A meno di quattro mesi dalle elezioni di metà mandato, Donald Trump torna a mettere in discussione la sicurezza del sistema elettorale americano. In un discorso alla nazione dalla Casa Bianca, il presidente ha accusato la Cina di avere acquisito illegalmente i dati di 220 milioni di elettori statunitensi durante il ciclo presidenziale del 2020 e ha annunciato la desecretazione di documenti d’intelligence sulle vulnerabilità delle infrastrutture di voto.

«Nessun Paese può essere grande senza elezioni giuste e oneste», ha detto Trump, sostenendo che il sistema americano sia «debole» e «ben lungi dal soddisfare gli standard di sicurezza». Secondo il presidente, le informazioni appena rese pubbliche dimostrerebbero che le infrastrutture elettorali degli Stati Uniti sono «pericolosamente esposte ad attacchi informatici, a livelli che si ritenevano impossibili».

Pechino e brogli elettorali

Il discorso, pronunciato nella prima serata americana di giovedì 16 luglio, ha riportato al centro della scena le contestazioni di Trump sulle elezioni del 2020, vinte da Joe Biden. Quelle consultazioni sono state sottoposte a riconteggi, verifiche e ricorsi giudiziari, senza che emergessero prove di frodi tali da modificarne il risultato. Anche la valutazione pubblicata nel marzo 2021 dalle agenzie d’intelligence statunitensi aveva concluso, con «alta probabilità», che Pechino non aveva condotto operazioni di interferenza finalizzate a cambiare l’esito del voto.

Trump ha presentato una ricostruzione opposta. «La Repubblica Popolare Cinese ha perpetrato quella che si ritiene essere la più grande violazione di dati elettorali della storia», ha dichiarato. Secondo il presidente, Pechino avrebbe ottenuto nomi, indirizzi, numeri di telefono, preferenze politiche e altre informazioni sensibili relative a circa 220 milioni di cittadini americani.

«Questa perdita di dati rappresenta un incubo senza precedenti per la sicurezza elettorale», ha aggiunto, accusando la Cina di avere costituito un’unità specifica per analizzare le informazioni acquisite. Trump ha inoltre sostenuto che Pechino «non voleva che Trump vincesse le elezioni», parlando di sé in terza persona.

I documenti desecretati, tuttavia, non dimostrano che la Cina abbia modificato voti, alterato i conteggi o determinato il risultato delle presidenziali del 2020. Reuters ha osservato che le nuove accuse contrastano con la valutazione ufficiale dell’intelligence americana e con diversi studi indipendenti. La stessa esistenza di un accesso illecito a banche dati elettorali, inoltre, non equivale alla manipolazione delle schede o dei risultati certificati.

Pechino ha respinto le accuse. «La Cina non ha mai interferito e non interferirà mai nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti», ha dichiarato l’ambasciata cinese a Washington, ribadendo che il voto americano è una questione interna e che il suo esito è deciso dagli elettori.

L’attacco alla Cina arriva in una fase delicata dei rapporti tra le due maggiori economie mondiali. Dopo l’escalation tariffaria del 2025, Washington e Pechino avevano costruito una fragile tregua commerciale. E i due leader si sono incontrati a maggio in Cina per allentare le tensioni.

Nel suo intervento Trump ha attaccato anche le macchine per il voto elettronico e i sistemi centralizzati utilizzati per registrare gli elettori e pubblicare i risultati. «I cittadini americani sono stati ingannati per anni», ha affermato, sostenendo che funzionari governativi fossero a conoscenza delle vulnerabilità senza informare adeguatamente la popolazione.

Il presidente ha quindi chiesto al Congresso di approvare il Save America Act, il disegno di legge repubblicano che renderebbe obbligatorio dimostrare la cittadinanza americana al momento dell’iscrizione alle liste elettorali e introdurrebbe restrizioni più severe sul voto per posta. Il provvedimento è al momento bloccato al Senato.

«Ogni americano ha il diritto di sapere che, quando esprime il proprio voto, questo verrà conteggiato con precisione all’interno di un sistema sicuro», ha detto Trump. «Un sistema in cui brogli e interferenze non siano solo difficili, ma praticamente impossibili».

Elogi esteri e attacchi ai media

Il presidente ha avuto anche tempo per elogiare il lavoro svolto sin qui della sua amministrazione. «Meno di due anni fa abbiamo ereditato un disastro economico», un confine «colabrodo» e «tutti ci ridevano dietro. Ma non più: ora siamo più rispettati che mai», ha affermato, rivendicando l’andamento di Wall Street, il rallentamento dell’inflazione e la stretta sugli ingressi dalla frontiera con il Messico.

Trump ha dedicato anche alcuni passaggi anche alla politica estera. «Abbiamo vinto in Venezuela e stiamo vincendo in Iran. Vedrete i frutti di questo lavoro a breve», ha dichiarato, nonostante sul fronte Mediorientale l’amministrazione è in totale difficoltà.

Non tutte le principali reti televisive hanno deciso di trasmettere il discorso alla nazione di Trump. Abc e Nbc hanno scelto di non interrompere la programmazione ordinaria; anche Cnn lo ha reso disponibile attraverso i propri canali digitali anziché mandarlo in onda sulla rete principale. Trump ha reagito duramente accusando le testate di partecipare al presunto «complotto» cinese. «Vogliono portare avanti questa frode», ha detto. «Una frode di questo tipo dovrebbe comportare la revoca delle loro licenze».

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