Il 25 ottobre del 2025 Yahya e Nabila Shorbasi, due gemelli di sei anni, stavano rientrando nella loro casa a Gaza City a due settimane dalla tregua sugellata a Sharm el Sheikh in Egitto. La scoperta di avere ancora un tetto sopra la testa si è rivelata però un incubo per la famiglia. Tra le macerie i due gemelli hanno trovato quello che pensavano fosse un giocattolo, in realtà era un ordigno. Sono stati ricoverati per settimane con ferite gravi e Yahya ha anche subito l’amputazione della mano. Per loro, come per migliaia di persone, Gaza è una trappola a cielo aperto. Le macerie non sono soltanto carcassa di edifici distrutti ma il nascondiglio perfetto di bombe inesplose, corpi ancora da recuperare e tonnellate di materiale tossico che necessita di essere raccolto e smaltito al più presto.

Rimuovere le macerie è il primo passo verso la ricostruzione: permette di liberare strade e ripristinare le infrastrutture essenziali alla vita quotidiana di due milioni di persone. Ma a un anno dalla tregua sugellata a Sharm el Sheikh, la situazione sul terreno è ancora catastrofica. Cosa è stato fatto in tutto questo tempo?

Macerie

Il Board of peace di Trump ha annunciato piani immobiliari, assoldato persone e promesso una ricostruzione affaristica di Gaza. Ma a oggi, la verità è che il divario tra fondi promessi e ottenuti è alto, e l’impasse politica sul terreno sta bloccando tutto. Da una parte Hamas, che si è detto disponibile a un disarmo graduale sotto supervisione internazionale, subordinato a condizioni che restano oggetto di negoziato; dall’altra c’è Israele che non arretra ma anzi continua a conquistare illegalmente territorio ben oltre la linea gialla pattuita dall’accordo di cessate il fuoco. Nel mezzo, la tregua è stata violata quasi quotidianamente uccidendo 1400 persone. L’ultima comunicazione del Board risale a fine settembre: 66 progetti da realizzare nei prossimi sei mesi.  Sul piatto ci sono 2.45 miliardi di dollari.

«Alle condizioni attuali, è una road map irrealistica. Una parte di quello che stanno pianificando dovrebbe essere realizzata in aree nelle quali oggi ai palestinesi non è consentito entrare», racconta a Domani Suhail al-Saqqa, noto imprenditore palestinese di Gaza. «Anche se arrivassero grandi aziende americane con contratti da 100 milioni di dollari, dovrebbero prima mobilitarsi. Devono portare personale, attrezzature, predisporre gli alloggi per i lavoratori e organizzare tutto il cantiere. Sei mesi potrebbero servire soltanto per la mobilitazione iniziale di un progetto di quelle dimensioni. Per questo non considero logica quella scadenza».

Al-Saqqa conosce bene il territorio e vanta una lunga esperienza nel campo della rimozione macerie. Attualmente sta lavorando a un progetto finanziato dalle Nazioni unite a Gaza City. «La scorsa settimana ci siamo dovuti fermare perché manca l’olio per i macchinari. Puoi avere anche il diesel, ma un mezzo ha bisogno anche di altro: olio, pneumatici e pezzi di ricambio. Se continuerà così arriveremo a un punto in cui non si muoverà più nulla dentro Gaza». I controlli ai valichi sono stringenti e Israele blocca carichi di ogni tipo. Le speranze iniziali di vedere un processo veloce per la rimozione delle macerie, affidando un ruolo primario all’Egitto, facilitato dall’utilizzo del valico di Rafah, sono rivelate vane. E così, l’intero processo è fermo. 

Lo certificano anche i numeri dell’Onu. A luglio 2026 sono state rimosse circa 630mila tonnellate su 60 milioni. Ci vorranno anni solo per ripulire la Striscia e liberare spazio per i nuovi progetti.

«Per la popolazione la ricostruzione non è un concetto astratto, significa avere rifugi sicuri, acqua pulita, strade funzionanti, elettricità e tutte le condizioni basilari per vivere con dignità. Serve vedere un reale cambiamento, la transizione dalla risposta umanitaria alla ricostruzione deve essere più veloce», dice invece Maher Salem. Fino a tre mesi fa Salem è stato il direttore generale del Dipartimento di pianificazione e investimenti della municipalità di Gaza City. Un tecnico di prim’ordine che lavora in città fin dal 1996, ben prima che Hamas ha preso il potere. A oggi Salem continua a essere uno dei referenti principali dei progetti che prendono vita all’interno delle municipalità. Ma le difficoltà sono tante, i cantieri sono pochi, il personale pubblico riceve bassi stipendi, e spesso – come lamentano gli imprenditori – mancano mezzi e beni primari per far muovere i macchinari.

«Il futuro di Gaza non può essere disegnato solo da fuori la Striscia, ma deve essere sviluppato con le persone e le istituzioni locali», dice Salem che a oggi lamenta l’assenza di interlocuzioni con il Board of peace. Il rischio che il piano Trump serva solo a soddisfare gli appetiti affaristici dei businessman che ruotano attorno alla cerchia ristretta del presidente è alto. «Le municipalità di Gaza devono essere al centro del processo di ricostruzione. Noi sappiamo quali sono le reti idriche danneggiate, quali strade devono essere aperte, dove si accumulano i rifiuti solidi e quali comunità hanno bisogni più urgenti». Sul punto, Salem è categorico: «Non puoi ricostruire una città in maniera sostenibile senza includere le istituzioni responsabili che operano in città».

Trasparenza buco nero

Le informazioni che giungono dal Board of peace sono pochissime, c’è un vulnus di trasparenza voluto da chi sta gestendo la futura governance di Gaza.

Non si sa nulla delle aziende coinvolte se non da inchieste giornalistiche che affidano un ruolo nella ricostruzione a uomini che hanno progettato gli hub per distribuzione degli aiuti della Gaza humanitarian foundation, dove sono state uccise decine di persone in fila per il cibo. Negli Stati Uniti la questione è politica. I deputati democratici del Congresso hanno chiesto spiegazioni formali al Segretario di Stato Marco Rubio su come Trump intenda spendere i soldi pubblici per la ricostruzione di Gaza. Interpellanze a cui non hanno mai fatto seguito risposte.

Attorno al board ruotano lobbisti, uomini d’affari e aziende che puntano ad accaparrarsi la propria fetta di mercato. E poi c’è il grande nodo israeliano. Citando un funzionario dell’amministrazione Usa, il Washington Post ha rivelato ieri che il premier Netanyahu ha «assunto diverse iniziative che hanno aggravato la situazione», accelerando l’avanzata dei soldati dell’Idf a Gaza. Dove ieri, nell’ennesimo attacco israeliano, è stata uccisa una donna.

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