Morti in un raid i capi della sicurezza nazionale e delle milizie paramilitari Basji. Khamenei jr rifiuta ogni ipotesi di negoziato: «Non è giunta l’ora della pace»
L’ultimo a cadere sarebbe Ali Larijani. I vertici dell’Idf sono sicuri che il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale sia stato ucciso in un attacco mirato vicino Teheran. Oltre a lui, a perdere la vita è stato il comandante delle forze Basij (forza paramilitare dei Pasdaran), Gholamreza Soleimani.
Se confermato, sono indubbiamente due duri colpi per il regime iraniano. Larijani sarebbe la più alta carica iraniana a morire in guerra dall’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei.
L’esultanza di Bibi
«Questa mattina abbiamo eliminato Ali Larijani, il capo delle Guardie Rivoluzionarie, la banda di criminali che di fatto governa l’Iran», ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu in un discorso trasmesso in tv dopo giorni in cui non appariva pubblicamente. Nel suo messaggio Netanyahu ha esortato la popolazione – ancora una volta – a rovesciare il regime. «Non avverrà tutto in una volta, non sarà facile. Ma se persisteremo in questa strada, daremo agli iraniani la possibilità di prendere in mano il proprio destino», ha detto. Ma sembra oramai l’unico a credere in un regime change nel breve periodo.
Larijani era sicuramente una delle figure più centrali dell’apparato iraniano, considerato “filosofo del regime”, uno degli architetti dell’attuale sistema repressivo e uno degli uomini ad aver ordinato l’uccisione di migliaia di manifestanti durante le ultime ondate di proteste. Per i Khamenei era un uomo fedele, pragmatico e saldamente attaccato agli ideali della rivoluzione islamica.
Solo qualche giorno fa dalla piazza in cui si trovava aveva deriso il presidente Usa Donald Trump per un raid avvenuto a poche centinaia di metri dal palco dove teneva un suo comizio. Il raid è «un segno di disperazione», aveva detto aizzando la folla. Dalle Guardie rivoluzionarie al momento non arrivano conferme della sua uccisione. Ma vivo o morto che sia, i Pasdaran fanno sapere che si tratta comunque di «una vittoria per la Repubblica islamica e una sconfitta per Israele». Se è un martire «è un onore». Se non lo è, potrà continuare a guidare la guerra.
Neanche il tempo di piangere gli 84 marinai della nave Iris Dena, affondata da un missile Usa a largo dello Sri Lanka, che a Teheran si rischiano quindi di celebrare altri funerali di alto rango. Le 84 salme sono state infatti collocate ieri in 34 aree di Teheran per ricevere l’ultimo saluto pubblico. «Devono sapere che all’ombra del nome di ciascuno di questi martiri di alto rango, si alzeranno migliaia di altri uomini coraggiosi», ha detto il presidente Masoud Pezeshkian.
Il conflitto prosegue nonostante tutto. Secondo Reuters, la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei avrebbe anche respinto le proposte giunte da due paesi mediatori per ridurre l’escalation e arrivare a un cessate il fuoco con Washington. «Non è il momento giusto per la pace», ha sentenziato la nuova Guida. Un’ulteriore dimostrazione di come non basti decapitare la leadership iraniana per portare il regime alla resa.
La stretta di Hormuz
Sale a 21 il numero delle navi colpite nello Stretto di Hormuz mentre i leader Ue si defilano da un’operazione militare nell’area per far ripartire la navigazione, nonostante il presidente Trump continui a cercare sponde nella Nato. «Non siamo parte del conflitto pertanto, la Francia non parteciperà mai all’operazione per l’apertura o la liberazione dello Stretto di Hormuz nel contesto attuale», ha affermato il presidente francese Emmanuel Macron in una nota dell’Eliseo al termine di una riunione del Consiglio di Sicurezza.
Sulla stessa linea anche il governo polacco, che ha confermato che non invierà né truppe né navi nella regione. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha chiesto invece un intervento più ampio da ragionare in sede Onu.
Secondo la Casa Bianca la situazione dovrebbe stabilizzarsi nel giro di poche settimane. Una stima attualmente irrealistica. Alla coalizione per garantire la navigazione dello Stretto, per il momento, hanno risposto soltanto i diretti interessati: i paesi arabi del Golfo e Israele.
In Libano, intanto, si aggrava il bilancio delle persone uccise dall’Idf. Sono 912 dal 28 febbraio scorso, i feriti, invece, hanno superato quota 2.221. La crisi umanitaria nel paese si aggrava a ritmi devastanti: più di un milione gli sfollati secondo quanto confermato dal ministero degli Affari sociali.
Negli ultimi raid nel sud del paese sono stati uccisi anche tre soldati dell’esercito libanese nell’area di Nabatyieh. «L’incidente è sotto esame», fa sapere l’Idf che ieri ha eseguito altri attacchi su Teheran, Shiraz e Tabriz colpendo anche siti di produzione di missili. Secondo i siti di informazione della diaspora iraniana, negli ultimi raid sarebbero stati uccisi almeno 300 combattenti delle foze Basij.
Droni sull’ambasciata
Tre droni carichi di esplosivo hanno preso di mira l’ambasciata degli Stati Uniti vicino all'aeroporto di Baghdad, in Iraq. Gli Emirati Arabi Uniti, invece, hanno intercettato ieri 10 missili balistici e 45 droni.
Ma la guerra regionale ha però anche un effetto più ampio a livello globale e non solo per quanto riguarda il mercato energetico. Se il conflitto in Medio Oriente prosegue fino a giugno ci sarebbero 45 milioni di persone a rischio insicurezza alimentare. Per il vicedirettore esecutivo del World food programme, Carl Skau, «questo porterebbe i livelli di fame nel mondo a un record: è una prospettiva terribile».
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