L’epoca d’oro della guerra e della pace tra stati nazione si colloca in Europa nel Diciannovesimo e Ventesimo secolo. La pace, tuttavia, non è mai una condizione a cui gli stati tornano di default quando cessano di combattere tra loro. Sono gli stati stessi a impegnarsi a livello politico in un processo di pace e a portarlo a compimento, proprio come creano i presupposti che conducono alla guerra. Stabilendo le condizioni della pace collaborano ed entrano in competizione per assicurarsi la supremazia nell’ambito del sistema internazionale, ma anche per determinarne la natura. Questo sistema internazionale, a sua volta, stabilisce ciò che gli stati possono fare e persino, in un certo senso, quello che sono.

Come la guerra, la pace provoca mutamenti interni nella vita degli stati nazione, modifica i loro rapporti reciproci e disegna una nuova cartina mondiale. Fare la pace significa ridefinire sia la nozione stessa di sovranità sia i limiti geografici all’interno dei quali si applica.

Tre guerre e tre negoziati

Tre “grandi guerre” hanno plasmato in profondità il mondo moderno: le guerre napoleoniche, la Prima guerra mondiale e la Seconda guerra mondiale. Le guerre napoleoniche hanno posto le condizioni per creare un sistema internazionale europeo. Le due guerre mondiali hanno accelerato la distruzione di questo sistema e la sua sostituzione con un altro modello, dominato da due superpotenze ideologicamente opposte.

Sono i negoziati di pace a Vienna nel 1815, a Parigi nel 1919 e a Jalta nel 1945 a scandire questi cambiamenti. Il congresso di Vienna ha ricostruito un sistema statale europeo fondato sulla monarchia che era conservatore ma non reazionario. Nel bene e nel male, la pace del 1815 ha permesso agli europei di estendere il loro sistema internazionale a gran parte del globo. La conferenza di pace di Parigi, a sua volta, ha perpetuato il principio secondo cui la pace tra grandi potenze europee restava il fulcro della pace mondiale. Tuttavia, la mobilitazione di massa e la rimobilitazione dei popoli nel 1914-1918 hanno avuto conseguenze sul dopoguerra.

La democrazia, soprattutto quando si esprimeva per mezzo di identità etniche esclusive, poteva sfociare tanto nella guerra quanto nella pace. Queste identità avrebbero finito per suggellare la distruzione del sistema internazionale incentrato sull’Europa alla fine della Seconda guerra mondiale. Alla conferenza di Jalta, le due superpotenze, quella americana e quella sovietica, si sono spartite il mondo e hanno creato le condizioni per una mobilitazione mondiale della democrazia liberale e del capitalismo contro il comunismo durante la Guerra fredda. Questa divisione ha fornito tuttavia una certa chiarezza nella struttura del sistema internazionale, chiarezza che il mondo non ha più ritrovato dalla fine della Guerra fredda nel 1989.

Il Congresso di Vienna

Gli storici e gli stessi contemporanei consideravano le guerre napoleoniche come la continuazione di quelle della Rivoluzione francese. Da Mosca alla Spagna, i soldati francesi avevano diffuso gli slogan rivoluzionari con il sentimento sincero, seppur all’apparenza paradossale, di combattere per un regime politico che sentivano proprio. Ci è voluta l’unione delle forze delle monarchie europee per battere la Francia napoleonica. Le vicissitudini della guerra furono tali che i trattati di pace che hanno messo fine alle guerre napoleoniche non si sono conclusi durante il congresso di Vienna. Le potenze hanno firmato il primo trattato di Parigi il 30 maggio 1814, prima della cerimonia d’apertura del congresso. E l’atto finale del congresso il 9 giugno 1815, vale a dire nove giorni prima della battaglia di Waterloo.

Le guerre napoleoniche sono finite in realtà durante la firma del secondo trattato di Parigi, il 20 novembre 1815. L’articolo 32 del primo trattato di Parigi faceva esplicitamente riferimento a un congresso generale che doveva tenersi entro due mesi allo scopo di porre in essere, precisa il testo, «gli accordi che devono completare le disposizioni del presente trattato».

Questa clausola trasformò il congresso di Vienna in una immensa messinscena in cui il nuovo sistema internazionale vide la luce e venne reso operativo. La sua magnificenza sarebbe piaciuta al re Sole.

Moltissime sfilate militari, spesso con uniformi confezionate appositamente per l’occasione, hanno accompagnato cerimonie commemorative, spettacoli teatrali e musicali, ricevimenti e balli: il tutto a un costo totale di diverse decine di milioni di dollari odierni.

Durante il congresso, grazie tra l’altro al talento del ministro degli Esteri degli Asburgo, Klemens von Metternich, Vienna è diventata la capitale indiscussa della cultura europea. Naturalmente, come alla corte del re Sole, tutto questo spettacolo aveva uno scopo prettamente politico. Le celebrazioni avevano contribuito a creare l’ordine sociale e internazionale che il congresso voleva rappresentare: un ordine sostenuto da monarchi che conoscevano i trabocchetti del potere e si comprendevano a vicenda.

In fin dei conti, il congresso di Vienna incarnava la fiducia nella restaurazione dell’ordine europeo. Ciononostante, i partecipanti non hanno cercato di ritornare alla situazione antecedente il 1789. La Rivoluzione non aveva soltanto alterato l’equilibrio dei poteri nell’Europa dell’ancien régime, l’aveva davvero distrutto. I diplomatici hanno badato soprattutto a impedire nuove rivoluzioni, inventando mezzi per adeguarsi ai mutamenti in corso.

Se l’“assolutismo” significava semplicemente riconoscere che il potere legislativo apparteneva esclusivamente alla corona, doveva poter trovare un terreno d’intesa con il costituzionalismo. Il “nazionalismo” era stato un’idea guida della Rivoluzione francese, certo, ma solo unito a un idealismo democratico. Nell’Europa del 1814, tuttavia, il “nazionalismo” non aveva lo stesso significato del nazionalismo esclusivo di natura etnica del Ventesimo secolo. Trovava più sostenitori e simpatizzanti tra i nobili che tra i contadini.

Canalizzati nel giusto modo, il costituzionalismo e il nazionalismo potevano essere utili alla stabilità interna degli stati e dei lori rapporti reciproci. I diplomatici del congresso di Vienna hanno adottato il regime monarchico come norma, ma con importanti sfumature.

Per esempio, le grandi potenze hanno acconsentito a malincuore alla restaurazione dei Borbone, compresa la Carta costituzionale (che era tutto tranne che liberale) concessa da Luigi XVIII al popolo francese. Nel caso della Svizzera, il congresso non menzionava nemmeno l’idea di una monarchia e sosteneva il ripristino di una federazione neutrale di cantoni oligarchici. In Germania, non ha cercato di rimettere sul trono un sovrano del Sacro romano impero germanico, ma ha approvato la creazione di una confederazione tedesca la cui unica espressione istituzionale era un’Assemblea federale dal valore ampiamente simbolico, di cui l’Austria presiedeva su base permanente il Consiglio ristretto, composto dagli stati membri.

Il congresso ha cercato in questo modo di differire l’antica lotta tra Austria e Prussia per l’influenza sui territori germanofoni dell’Europa centrale. Il nazionalismo tedesco poteva da quel momento in poi svilupparsi tra un polo austriaco e uno prussiano.

La questione polacca

La questione più spinosa per gli artefici della pace a Vienna nel 1815 – come poi a Parigi nel 1919 e a Jalta nel 1945 – è stata senza dubbio il futuro della Polonia. Divisa tra l’Austria, la Prussia e la Russia nel 1772, 1793 e 1795, la “Polonia” si trovava al crocevia delle politiche delle grandi potenze e dei nazionalismi in piena evoluzione. Il congresso doveva restaurare la Polonia? E in questo caso, chi l’avrebbe governata e quali sarebbero stati i suoi confini?

Lo zar Alessandro I, su consiglio del suo amico polacco, il principe
Adam Jerzy Czartoryski, sosteneva l’idea di una Polonia “indipendente”, ma in realtà vassalla della corona russa. Questa Polonia avrebbe dovuto avere organismi rappresentativi e la servitù della gleba sarebbe stata abolita: libertà completamente sconosciute in Russia.

L’Austria e la Prussia proponevano una “nazione polacca” non territoriale, divisa tra le diverse sovranità della Polonia spartita. In questo modo, i polacchi avrebbero avuto una certa identità politica, indipendentemente dalla casa regnante di cui sarebbero stati sudditi (Hohenzollern, Asburgo o Romanov).

I liberali britannici e francesi, infine, erano favorevoli a una Polonia indipendente dal punto di vista territoriale, anche se il visconte Robert Castlereagh e il principe di Talleyrand propendevano maggiormente per le proposte germaniche.

Sono seguiti mesi di negoziazioni travagliate che hanno dato ragione alla battuta del principe de Ligne: «Il congresso danza molto bene, ma non cammina assolutamente». Alla fine, la Polonia è rimasta divisa. Il regno nato dal congresso è stato posto sotto sovranità russa mentre la Prussia ha ricevuto come compensazione una parte della Sassonia.

Il nazionalismo polacco, infiammato e reso popolare dal Romanticismo, avrebbe ricercato un’incarnazione territoriale durante la maggior parte dei due secoli successivi.

Le norme sugli schiavi

Il congresso di Vienna ha aspirato anche a definire delle norme internazionali che valessero al di fuori dell’Europa. Gli inglesi, per esempio, attribuivano un’importanza particolare all’abolizione della tratta degli schiavi che la Gran Bretagna aveva deciso fin dal 1807, anche se la schiavitù sarebbe stata abolita solo nel 1833.

Niente tormentava i proprietari di schiavi più del ricordo della rivolta vittoriosa scoppiata nell’ex colonia francese di Santo Domingo, che nel 1803 aveva portato alla fondazione di Haiti. Se gli schiavi erano in grado di porre fine alla schiavitù nella colonia più ricca dei Caraibi, avrebbero potuto farlo ovunque.

Gli abolizionisti in Gran Bretagna e altrove consideravano la proibizione del commercio degli schiavi una prima tappa verso l’abolizione della schiavitù. Altri, di contro, ritenevano che la creazione di una popolazione di schiavi in grado di riprodursi da sé fosse essenziale per mantenere l’economia schiavista nell’emisfero occidentale.

Certamente, la Russia, l’Austria e la Prussia, che non possedevano alcuna colonia di schiavi, potevano sostenere l’abolizione della tratta di esseri umani senza rischi. La Francia era pronta ad accettarla in cambio di una sostanziosa contropartita. La Spagna e il Portogallo opponevano la resistenza più accanita perché dipendevano molto di più dall’economia schiavista.

Alla fine, il congresso ha condannato il commercio degli schiavi in quanto contrario alle leggi dell’uomo e ai comandamenti della religione. In cambio dei rispettivi versamenti di 300mila e 400mila sterline da parte della Gran Bretagna, il Portogallo e la Spagna si erano impegnate a proibire il commercio degli schiavi entro otto anni, senza tuttavia tener fede all’impegno.
Il sistema creava nuove norme come meglio poteva, in maniera piuttosto inconsistente e con gli strumenti che aveva a disposizione.

Il “concerto europeo”

Il sistema del congresso di Vienna (chiamato anche “concerto europeo”) ha avuto implicazioni oltre i confini dell’Europa, poiché ha cercato di definire i limiti geografici degli interventi delle potenze europee. Il 20 novembre 1815, Gran Bretagna, Austria, Russia e Prussia firmavano un trattato separato fondando la Quadruplice alleanza. I quattro monarchi sovrani convenivano di ritrovarsi regolarmente per procedere «all’esame delle misure […] che saranno giudicate più salutari per la tranquillità e la prosperità dei popoli e per il mantenimento della pace in Europa» (articolo 6). La Francia ha aderito al patto nel 1818.

Il sistema del congresso di Vienna ha fornito dunque alle grandi potenze europee una struttura per decidere insieme i mezzi attraverso cui preservare la pace, valutando, per esempio, quali forme di agitazione interna minacciassero la stabilità del continente e quali altri importanti argomenti fossero di interesse europeo. Ha autorizzato interventi alleati di entità limitata contro i movimenti insurrezionali in Spagna e a Napoli nel 1820. Di contro, sotto l’influenza della Gran Bretagna e della dottrina Monroe, che vietava ogni tipo di intervento europeo negli affari delle Americhe, il sistema del congresso ha rifiutato di farsi coinvolgere nelle guerre d’indipendenza latinoamericane. Nel contempo, ha soprinteso all’espansione dell’“Europa” appoggiando, nel 1831, la creazione di un regno greco indipendente.

Mentre fino ad allora la Grecia aveva fatto parte dell’impero ottomano, il congresso la aveva trasformata in una questione “europea”. Sostenendo la Grecia, il congresso era irrimediabilmente condannato ad affrontare la “questione d’oriente”: come colmare il vuoto di sovranità creato dal declino a lungo termine dell’impero ottomano?

Nel corso del Diciannovesimo secolo, i Balcani, che prima erano parte dell’impero ottomano, si sono avvicinati all’Europa, proprio come aveva fatto la Grecia. A causa della “questione d’oriente” gli antichi alleati hanno finito per trovarsi su fronti opposti durante la guerra di Crimea (1853-1856), un conflitto che molti considerano la fine del sistema del congresso di Vienna. Ma la guerra di Crimea è stato un conflitto limitato, che si è concluso con il mantenimento dello status quo.

Sono stati l’unificazione tedesca nel 1871 e la nascita di alleanze contrapposte a sgretolare definitivamente l’edificio costruito nel 1815. Nel frattempo, la pace tra le nazioni europee aveva permesso loro di spartirsi gran parte dell’Asia e dell’Africa nel corso di un secolo intero di espansione imperiale.

A Parigi, il sogno di una democrazia mondiale

Lo spettacolare sviluppo degli imperi europei nel Diciannovesimo secolo è stato nello stesso tempo la causa e l’effetto della concorrenza geostrategica tra le grandi potenze. Più possedevano colonie e armi, più cresceva il loro senso di insicurezza.

Nell’agosto 1914, per garantirsi la sicurezza sono entrate in guerra due grandi alleanze: l’Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia zarista) e gli imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria). L’impero ottomano si unì agli imperi centrali nel novembre 1914, e l’Italia all’Intesa nel maggio 1915, seguita dagli Stati Uniti nell’aprile 1917. Il disperato tentativo tedesco di uscire dallo stallo militare sul fronte occidentale, conducendo una guerra sottomarina a oltranza, non lasciava infatti altra scelta agli Stati Uniti se non di partecipare al conflitto.

Il presidente Woodrow Wilson ha trasformato la guerra in una crociata mondiale per la democrazia liberale. Poco tempo prima, la Rivoluzione russa del febbraio 1917 gli aveva agevolato il compito, dal momento che il regime autocratico dello zar Nicola II aveva lasciato il posto a un governo provvisorio democratico, seppur instabile, guidato da Aleksandr Kerenskij. Secondo Wilson e i suoi milioni di sostenitori negli Stati Uniti e altrove, il problema che aveva portato alla Grande guerra era la virulenza dei nazionalismi, per cui la soluzione non poteva essere che un nuovo sistema internazionale fondato su una democrazia mondiale.

Il nazionalismo tedesco era ormai endemico nel Reich e seguiva solo le proprie leggi. Un nazionalismo responsabile di fronte al popolo avrebbe creato, in teoria, stati nazione stabili che non si sarebbero più fatti la guerra a vicenda. Un’organizzazione internazionale potente capace di mobilitare una volontà transnazionale di mantenere la pace avrebbe garantito anche la cooperazione fra stati.

Amici e nemici si accordarono dunque, o sostennero di farlo, sul fatto che i “quattordici punti” di Wilson servissero da fondamento ideologico alla pace. La conferenza di pace di Parigi, nel 1919, si è dovuta assumere il duplice compito di redigere trattati di pace con le potenze sconfitte e di ricreare un nuovo sistema internazionale. Ma, poiché la conferenza si prefiggeva di promuovere la democrazia per mantenere la pace mondiale, la sua ambizione era di gran lunga superiore ai suoi mezzi.

Nessuno, e men che meno Woodrow Wilson, si aspettava che una pace autentica potesse essere stabilita da altre nazioni che non fossero le grandi potenze. Le decisioni, a Parigi, sono state prese in seno a un «consiglio dei quattro» composto da Georges Clemenceau per la Francia, David Lloyd George per l’impero britannico, Vittorio Orlando per l’Italia, e naturalmente Woodrow Wilson per gli Stati Uniti. I quattro uomini politici si sono dati da fare per combinare politiche d’influenza che non avrebbero stonato a Vienna con le direttive liberali del presidente americano. A complicare ulteriormente la situazione c’era il fatto che il costante riferimento alla democrazia mondiale dava ai popoli di tutto il mondo il diritto di una loro interpretazione dei principi wilsoniani. 
Gli aristocratici che avevano stipulato la pace a Vienna avevano potuto considerare che il problema era stato la Rivoluzione francese e non la Francia e il popolo francese; di conseguenza si erano accontentati di esigere un cambiamento di regime, di riportare la Francia più o meno entro i confini anteriori al 1792, e di percepire un’indennità sostanziosa (e solo dopo la battaglia di Waterloo).

Dopo la Grande guerra, i popoli non erano così facili da accontentare. La maggioranza dei tedeschi pensava che la sovranità della loro nuova Repubblica li sollevasse da ogni responsabilità particolare nella guerra. Del resto, la logica wilsoniana dava qualche credito a questa convinzione. I popoli di Francia, Gran Bretagna, Belgio ecc., invece, vedevano i tedeschi e la Germania con altri occhi. E bisognava pure che qualcuno pagasse per il gigantesco costo materiale della guerra.

Ciascun paese aveva anche idee contraddittorie sui confini territoriali. La guerra aveva distrutto definitivamente gli imperi multinazionali degli Asburgo e dei Romanov, l’impero ottomano e il Reich degli Hohenzollern. Wilson, che non è stato l’inventore del principio di autodeterminazione dei popoli, preferiva un nazionalismo liberale capace di eliminare le differenze etniche. Tuttavia, i popoli di gran parte d’Europa e di altri continenti la pensavano diversamente.

Il concetto di nazione

Nutrita da un secolo di Romanticismo e dalle scoperte scientifiche o pseudoscientifiche dell’etnografia, la “nazione” era progressivamente diventata una categoria sempre più esclusiva. In pratica, la democrazia rischiava più di fomentare il nazionalismo che di contenerlo. Popoli diversi, definiti tali su basi etniche, si contendevano gli stessi territori e interpretavano a proprio piacimento i quattordici punti, che il presidente americano aveva enunciato nel gennaio 1918 in un discorso davanti al Congresso sugli obiettivi bellici degli Stati Uniti.

Il discorso fu immediatamente considerato un abbozzo del sistema internazionale wilsoniano, ma conteneva molti punti ambigui e numerose contraddizioni. Per citare solo un esempio, il punto XIII proponeva una Polonia indipendente «che si estenderà sui territori abitati da popolazioni indiscutibilmente polacche», alle quali si doveva assicurare il libero accesso al mare. Una Polonia così definita era letteralmente impossibile perché l’accesso al mare significava inevitabilmente includervi una grande minoranza tedesca. Inoltre nemmeno gli stessi polacchi riuscivano a mettersi d’accordo sui confini del loro paese.

I trattati

La conferenza di pace di Parigi è spesso ridotta al trattato di Versailles con la Germania (28 giugno 1919), mentre ha prodotto quattro altri importanti trattati: il trattato di Saint-Germain-en-Laye con l’Austria (10 settembre 1919); il trattato di Neuilly-sur-Seine con la Bulgaria (27 novembre 1919); il trattato di Trianon con l’Ungheria (4 giugno1920); e il trattato di Sèvres con la Turchia (10 agosto 1920). Sulla questione della colpevolezza per la guerra, tuttavia, il riferimento è stato effettivamente il trattato di Versailles.

Una pace firmata in nome dei popoli implicava la criminalizzazione dei vinti. L’articolo 231, la famosa «clausola di colpevolezza per la guerra», è stato riprodotto quasi identico negli altri trattati: «Gli Alleati e i governi associati affermano, e la Germania accetta, la responsabilità della Germania e dei suoi alleati per aver causato tutte le perdite e i danni che gli Alleati e i governi associati e i loro cittadini hanno subito come conseguenza della guerra loro imposta dall’aggressione della Germania e dei suoi alleati».

Alla fine, poco importava che l’obiettivo principale di questo articolo fosse prettamente giuridico e mirasse a stabilire un fondamento per la richiesta di riparazioni: la Germania e le altre potenze sconfitte hanno sfruttato questa criminalizzazione per delegittimare gli accordi di pace nel loro insieme. Una volta che il principio di autodeterminazione diventò una questione nazionale, fu impossibile tracciare frontiere che accontentassero tutti e persino, a quanto pare, gran parte dei paesi o delle minoranze nazionali.

Il congresso di Vienna aveva creato una commissione statistica, con il compito di censire gli individui all’interno di ciascun territorio. Le era invece espressamente proibito stabilire categorie di abitanti. La conferenza di pace di Parigi si era appoggiata sin dall’inizio alle conoscenze di una nuova scienza sociale: la geografia politica. Geografi ed etnografi autoproclamati assegnavano a specifici gruppi etnici individui che parlavano lingue diverse ma convivevano da secoli. Naturalmente, la conferenza ha avuto i suoi favoriti.

La Cecoslovacchia ha ottenuto i territori storici della Boemia, della Moravia e della Slovacchia, con il risultato che, tra le due guerre, un buon terzo della popolazione non avesse né il ceco né lo slovacco come lingua madre. Quasi un terzo degli individui di lingua ungherese vivevano al di fuori dei confini dell’Ungheria tracciati dal trattato di Trianon. In questi nuovi stati si trovavano ampie minoranze ebraiche e tedesche, animate da profondi risentimenti.

Al momento della firma del trattato di Sèvres, le grandi potenze hanno trascurato le questioni riguardanti la complessa situazione etnografica dell’Anatolia. Durante tutto il periodo tra le due guerre, l’odio etnico è stato onnipresente.

La Società delle nazioni

Il segno più importante lasciato da Wilson sui trattati è stato senza dubbio il patto della Società delle nazioni (Sdn). Questo patto aveva creato un’organizzazione internazionale senza precedenti, composta da due organi: un’assemblea che riuniva tutti gli stati membri e un consiglio formato da cinque grandi potenze e da quattro membri, eletti a rotazione dall’assemblea per un periodo di tre anni. Il consiglio era l’organo più importante, poiché aveva la responsabilità di mantenere la pace mondiale. Ma, come l’assemblea, avrebbe dovuto funzionare in base al principio dell’unanimità, che presupponeva che gli stati fossero guidati da una comunità transnazionale di cittadini del mondo che condividevano un sistema di valori comune.

Gli stati del sistema internazionale wilsoniano non si sarebbero lasciati guidare dall’ossessione per la sicurezza, ma piuttosto da una volontà di pace internazionale e autenticamente liberale. In questo nuovo sistema, il liberalismo si sarebbe imposto sul nazionalismo. In pratica, il concetto wilsoniano della sovranità dei popoli di tutto il mondo avrebbe potuto tradursi in realtà, oppure no.

Nella seconda ipotesi, non c’era ragione di aspettarsi che la Società delle nazioni sarebbe stata una cosa diversa da ciò che alla fine è diventata: un forum che consentiva agli stati di risolvere le loro differenze quando sceglievano di farlo. La Società delle nazioni è stata quello che ne hanno fatto gli stati. Nessuna grande potenza era più gelosa della propria sovranità degli Stati Uniti; il Congresso americano rifiutava di approvare l’adesione del paese alla Società delle nazioni e, per lo stesso motivo, di ratificare il trattato di Versailles.

Il sistema di mandati della Società delle nazioni ha cercato di estendere il principio di sovranità wilsoniano al resto del mondo, almeno in linea di principio. Alcuni ex territori imperiali tedeschi e ottomani erano situati in Africa, nel Pacifico e nel medio oriente arabofono. Questi territori erano «abitati da popoli non ancora in grado di reggersi da sé, nelle difficili condizioni del mondo moderno», recitava il patto, e dovevano dunque essere affidati provvisoriamente alla tutela di uno stato mandatario stabilito dalla Sdn.

Le gerarchie razziali determinavano le caratteristiche dei diversi mandati. Durante la conferenza di pace di Parigi, il Giappone aveva proposto invano un emendamento che stipulasse l’uguaglianza razziale, che avrebbe minato la legittimità del sistema dei mandati. Naturalmente al Giappone imperiale interessava più l’uguaglianza dei giapponesi che degli altri asiatici, per non parlare degli altri popoli. Ma le democrazie liberali non fecero alcun caso a questa proposta. Il liberalismo wilsoniano era per l’inclusione di coloro che possedevano i requisiti per beneficiarne, non di tutti.

Comunque, i mandati non sarebbero stati colonie sotto un altro nome. La sovranità ultima apparteneva davvero ai popoli dei territori sotto mandato, mentre la potenza mandataria doveva render conto alla Società delle nazioni. Per definizione, i territori soggetti a mandato erano destinati a diventare indipendenti, anche se la data della futura indipendenza non era precisata.

I popoli della Siria e dell’Iraq, per citare due esempi, non hanno mai dimenticato la differenza tra un mandato e una colonia. Le frontiere tracciate dalle potenze imperiali per definire e controllare questi popoli continuano del resto ancora oggi a essere un ostacolo alla pace. E i popoli assoggettati alle potenze uscite vincitrici dalla Grande guerra, come la Corea, l’Egitto e l’India, hanno faticato a comprendere perché non meritassero nemmeno la promessa di una futura autodeterminazione.

L’autodeterminazione dei popoli si apprestava a diventare un fenomeno mondiale, indipendentemente dalle intenzioni originarie di Wilson.

Dopo Jalta, superpotenze e zone d’influenza

La Seconda guerra mondiale e i suoi strascichi hanno trasformato il mondo in un sistema autenticamente globale, dominato dalla superpotenza americana e da quella sovietica. Nel 1941, con l’invasione tedesca dell’Unione sovietica in giugno e l’attacco giapponese a Pearl Harbor in dicembre, una guerra regionale asiatica si è fusa con una guerra regionale europea.

Se la Seconda guerra mondiale ha avuto l’esito che conosciamo è perché la democrazia liberale e il comunismo si erano ritrovati dalla stessa parte, guidata da due stati più potenti del Giappone o di qualunque altra grande potenza europea. Lo stato americano e quello sovietico avrebbero creato il loro proprio equilibrio nel dopoguerra, un equilibrio in cui l’Europa è stato uno dei perni più importanti, ma non il solo.

Durante la Guerra fredda, le questioni della guerra e della pace in Europa sono state ampiamente sottratte al controllo degli stessi europei. Dopo la Seconda guerra mondiale non emergerà alcun personaggio paragonabile a Woodrow Wilson, almeno nel senso di un’unica figura capace di appassionare il mondo con la sua idea di un nuovo sistema internazionale.

Franklin D. Roosevelt aveva prudentemente riabilitato gli ideali wilsoniani nel momento in cui gli Stati Uniti si preparavano a entrare in guerra. Durante il conflitto, cominciò a progettare un’organizzazione che prendesse il posto della defunta Società delle nazioni. All’estero come in patria, Roosevelt aveva una forza politica notevole. Winston Churchill, anche se credeva nella democrazia per il suo paese, a livello mondiale restava uno strenuo difensore di un imperialismo che ricordava quello dei secoli precedenti. Sembrava essere il solo a non rendersi conto che la Gran Bretagna imperiale aveva firmato la propria condanna a morte rifiutando di stipulare la pace con la Germania nazista nel 1940. Il declino di un impero ormai esausto è iniziato immediatamente dopo la fine del conflitto. Iosif Stalin, infine, si era messo alla testa del mondo comunista. Tuttavia, nel 1945, non nutriva che un interesse teorico per la dottrina della rivoluzione mondiale e preferiva concentrarsi sul ripristino dei confini dell’impero zarista.

Dopo la Seconda guerra mondiale sarà la potenza a guidare l’ideologia, non viceversa. La conferenza di Jalta, che si è tenuta nel febbraio 1945, non è stata veramente una conferenza di pace nel senso del congresso di Vienna o della conferenza di pace di Parigi. Roosevelt, Stalin e Churchill si incontravano in gran segreto, soprattutto perché era molto pericoloso giungere fino in Crimea in piena guerra. Non esistono minute della conferenza, a parte alcuni protocolli pubblicati in seguito. Non si è firmato alcun trattato.

Del resto, il conflitto militare era ben lontano dal termine. Malgrado l’accanita resistenza tedesca, l’Armata rossa sfondava in Polonia e nella Prussia orientale. Gli Alleati occidentali, invece, avevano appena cominciato a guadagnare terreno dopo la battaglia delle Ardenne, l’ultima offensiva tedesca all’ovest. Nessuno sapeva quando sarebbe finita la guerra contro il Giappone. L’esercito giapponese del Guandong in Manciukuò contava ancora più di 700mila uomini. I giapponesi disponevano di mezzi straordinariamente potenti per contrastare un’invasione alleata sulle loro isole principali, e non era ancora chiaro se la bomba atomica avrebbe funzionato o no.

Inevitabilmente, la pace a Jalta è stata quindi una faccenda più teorica che a Vienna e a Parigi. I Tre grandi, durante la conferenza di Teheran del 1943, avevano stabilito che uno dei principali obiettivi della guerra contro l’Asse sarebbe stato la sua «capitolazione incondizionata». Tradotto in pratica, questo significava che gli stati nemici e i territori sotto il loro dominio sarebbero stati soggetti a una sorta di «amministrazione controllata». Di conseguenza, la maggior parte del pianeta si sarebbe ritrovata, almeno temporaneamente, divisa in zone d’influenza fondate sulla potenza militare: la loro nascita, non solo in Europa ma ovunque nel mondo, ha creato le condizioni per la mobilitazione ideologica del liberalismo/capitalismo contro il comunismo (e viceversa) durante la Guerra fredda.

Gli accordi sulla Germania liberata dal regime nazista illustrano perfettamente la questione delle zone d’influenza, che fu mascherata dietro altri nomi. Dopo la resa, i tre alleati avrebbero rappresentato congiuntamente l’«autorità suprema» del paese. Avrebbero adottato «tutte le misure necessarie a garantire la pace e la sicurezza, ivi compreso lo smembramento della Germania».

La Germania fu temporaneamente divisa in quattro zone di occupazione, dopo che Stalin ebbe accettato, a denti stretti, la creazione di una zona francese, purché ricavata dai settori americano e britannico. I tre vincitori più evidenti della guerra avrebbero ottenuto dall’ex Reich, entro due anni, riparazioni di guerra in natura, metà delle quali sarebbe toccata all’Unione sovietica. Alcune commissioni alleate avrebbero controllato che le riparazioni fossero corrisposte e soprinteso all’amministrazione della Germania occupata. Se alla fine gli Alleati avessero deciso di non collaborare più, avevano almeno già delimitato le rispettive zone d’influenza.

AP

Il destino della Polonia

Il destino della Polonia nel 1945 si è rivelato controverso quanto lo era stato nel 1815 e nel 1919, nonostante la presenza dell’Armata rossa nel paese rendesse in qualche modo più chiara la situazione. Due governi polacchi antagonisti, uno a Londra e l’altro a Lublino, rivendicavano contemporaneamente la sovranità.

I «polacchi di Londra» annoveravano reazionari, socialisti e tutte le sfumature di pensiero intermedie; in comune avevano solo l’irrealistica speranza che una Polonia liberata dai russi restasse al di fuori della sfera d’influenza sovietica. I «polacchi di Lublino», tra cui si contavano i comunisti fedeli a Stalin, avevano seguito l’Armata rossa in Polonia dove avevano cominciato ad amministrare il territorio.

Secondo il protocollo di Jalta, i polacchi di Lublino avrebbero dovuto accogliere dei «capi democratici» provenienti dal governo di Londra e ribattezzarsi «governo provvisorio polacco di unità nazionale». Ma i polacchi di Londra e quelli di Lublino non arrivarono mai a trovare un accordo, nemmeno sul significato della parola «democrazia» nella Polonia liberata.

Per risolvere la questione territoriale polacca, i Tre grandi resuscitarono la linea Curzon, tracciata originariamente nel 1919, e spostarono verso ovest il confine occidentale del paese. Considerevoli territori sono così andati alla Bielorussia e all’Ucraina, che erano due repubbliche sovietiche.

Partendo dal presupposto che la Polonia restava, secondo Stalin, un paese «amico», Jalta in pratica ristabilì i confini degli zar. Esattamente come avrebbero potuto fare Metternich, Castlereagh e lo zar Alessandro I, i Tre grandi si accontentarono di risarcire la Polonia concedendole i territori tedeschi della Slesia, ricchi di miniere di carbone, della Pomerania e della parte meridionale della Prussia orientale: i suoi confini occidentali seguivano ormai il corso dell’Oder e del suo affluente, la Neiße.

Questa modifica territoriale spostava il paese verso l’ovest. Dopo la Prima guerra mondiale, i diplomatici avevano intrapreso l’ingrato compito di far corrispondere le frontiere ai popoli. Dopo la Seconda, i nuovi artefici della pace decisero di seguire l’esempio della Bulgaria, della Turchia e della Grecia dopo la Grande guerra, e di deportare intere popolazioni perché corrispondessero alle nuove frontiere.

Meno di un mese dopo Pearl Harbor, Roosevelt aveva usato l’espressione «nazioni unite» per descrivere l’alleanza mondiale contro l’Asse. Come Wilson prima di lui, cercò di dare una forma istituzionale all’alleanza di forza e diritto che avrebbe permesso di vincere la guerra, ma la nuova organizzazione avrebbe dovuto essere molto diversa dalla sfortunata Società delle nazioni.

Verso le Nazioni unite

Dal 21 agosto al 7 ottobre 1944, alcuni eminenti diplomatici alleati parteciparono a una conferenza segreta nella villa Dumbarton Oaks, a Washington, che pose le basi dell’Organizzazione delle nazioni unite (Onu). A Jalta, i Tre grandi avrebbero chiesto la convocazione di una conferenza internazionale nel 1945, allo scopo di creare ufficialmente la nuova organizzazione. Come la Sdn, l’Onu avrebbe avuto un consiglio e un’assemblea. Ma il Consiglio di sicurezza, diversamente dal Consiglio della Società delle nazioni, avrebbe operato esplicitamente in base al principio del rafforzamento della sicurezza collettiva, riservandosi il potere esclusivo di autorizzare un eventuale ricorso alla forza militare.

Tre grandi potenze (l’Unione sovietica, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna) e due potenze da cui ci si aspettava che avrebbero ritrovato la loro grandezza nel mondo del dopoguerra (la Francia e la Cina devastata dalla guerra civile) ne sarebbero stati membri permanenti. I membri permanenti potevano opporre il veto a ogni risoluzione del Consiglio di sicurezza, a differenza dei membri non permanenti, che all’origine erano sei. Nessun accenno a una volontà generale che avrebbe dettato il comportamento degli stati in seno all’organizzazione. Durante la Guerra fredda, il Consiglio di sicurezza diventò pertanto quello che Stati Uniti e Unione sovietica decisero di farne.

L’Assemblea generale poteva approvare le proprie risoluzioni, ma restavano dichiarazioni perché non costringevano nessun paese ad applicarle. Di fatto, e forse a causa della sua relativa impotenza, durante la Guerra fredda l’Assemblea non è mai stata chiaramente divisa in gruppi opposti. Anzi, quando negli anni Cinquanta e Sessanta, sulla scia della decolonizzazione, sono entrati a farne parte nuovi membri, è diventata una sorta di forum dove si discutevano gli affari mondiali.

«Questa guerra», ha detto un giorno Stalin, rivolgendosi al comunista jugoslavo Milovan Ðilas, «è diversa da tutte quelle del passato; chiunque occupi un territorio gli impone anche il suo sistema sociale. Ciascuno impone il suo sistema sociale fin dove riesce ad arrivare il suo esercito; non potrebbe essere diversamente». Charles de Gaulle ha dichiarato in seguito che lo zar Pietro il Grande non avrebbe risolto la Seconda guerra mondiale in modo diverso dal suo successore comunista.

Appena qualche anno dopo Jalta, l’alleanza del periodo bellico è andata in pezzi e la mobilitazione ideologica contrapposta della democrazia liberale e del comunismo ha iniziato a funzionare a pieno regime. Eppure, in termini di strategia mondiale, i fronti della Guerra fredda non si mossero molto più delle trincee sul fronte occidentale durante la Prima guerra mondiale. Fu necessario attendere gli accordi di Helsinki del 1975 perché gli ex alleati riconoscessero l’inviolabilità dei confini europei stabiliti nel 1945.

La fine della Guerra fredda ha provocato la fine delle zone d’influenza. Le quattro potenze che avevano occupato la Germania non rinunciarono alle divisioni territoriali consecutive alla Seconda guerra mondiale fino al 12 settembre 1990, quando si accordarono ufficialmente sulla riunificazione tedesca.

anni '90 archivio storico

Il tempo della guerra perpetua

Con la fine della Guerra fredda il sogno di Immanuel Kant di una «pace perpetua» sembrava possibile. Una superpotenza e un sistema politico economico avevano imposto la loro egemonia a livello globale. In alcune parti del mondo, le tensioni che avevano impedito l’instaurarsi di una pace autentica nel periodo tra le due guerre sembravano smorzarsi.

Gli stati dell’ex Europa dell’est comunista, nel complesso, non soccombettero all’irredentismo e alle persecuzioni interne delle minoranze etniche, in parte perché alcune violente “pulizie etniche” erano già avvenute sotto l’occupazione nazista e sovietica. Molto semplicemente, c’erano meno minoranze da opprimere.

Dopo il 1989, per oltre due decenni i conflitti sono rimasti confinati ai margini del sistema internazionale. Del resto è difficile immaginare che possano scoppiare «grandi guerre» tra stati oggi, non fosse altro che per l’esistenza delle armi atomiche. Tuttavia, la fine della Guerra fredda non ha portato con sé la pace perpetua, ma piuttosto una guerra perpetua di bassa intensità. Il sistema internazionale stesso ha dato l’impressione di essere sempre più confuso. La capacità degli stati in via di formazione e dei gruppi armati non statali di condurre una guerra superava la capacità degli stati stessi di stabilire la pace.

Alcuni anni dopo il 1989, la guerra etnica è ripresa in Jugoslavia, una delle rare regioni europee a non essere stata “etnicamente ripulita” dopo la Seconda guerra mondiale. Dagli anni Dieci del nuovo millennio in poi, è emersa una nuova forma di competizione universale tra grandi potenze, che vede protagonisti l’“iperpotenza” americana, la Russia, la Cina, il Giappone, e un’Europa economicamente forte ma debole militarmente. L’Europa stessa sembra allo stesso tempo unirsi e dividersi, con una valuta comune e una potente burocrazia transnazionale all’interno di un’Unione europea che lotta contro gli assalti di una crisi economica cronica e il ritorno dei nazionalismi. Il 23 giugno 2016, gli elettori britannici si sono pronunciati tramite referendum al 51,9 per cento contro la permanenza del Regno Unito nell’Unione europea.

Al di fuori dei confini europei, in un certo senso, la guerra è sfuggita al controllo dello stato. Vista in retrospettiva, l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979 è stata una delle prime manifestazioni recenti dei conflitti tra stati e gruppi armati non statali che perdurano ancor oggi. L’Afghanistan rimane, come recita il vecchio adagio, il «cimitero degli imperi»: un territorio strategico ma incontrollabile. Gli attacchi di al-Qaida dell’11 settembre 2001 hanno aperto un nuovo capitolo della guerra tra stati e gruppi armati non statali.

L’espressione del presidente George W. Bush di «guerra contro il terrorismo» ha forse posto involontariamente il problema. Gli stati come possono fare la guerra a una tattica utilizzata da gruppi armati non statali? Nell’ambito di un sistema internazionale fondato sugli stati, esistono due soli modi di fare la pace con un gruppo armato non statale: riconoscerlo come stato o distruggerlo. Che si tratti di al-Qaida o dello Stato islamico, gli stati hanno sempre rifiutato la prima opzione e si sono dimostrati incapaci (almeno per il momento perché la situazione sul terreno evolve di continuo) di perseguire coerentemente la seconda.

Senza dubbio, più di un diplomatico ha dovuto condividere la frustrazione espressa da Judi Dench in Casino Royale (2006), uno dei film su James Bond: «Dio, come mi manca la Guerra fredda».


Il testo è tratto dal volume a cura di Bruno Cabanes, dal titolo Una storia della guerra. Dal XIX secolo ai giorni nostri, appena pubblicato per Bompiani

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