Il futuro di Gaza ha occupato giusto il tempo di una riunione a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni unite. La questione è oramai uscita dal controllo dell’Onu ed è stata interamente appaltata al Board of Peace di Donald Trump. E così, ieri, i 28 paesi membri del Board e alcuni rappresentanti Ue hanno ascoltato il piano illustrato dalla stretta cerchia del presidente Usa, Steve Witkoff e Jared Kushner.

Dopo mesi di consultazioni, l’organismo di Trump che si occuperà della governance della Striscia ha presentato 66 progetti da completare nei prossimi sei mesi per un valore complessivo di 2,45 miliardi. Il piano, anticipato da Axios, non ha ancora i fondi a disposizione e i dubbi sono di gran lunga maggiori delle certezze. Al di là del dato economico, degli intenti affaristi del Bop e delle questioni di governance, è irrealistico iniziare la ricostruzione senza alcun avanzamento politico sul terreno.

A Gaza a oggi lo stallo è totale. Da una parte c’è Hamas, che ha accettato di disarmarsi ma non ha ancora iniziato a farlo, affermando che l’Idf non si impegna seriamente nel ritiro dal territorio sotto il suo controllo (quasi il 70 per cento). Dall’altra c’è il governo Netanyahu che con le elezioni politiche imminenti non arretra dalle sue posizioni bensì continua a conquistare illegalmente porzioni della Striscia. Sullo sfondo ci sono i bombardamenti quasi quotidiani e una popolazione che continua a vivere in uno stato perenne di incertezza e paura.

I progetti

Se si guarda attentamente ai progetti presentati, quel che salta all’occhio è l’ennesimo sfollamento della popolazione senza garanzie di libertà di movimento in futuro. Da mesi ong internazionali lanciano l’allarme sulla creazione dei cosiddetti rifugi umanitari temporanei, per via dei rischi di diventare in futuro campi di detenzione per i gazawi. Intenzione già dichiarata apertamente dai ministri del governo Netanyahu. Il Board ha annunciato progetti per poco più di due miliardi: briciole rispetto ai 71 necessari per la ricostruzione.

Solo per rimuovere tutte le macerie sono necessari 1,7 miliardi di dollari. Per il momento lo stanziamento è il seguente: 400 milioni per la creazione di rifugi temporanei per gli sfollati; 275 milioni per la rimozione delle macerie; 50 milioni per la ricostruzione degli ospedali; 30 milioni per riparare la rete stradale. Altri soldi serviranno per ripristinare le infrastrutture idriche ed elettriche, oltre che per la riparazione dei valichi di frontiera. Il piano prevede inoltre lo stanziamento di circa 300 milioni di dollari per programmi di sanità, istruzione e welfare. Un quarto degli investimenti previsti riguarderà invece la sicurezza: 275 milioni per la costruzione di una struttura di difesa a Rafah che ospiterà i 5mila agenti della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf). A oggi Indonesia, Marocco, Kazakistan, Albania, Uganda e Kosovo hanno deciso di inviare i propri soldati.

Altri 140 milioni di dollari servono per reclutare, addestrare ed equipaggiare il contingente; infine, 120 sono destinati alla nuova forza di polizia palestinese che controllerà la Striscia. Ma, anche qui, i dubbi sono tanti. Nei giorni scorsi Tel Aviv ha impedito agli agenti palestinesi che ha già approvato come nuovo corpo di polizia locale di ricevere l’addestramento in Egitto.

Per ora 28 paesi hanno “lavorato” al piano. Un numero minore rispetto ai 60 invitati da Trump per far parte del Bop. A fine agosto l’amministrazione Usa ha comunicato al Congresso l’impegno di 206 milioni di dollari per finanziare la nuova Isf. Gli Emirati Arabi Uniti hanno messo il loro cappello al progetto e si occuperanno di costruire un intero quartiere a Rafah che ospiterà 50mila persone. Anche gli altri paesi del Golfo, come il Qatar, faranno la loro parte. La somma completa, a oggi, non è ancora stato raccolta. Ma l’importante è partire, superare l’impasse, far vedere che qualcosa si muove. Non importa il “come” o “quanto” ma il “quando”. E l’anniversario del primo anno di questa finta tregua è l’occasione giusta per portare risultati.

Bagno di realtà

Tuttavia, la realtà è diversa da quella raccontata. Solo lo scorso 7 settembre Nickolay Mladenov, alto rappresentante del Bop, diceva: «Se a Gaza continua così, o non si procede all’attuazione del piano globale che abbiamo elaborato, la soluzione a due Stati diventerà praticamente impossibile». Il massimo esecutore del piano di Trump non ha lasciato spazio a interpretazioni durante il suo intervento all’Hili Forum di Abu Dhabi. «Con tutto ciò che sta accadendo in Cisgiordania e con oltre il 50 per cento di Gaza ora sotto il controllo dell’esercito israeliano e meno del 50 per cento sotto il controllo di Hamas, non esiste una via credibile per una risoluzione politica del conflitto», ha aggiunto.

Le dichiarazioni di Mladenov arrivano in un momento cruciale dove l’esercito israeliano ha ripreso gli attacchi nella Striscia con maggiore intensità. E i ministri del governo Netanyahu promuovono piani per deportare la popolazione civile da Gaza. Piani derubricati da Jared Kushner come «irrazionalità» del governo israeliano in vista delle imminenti elezioni del 27 ottobre. Tuttavia, lo stesso partito di Ben-Gvir (Otzma Yehudit) ha definito il piano non negoziabile qualora dovesse entrare a far parte del nuovo governo di coalizione che uscirà dalle urne.

Crisi umanitaria

Ma come si vive oggi a Gaza? Chi sopravvive a raid e bombe si ritrova a fare i conti con una situazione umanitaria ancora allo stremo. Ma oltre ai numeri già noti ce ne sono altri che raccontano la portata del dramma umanitario, a partire dal dato del deterioramento della salute materna.

Nei primi sei mesi del 2026 si sono registrati a Gaza oltre 3.950 aborti spontanei: si tratta di 208 ogni mille bambini nati vivi. Un numero che è triplicato rispetto al 2025. Secondo l’ultima analisi dell’Ipc, il sistema internazionale che classifica la gravità dell’insicurezza alimentare, la situazione è migliorata rispetto alle precedenti rilevazioni. Tuttavia, tra metà aprile e fine giugno, 1.2 milioni di persone erano ancora in uno stato di Ipc 3 o superiore, cioè di crisi.

Al 18 agosto un’analisi di Fao-Unosat ha fatto sapere che appena il 3 per cento dei terreni coltivabili è accessibile e non danneggiato: ma entrare in queste zone è impossibile per via della presenza delle truppe israeliane. A Rafah il 97,2 per cento dei terreni agricoli è inaccessibile alla popolazione. A uccidere sono anche le bombe ancora presenti sul territorio. Al 14 agosto erano stati registrati 589 incidenti causati da ordigni inesplosi dal 2023, con 274 morti e 1.142 feriti. L’Ocha ha più volte segnalato di essere in grado di bonificare ampie aree, ma non dispone dell’autorizzazione necessaria da parte di Israele per far entrare a Gaza le attrezzature necessarie. A questo si somma anche circa il 15 per cento delle macerie contaminato da amianto, rifiuti industriali o metalli pesanti. Contaminazioni che hanno un impatto concreto su una popolazione che non riceve cure adeguate per i tumori.

Al momento circa 5mila pazienti oncologici attendono ancora le evacuazioni sanitarie verso altri paesi. Per rimuovere le macerie ci vorranno anni, basta pensare che a luglio 2026 erano state raccolte circa 630mila tonnellate di detriti, un numero molto basso dato che in tre anni di conflitto ne sono state prodotte più di 60 milioni di tonnellate.

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