Nonostante la guerra, la precarietà delle condizioni di vita, uno stato perenne di incertezza e paura, a Gaza la maternità non si è mai fermata. Le donne palestinesi continuano a desiderare gravidanze e a programmare la nascita dei figli. Una volontà che non può essere circoscritta solo come un atto politico o culturale. «C’è proprio il desiderio di andare avanti», racconta Giulia Folci ostetrica di Emergency che ora è in servizio a Gaza.

Tuttavia, iniziare una gravidanza nella Striscia è un percorso a ostacoli, tra assenza di farmaci e attrezzature per il parto, controlli limitati, rischi di infezioni e condizioni fisiche e psicologiche estreme. 

Nei primi sei mesi del 2026 – secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite – si sono registrati a Gaza oltre 3.950 aborti spontanei: si tratta di 208 ogni mille bambini nati vivi. Un numero che è triplicato rispetto al 2025.

«Capita di fare un’ecografia e vedere che il battito non c’è più», dice Folci raccontando l’aneddoto di una paziente. «Era andata in ospedale per una visita perché il feto non cresceva nella pancia. Ma non c’erano gli strumenti per fare una vera e propria indagine. Le hanno detto che non c’era molto da fare ed è tornata a casa. Due giorni dopo il bambino è morto. Non sappiamo se avrebbero potuto fare qualcosa. Sicuramente, però, non c’erano nemmeno gli strumenti diagnostici per darle una spiegazione di quello che stava succedendo. E questo è molto frustrante», aggiunge.

Folci lavora nella clinica di Al-Qarara di Emergency che fornisce primo soccorso, stabilizzazione di emergenze medico-chirurgiche, assistenza di base per adulti e bambini, salute riproduttiva e follow-up post-operatorio.

Ma a mancare non sono solo gli strumenti diagnostici. 

«Il ferro, fondamentale durante la gravidanza, è assente da almeno due settimane. Spesso passa un mese prima di ottenere un nuovo carico. Questo è dovuto al fatto che gli aiuti umanitari entrano a singhiozzo e viene anche selezionato quello che può entrare», spiega Folci. E ci si adatta come si può: «Il lettino ginecologico della nostra clinica lo abbiamo fatto costruire qui arrangiandoci in qualche modo. Abbiamo un ecografo portatile di scarsissima qualità, l’unico che ci hanno permesso di far entrare nella Striscia. È quello che abbiamo e l’unico che possiamo usare».

A Gaza le attività di Emergency sono essenziali. Nel 2025, solo nella clinica di Al-Qarara sono state eseguite oltre 52mila consultazioni e nel bimestre di gennaio-febbraio 2026 oltre 10mila visite. Una media di oltre 180 al giorno. Attività che sono portate avanti grazie al lavoro di volontari e alle donazioni. Proprio per questo motivo dal 2 al 4 ottobre è attiva la campagna Cantucci per la pace in circa 500 piazze italiane, che ha l’obiettivo di finanziare le attività di Emergency non solo a Gaza ma anche in altri luoghi di conflitto come Sudan e Afghanistan.

Aborti

A incidere sull’alto numero degli aborti sono diversi fattori. «C’è uno stato di stress emotivo molto elevato: si vive con il drone e l’aereo che passano sopra la testa, molte persone vivono nelle tende. A questo si somma il fatto che i corpi sono molto provati. In questo momento il cibo a Gaza c’è, ma è di bassissima qualità, e un corpo deve avere delle risorse per affrontare una gravidanza che in molti casi non ci sono», spiega l’ostetrica. E poi c’è la componente fisica: «Si verificano infezioni del tratto genito-urinario, che possono portare sia ad aborti sia a parti prematuri. La mancanza di igiene e il non avere accesso all’acqua pulita portano a livelli alti di infezioni. A questo si aggiunge la mancanza di antibiotici e di cure».

Un aborto può generare traumi e aggravare uno stato psico-fisico già deteriorato. «Dal punto di vista emotivo vediamo molta apatia. Spesso le donne hanno uno sguardo fisso o non esprimono né la gioia né la tristezza. È come se prevalesse un atteggiamento del tipo: “Ormai è così, è andata così, si vede che doveva andare così”. C’è una sorta di rassegnazione rispetto al fatto che la loro vita sia condizionata da tutto quello che avviene intorno e che non è sotto il loro controllo».

Un’apatia che spesso Folci ritrova anche nelle colleghe con cui lavora: un’altra ostetrica e due ginecologhe. Nelle giornate che passano insieme «il discorso politico resta molto fuori dal racconto della loro vita quotidiana», dice. «L’ostetrica vive in una tenda con suo marito e ci racconta quali escamotage ha trovato durante la giornata per cucinare e lavarsi. Il venerdì vanno sul lungomare a passare la giornata. Ci raccontano la nuova normalità. La nostra ginecologa più giovane, per esempio, mi raccontava che lei e il marito sono riusciti a trovare un piccolo appartamento che pagano tantissimo. Mi diceva: “Io non ce la facevo più a vivere in tenda, per me era fondamentale avere un tetto sopra la testa”. Così hanno deciso di sacrificare entrambi gli stipendi per riuscire a pagare l’affitto».

© Riproduzione riservata