Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian avrebbe incontrato l’ayatollah Mojtaba Khamenei «in occasione dell’inizio del terzo anno di mandato di quest’ultimo». Lo riportano i media iraniani, tra cui l’emittente statale Press Tv, secondo cui i due avrebbero «discusso a lungo delle sfide che il paese deve affrontare, tra cui le esigenze di sostentamento della popolazione, la terza guerra di aggressione in corso, le prospettive future, gli sviluppi militari e la collaborazione economica con i partner stranieri». 

L’anniversario dell’insediamento di Pezeshkian cadeva il 30 luglio. Per questo, se l’incontro venisse confermato sarebbe avvenuto nei giorni scorsi.

Mojtaba Khamenei non ha mai fatto apparizioni pubbliche da quando ha sostituito il padre, ucciso negli attacchi di Israele e Stati Uniti. «A breve», ha fatto sapere Qasem Qoraishi, vice comandante dei Basij a Mizan, l’organo di informazione ufficiale della magistratura iraniana, Teheran pubblicherà i filmati della Guida suprema. 

Lo stretto di Hormuz

«La strategia dell’Iran è preservare lo Stretto di Hormuz e non lo riapriremo finché gli Stati Uniti non soddisferanno pienamente le nostre condizioni». Lo ha ribadito il portavoce delle Guardie rivoluzionarie, Hossein Mohebi, che ha definito lo Stretto «un territorio di battaglia, non solo una via d’acqua». 

Secondo Mohebi questo conflitto è l’unico in cui «gli Stati Uniti accettano la sconfitta senza aver ottenuto alcun risultato», anche perché – ha aggiunto – Teheran li ha costretti «a rincorrere unicamente la riapertura di Hormuz» dimenticando gli obiettivi precedenti. 

Allo stesso modo, il segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale Mohammad Baqer Zolqadr ha invitato gli Usa a correggere il loro comportamento, cioè: «L’Iran non deve mai essere minacciato con alcun linguaggio e non si deve insultare ciò che è sacro per questa nazione. Porre fine per sempre alla guerra e all’aggressione contro l’Iran e i suoi alleati in Libano, Palestina, Yemen e Iraq. Rimuovere il blocco navale strategico e ritirare le proprie forze militari (marittime e aeree) dai dintorni dell’Iran. Revocare le sanzioni crudeli e illegali contro la nazione iraniana. Sbloccare incondizionatamente i beni congelati e rubati del popolo iraniano».

L’accordo con l’Oman

Sabato Teheran ha fatto sapere che un accordo con l’Oman sul controllo dello Stretto era vicino, ma non sufficiente a ripristinare il traffico attraverso Hormuz. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi, riporta Reuters, aveva infatti precisato che la sua riapertura dipende da altre condizioni, come quelle elencate da Zolqadr. 

L’accordo con l’Oman, vicino anche per gli Stati Uniti, è considerato fondamentale, spiega Reuters, per il raggiungimento di un accordo più ampio che mira a porre fine alla guerra con gli Usa. Mascate però ha condannato, senza puntare il dito contro nessun paese, i ripetuti attacchi contro le navi in transito, da «evitare» perché rischiano di «compromettere questi negoziati e progressi compiuti», ha dichiarato il ministero degli Esteri. 

Ad ogni modo, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian considera questo il momento migliore per raggiungere un accordo. «Nel paese c’è coesione, forza e unità e, per quanto ne so, l’Iran è considerato vittorioso e potente in questa guerra», ha dichiarato ai media iraniani, ripresi da AlJazeera. Washington, ha sottolineato Pezeshkian, avrebbe dovuto istituire un canale per affrontare le violazioni del cessate il fuoco. Ha però riconosciuto che «le violazioni si verificano in ogni memorandum d’intesa». Ora occorre valutare come risolverle, «e su questo si sta lavorando nei negoziati con l’Oman».

La produzione di armi Usa

Nel frattempo, a fronte della grave carenza di armi segnalata nelle ultime settimane da diversi media Usa, il Pentagono ha chiesto alle industrie della difesa di accelerare rapidamente la produzione e la consegna. A rivelarlo, un memo interno al dipartimento di cui il Washington Post ha preso visione.

Il vice segretario alla Difesa Steve Feinberg mercoledì ha scritto ai vertici del settore fornendo massimo 21 giorni per presentare piani volti a garantire «tempistiche di consegna significativamente più rapide e aggressive e/o un incremento della produzione per capacità critiche». I cicli di produzione che durano anni, per Feinberg, «non sono accettabili» e occorre «accelerare drasticamente» per «espandere subito la nostra capacità produttiva».

Nonostante le molteplici inchieste dei quotidiani statunitensi, che hanno rivelato come la guerra con l’Iran abbia portato gli Usa a una penuria di scorte, il presidente Donald Trump continua a smentire, sostenendo che Washington disponga di «enormi quantità» di munizioni e armi.

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