Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, si sta imbarcando in una cruciale missione europea il cui scopo è dare carattere decisionale e sostanza politica al motto “America is back”, la storica promessa di restaurare una qualche forma di protagonismo americano nel mondo dopo gli anni del disimpegno e del ripiegamento dello sguardo dentro ai confini nazionali.

Se il ritiro dall’Afghanistan aveva chiuso un capitolo della proiezione americana globale, esercitata per via diretta, l’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin ha trascinato di nuovo Washington verso le sue responsabilità globali, e Biden questa settimana spiegherà – in presenza, fatto non irrilevante – agli alleati quali sono i prossimi passi della Casa Bianca per affrontare la crisi.  

Lo farà in tutti i formati disponibili – G7, Nato e Consiglio d’Europa – chiudendo la missione con la visita in Polonia. Il presidente americano è accompagnato dalle critiche di chi dice che finora ha fatto troppo oppure troppo poco nella gestione politica, diplomatica, economica e militare del conflitto.

Gli avvocati del disimpegno dicono che avrebbe dovuto condurre da subito Volodymyr Zelensky con mano ferma verso un negoziato per fermare gli scontri, abbandonando velleità di resistenza e desideri di vincolarsi formalmente alle alleanze occidentali.

Chi sostiene un ritorno sulla scena globale del “leader del mondo libero” è stizzito perché ha detto che la no-fly zone è «chiedere troppo», ha fatto naufragare l’ipotesi del passaggio all’Ucraina degli aerei militari polacchi e non è il protagonista assoluto della diplomazia, come accadeva di consueto nelle crisi internazionali ai tempi del mondo “unipolare”. 

A seconda degli osservatori, il presidente è troppo incerto o troppo interventista, eccessivamente spaventato da un’escalation militare o eccessivamente aggressivo verso una potenza che reagirà all’isolamento e all’umiliazione proprio con una escalation militare.

Questa ambivalenza di giudizio è anche un riflesso dell’opinione pubblica americana: secondo un sondaggio della Cbs, la maggioranza degli americani approva l’istituzione di una no-fly zone sull’Ucraina, ma cambia idea – trasformandosi in esigua minoranza – quando gli viene spiegato cosa significa istituire una no-fly zone. 

Leader multipolare

Copyright 2022 The Associated Press. All rights reserved

Biden, in realtà, sta dando una robusta e coerente prova di leadership nel nuovo mondo multipolare. Significa che la Casa Bianca agisce direttamente ma costringe anche gli alleati a prendersi le proprie responsabilità in una crisi stratificata che impone sforzi comuni, convergenze, triangolazioni e trattative bilaterali coordinate.

La linea di Biden ha prodotto fin qui effetti non trascurabili in ambito militare, sanzionatorio e diplomatico. La Casa Bianca ha stanziato 3,5 miliardi di dollari per gli aiuti militari all’Ucraina. Per fare un paragone, fra il 2014 e il 2022 – cioè nel periodo successivo all’annessione de facto della Crimea –  gli Stati Uniti hanno dato al paese 2,7 miliardi per gli armamenti.

Fra le armi date agli ucraini ci sono missili anticarro, antiaerei e droni, elementi cruciali nel far naufragare lo scenario di una rapida conquista che aveva in mente Putin. Il pacchetto approvato dal Congresso lascia spazio per nuovi stanziamenti.

Alle forniture militari vanno aggiunti gli aiuti in altri settori: 3 miliardi di dollari per gli apparati di intelligence e quasi 7 miliardi di aiuti “tradizionali”, fondi da ripartire in varie voci, dagli aiuti umanitari al contrasto alla propaganda del Cremlino.

Oltre a questo, che non è poco, Biden ha ottenuto l’incremento del budget della difesa di alcuni alleati fondamentali, cosa che gli americani chiedono da decenni ai colleghi della Nato, inascoltati.

La decisione della Germania di portare la spesa militare al 2 per cento del Pil provoca qualche nervosismo a Washington, dove la linea è sempre quella di evitare l’emergere di una potenza egemone in un quadrante di primario interesse per gli Stati Uniti, ma è un passo nella logica di una difesa comune e di indipendenza strategica europea che solleva l’America da responsabilità ampiamente indicate come troppo gravose per questa fase storica.

Certo, Biden resiste alle ipotesi di un impegno militare che metta le truppe russe direttamente a confronto con quelle della Nato, ma gli sforzi prodotti per armare gli ucraini hanno già cambiato il corso di un conflitto che sulla carta sembrava senza storia.

Sanzioni

Biden è anche l’architetto di un impianto sanzionatorio senza precedenti verso la Russia. L’America ha avuto gioco facile nell’estendere le sanzioni anche al settore energetico, terreno in cui l’Europa ha evidenti limiti di manovra, ma ha ottenuto dagli alleati impegni e sforzi che finora erano inimmaginabili.

Alcune divergenze fra gli stati europei sulle sanzioni sono ancora oggetto di dibattito, ma le fratture principali si sono saldate anche e soprattutto grazie alla leadership americana, che ha lavorato per fornire rassicurazioni agli alleati.

La Casa Bianca ha guidato questo percorso da prima dell’invasione del 24 febbraio, condividendo con gli alleati, e spesso anche pubblicamente, un flusso di informazioni che ha svelato le manovre e anticipato le intenzioni del Cremlino, una campagna martellante che è stata fondamentale nel coordinare gli sforzi contro la Russia.

Sono forme di guida indiretta degli eventi globali coerenti con la postura di un presidente che si muove in uno scenario multipolare. La sua decisione geostrategica più importante prima della guerra in Ucraina è stata la costituzione della partnership ibrida Aukus – con Regno Unito e Australia – in funzione anticinese, esempio di sigla “creativa” che fa apparire le iniziative unilaterali americane come fossili di un passato perduto.

Diplomazia

I critici dell’operato di Biden dicono che il presidente non è abbastanza impegnato nelle trattative diplomatiche per fermare il conflitto. Ma anche su questo fronte l’atteggiamento della Casa Bianca sembra figlio di un nuovo paradigma: è lontana l’epoca in cui i presidenti americani facevano da mediatori diretti di tutte le crisi, da Dayton a Oslo, e ancora più lontano sembra il modello dilettantesco di Donald Trump che, confondendo la diplomazia con un affare immobiliare, fantasticava di risolvere controversie ataviche sedendosi al tavolo con Kim Jong-un o Putin.

Biden ha tenuto aperto il canale di dialogo con il principale rivale strategico globale, la Cina di Xi Jinping, e coordina le iniziative diplomatiche dell’area europea con Olaf Scholz, Emmanuel Macron, Boris Johnson e, in subordine, Mario Draghi.

Ma la Casa Bianca ha anche creato spazi per le iniziative diplomatiche di altri attori, come la Turchia e Israele, che sfruttando leve vantaggiose e convergenze d’interesse possono tentare opere di mediazione che potrebbero risultare più efficaci di un’iniziativa guidata direttamente dalla Casa Bianca. Anche questo è multilateralismo.

Nella crisi ucraina, Biden cammina sullo scivoloso crinale fra assertività e “leading from behind”, ma la combinazione dei due elementi ha già contribuito a generare riposizionamenti e decisioni prima inimmaginabili, e i vertici di questa settimana promettono di illustrare nuovi passi per contrastare l’aggressione della Russia. Troppo poco per il leader del mondo libero? Forse è abbastanza per il leader del mondo multipolare. 

© Riproduzione riservata