Tony La Piccirella, attivista del direttivo di Gsf che per la terza volta proverà a rompere il blocco navale di Israele: «L’obiettivo è salvaguardare la dignità umana. Lo diciamo da tempo: se in Palestina muore il diritto internazionale tutto il mondo ne paga le conseguenze ed è proprio quello che sta succedendo»
«Perché parti?» «Perché a casa ho un figlio di due anni». «Ok, non devi aggiungere altro, ho capito», risponde un ragazzo, che sembra avere una trentina d’anni, all’altro, padre da poco, a cui scende una lacrima che si vede solo quando supera il bordo scuro degli occhiali da sole e scivola sulla guancia. Si abbracciano, non si conoscono ancora. Ma in comune hanno una missione, quella della primavera 2026 della Global Sumud Flotilla (Gsf), la flottiglia civile internazionale diretta a Gaza con l’obiettivo di rompere il blocco navale che dal 2008 Israele ha imposto sulla Striscia, per portare non solo aiuti umanitari ma anche le professionalità necessarie alla ricostruzione e rinascita di un territorio martoriato dalla guerra. E così supportare l’autodeterminazione del popolo palestinese.
50 paesi hanno aderito alla missione
Al porto Xiphonio di Augusta, nel siracusano, in Sicilia, fa caldo. In alcuni momenti della giornata sembra estate piena, ma nessuno si lascia distrarre dal tepore del sole o dall’azzurro del mare che luccica: centinaia di attivisti che parlano lingue e hanno abitudini differenti, nati o cresciuti in parti diverse del mondo – circa 50 i Paesi che hanno aderito alla missione – si muovono senza il bisogno di ordini.
C’è chi sistema le barche, 25 quelle che il 25 aprile partiranno dall’Italia, chi prepara gli aiuti umanitari da caricare, il team legale che compila le carte che serviranno in caso di intercettazione della Flotilla da parte dell’esercito israeliano, prima dell’arrivo a Gaza, proprio come è successo durante la scorsa missione, ad ottobre. C’è chi pulisce, chi cucina, chi tiene e chi segue i training, corsi necessari a rendere il più consapevoli possibile i naviganti non solo dei rischi ma anche delle peculiarità e delle condizioni di vita, in alcuni momenti estreme, a cui andranno in contro durante il viaggio in mare, in barche a vela su cui conviveranno con 6, 8, 10 o qualche persona in più per molti giorni, con spazi limitati e pochi comfort: prendersi cura l’uno dell’altro, imparare e gestire maniera sana i conflitti, usare la non violenza come unica arma di difesa sono solo alcuni dei temi trattati durante le intense ore di lezione.
In Palestina per salvare la dignità umana
É in una pausa tra queste che il neopapà e il ragazzo sulla trentina si sono incontrati, parlati per la prima volta e confidati le ragioni che li spingono a dirigersi verso Gaza, senza necessità di barriere, perché a unirli c’è un obiettivo più grande: «Salvaguardare la dignità umana. Lo diciamo da tempo: se in Palestina muore il diritto internazionale tutto il mondo ne paga le conseguenze ed è proprio quello che sta succedendo», spiega Tony La Piccirella, attivista, nel direttivo di Gsf, che per la terza volta proverà a rompere il blocco navale di Israele.
«Il modello Gaza, cioè la negazione dell’accesso ai medicinali, agli aiuti umanitari, alle risorse necessarie alla sopravvivenza si sta già espandendo in altre parti del mondo. Lo abbiamo visto in Venezuela, lo stiamo vedendo in Iran e a Cuba con l’obiettivo di piegare le popolazioni affinché accettino le condizioni degli occupanti, che altrimenti avrebbero considerato inaccettabili», aggiunge La Piccirella convinto che la tensione del contesto geopolitico internazionale - la scadenza del cessate il fuoco Usa-Iran, la fragile tregua in Libano, pesi sulla missione più in termini di urgenza che di rischio: «Quando le democrazie diventano incapaci di dare spazio e voce alle popolazioni, molti sentono di doversi esprimere in maniera più chiara per fare capire che un’alternativa al sistema attuale esiste, nonostante propaganda e repressione puntino a convincere i cittadini del contrario».
Mentre La Piccirella parla, seduto all’ombra del porticato in cui gli attivisti della Flotilla hanno allestito gli uffici, arriva la notizia che alcune delle 38 imbarcazioni partite da Barcellona il 15 aprile - che il 22 arriveranno ad Augusta per unirsi alla flottiglia in porto e alle altre venti che sono partire da Marsiglia - durante la navigazione nel Mediterraneo, arrivate vicino alla Sardegna, hanno ostacolato la rotta della nave cargo Msc Maya. Perché - spiegano gli attivisti - stava trasportando materiali destinati alla produzione di armi verso i porti israeliani di Ashdod e Haifa.
Il blocco navale di Gaza è una linea immaginaria
«Il blocco navale a Gaza è una linea immaginaria che esiste anche perché governi degli altri Paesi, per tutelare gli interessi economici, restano in silenzio. Così romperlo significa anche rendere visibile la catena di complici che ha reso possibile il genocidio nella Striscia, per mettere a fuoco quali sono le radici del problema. La Flotilla è composta di civili: grazie alla nostra libertà di movimento abbiamo ritardato il viaggio della Msc Maya che trasforma in criminale una rotta che dovrebbe essere di solidarietà», conclude l’attivista di Gsf mentre la giornata volge al termine, il sole si abbassa e si alza il vento che agita le decine di bandiere palestinesi legate alle barche quasi pronte a partire per «la più grande missione umanitaria che abbia mai tentato di rompere l’assedio della Striscia di Gaza».
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