Lo scioglimento della camera bassa dopo soli tre mesi a capo del governo non è stato un azzardo, ma una mossa calcolata di una premier che è riuscita così a conquistare la maggioranza qualificata che le permetterà di imprimere una svolta alle politiche del Giappone.

Col plebiscito di domenica 8 febbraio Sanae Takaichi ha ricevuto un mandato che più pieno non si può a guidare la quinta economia del pianeta in una fase critica, sia per lo sviluppo interno, che nelle relazioni internazionali. Quando domenica sera mancavano solo sette seggi da assegnare, il Partito liberal democratico (Ldp), a cui Takaichi ha impresso una svolta ultra-conservatrice, ne aveva conquistati 315, superando da solo la maggioranza qualificata di 310 seggi. Potrà portare avanti incontrastato le sue riforme-bandiera: spesa pubblica per stimolare l’economia e riarmo.

La coalizione tra il Ldp e il Partito dell’innovazione (34) aveva totalizzato già 349  scranni, l’opposizione, con 104, non esiste più. Il partito di (ultra) destra, Sanseito, che ha martellato con una campagna anti-stranieri (il 3 per cento della popolazione), è salito da due a 13 seggi. Col nord del paese sotto pesanti nevicate, ha votato solo il 55,6 per cento degli aventi diritto: meglio del 53,8 per cento del 2024, ma comunque un’affluenza sconfortante per una democrazia.

La campagna elettorale 

Ha fatto sensazione la Takichi-mania, che nell’arcipelago è diventata un neologismo, “sanakatzu”. I giapponesi, soprattutto i ragazzi, sarebbero stati folgorati dai modi diretti e dall’assertività della sessantaquattrenne premier ex batterista metal (dopo che il suo compassato predecessore, Shigeru Ishiba, aveva fatto perdere al Ldp la maggioranza in entrambi i rami del parlamento), nonché dalle borsette e dalle penne rosa di Takaichi, diventate di tendenza.

Sotto questa patina glamour c’è però la sostanza politica. Da Tokyo a Washington, passando per Roma, l’internazionale dell’ultra-destra populista ha saputo entrare in sintonia con un elettorato che, prima che giovane, è inquieto e pronto a credere alla propaganda dai toni forti, anche se smussata nell’imminenza nel voto per sottrarre voti al centro, alla fallimentare Alleanza riformista tra l’ex partner di una vita del Ldp, il buddista-pacifista Komeito, e il Partito democratico costituzionale.

Takaichi ha trasformato il voto in un referendum su sé stessa e ha stravinto nonostante il suo partito, la balena bianca al potere per 66 anni, agonizzante travolta dagli scandali. Giovedì scorso aveva ricevuto da Donald Trump “appoggio totale”, dopo che Giorgia Meloni, in visita a Tokyo a gennaio aveva dichiarato che «Sanae (che incontrava per la prima volta, ndr) è appena diventata la mia migliore amica».

Il programma di riforme 

Come che sia, ora Takaichi ha numeri invidiabili per portare avanti il suo programma di riforme radicali, dell’economia e in politica estera e di difesa.

Restituire potere d’acquisto alla popolazione e finanziare massicci investimenti nell’intelligenza artificiale (Ia), settore nel quale il paese è rimasto indietro rispetto a Cina e Stati Uniti. Sul primo fronte vuole abolire la tassa dell’8 per cento sui consumi alimentari, ma dove recupererà i fondi per sostenere il relativo ammanco, col debito pubblico equivalente a 2.500 miliardi di euro (il 250 per cento del Pil del paese)? Per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico, è determinata a sostenerlo con una politica fiscale espansiva, grazie a buoni del tesoro che andranno a ingrossare un debito già mostruoso.

Se la sua riedizione della Abenomics minaccia di agitare i mercati, la sua politica di sicurezza e difesa ha già reso burrascosi i rapporti con Pechino. Soprattutto dopo la dichiarazione – mai ritrattata, come pretende Pechino – di Takaichi sulla necessità di un intervento armato di Tokyo in caso di attacco cinese a Taiwan.

Ma, anche sul riarmo, Takaichi potrà procedere spedita. Il 90 per cento dei candidati del Ldp e del Jip infatti è a favore di un aumento delle spese militari oltre il 2 per cento del Pil e del rafforzamento dell’alleanza con gli Stati Uniti, che spingono affinché Tokyo investa ancora di più in armamenti (made in Usa), dando l’esempio agli altri alleati. In questo quadro rientra l’uscita di Takaichi su Taiwan, che ha scoperto così che il 55 per cento dei giapponesi sostiene la sua “gaffe”.

Via libera dunque anche a una reinterpretazione sempre più radicale dell’articolo 9 della costituzione pacifista. Abolizione della tassa sugli alimenti e spesa pubblica per finanziare l’Ia e l’esercito: passata la sbornia per un trionfo senza precedenti, la “Giorgia Meloni d’oriente” dovrà dimostrare di saper trovare i soldi per finanziare le sue riforme.

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