazionale», né quello di «danno alla sicurezza nazionale».

Quindi, come argomentato dal Columbia Journalism Review, basterebbe spingere le corti a interpretare qualunque comunicazione del presidente come «informazione relativa alla difesa nazionale» per incastrare la stampa indipendente, bollarla apertamente come un nemico e soprattutto sanzionarla. Si andrebbero così a erodere le tradizionali tutele giuridiche del Quarto potere, limitandone l’efficacia e la libertà.

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