Non si è fatto né vedere né sentire. La prima “apparizione” pubblica di Mojtaba Khamenei nelle vesti di nuova guida suprema iraniana non è stata quello che tanti si aspettavano. Il suo primo discorso alla nazione è stato letto da una giornalista in diretta nazionale, mentre in sovraimpressione c’era un’immagine con il suo volto e la bandiera iraniana. Che sia stata una scelta comunicativa per proteggersi dagli attacchi di Stati Uniti e Israele o una costrizione per motivi di salute, non è ancora chiaro.

Di sicuro è stata una scelta che alimenta sospetti sulle sue reali condizioni di salute. La versione ufficiale è che Mojtaba Khamenei abbia una frattura in una delle due gambe e delle ferite al volto, causate dall’attacco del 28 febbraio nel quale è stato ucciso suo padre e altri cinque membri della famiglia.

Le voci che circolano nelle ultime ore, invece, riportano condizioni di salute più gravi, tanto da impedirgli di pronunciare il suo discorso di insediamento in un contesto di guerra. Un segnale di debolezza per i fedeli, abituati a vedere Alì Khamenei in pubblico e nelle moschee.

Continuità

Quello di Mojtaba non è stato un messaggio particolarmente carismatico, ma le linee guida date al popolo iraniano e alla sua leadership militare mostrano che il regime change è un obiettivo al momento lontano e irrealistico. Lo sa anche l’intelligence Usa. Una fonte citata da Reuters ha fatto sapere che la «leadership dell’Iran è intatta» e «non rischia crollo immediato».

Khamenei ha detto che prendere il posto di suo padre è «un compito molto difficile», ha invocato l’unità nazionale e ha ringraziato i «nostri coraggiosi combattenti, che in un momento in cui la nostra nazione e la nostra amata patria sono state ingiustamente attaccate dai leader del fronte dell'imperialismo, hanno bloccato il cammino del nemico».

Da qui la promessa di «vendetta per i martiri» e per il bombardamento alla scuola Minab dove sono morte più di 160 studentesse. Una vendetta in cui non esclude l’allargamento del conflitto ad altri fronti «dove il nemico ha poca esperienza ed è estremamente vulnerabile». Ma per ora la strategia rimane la stessa: proseguire il blocco dello Stretto di Hormuz per aumentare le pressioni anche sulla comunità internazionale e prendere di mira le basi militari di Washington nella regione. Proseguono, quindi, gli attacchi a navi e petroliere che si trovano nei paraggi del tratto marittimo.

Nelle ultime 76 ore sono sei quelle colpite dai Pasdaran. Ad agitare i mercati sono anche le dichiarazioni del segretario all’Energia Usa, Chris Wright, secondo cui l’esercito «non è pronto» a scortare le petroliere. «Accadrà relativamente presto, ma non può accadere ora», ha detto Wright alla Cnbc.

Alle sue dichiarazioni si aggiungono quelle del segretario al Tesoro Scott Bessent: «Credo che, non appena sarà militarmente possibile, la Marina degli Stati Uniti, forse insieme a una coalizione internazionale, scorterà le navi attraverso lo Stretto», ha detto. Il vice ministro degli Esteri iraniano, Majid Takht-Ravanchi, ha detto che Teheran ha garantito il passaggio dello Stretto ad alcuni paesi, ma «non a quelli che hanno aderito all’aggressione non dovrebbero beneficiare del passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz».

Fronte allargato

In linea con il presidente Masoud Pezeshkian, Khamenei ha affermato che l’Iran crede nell’amicizia con i paesi vicini e che continuerà a colpire solo le basi degli Stati Uniti se non decideranno di chiuderle. Basi che ieri sono state prese di mira sia negli Emirati Arabi Uniti che in Iraq, dove a Erbil c’è stato anche l’attacco contro il contingente italiano senza riportare vittime o feriti.

Nuovi attacchi sono piombati sull’aeroporto del Kuwait, mentre Hezbollah ha lanciato circa 200 razzi contro lo Stato ebraico. «Siamo pronti a ogni scenario e preparati a una lunga guerra», ha fatto sapere uno dei vertici del movimento. Da parte sua il ministero degli Esteri israeliano ha denunciato che un missile dei Pasdaran ha colpito Gerusalemme a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia.

In Iran, invece, si sono sentite diverse esplosioni nell’impianto nucleare di Fordow, già attaccato nel giugno del 2025, e si sono registrati danni al sito di Taleghan, nel complesso militare di Parchin a 30 chilometri da Teheran. E mentre la guerra prosegue aumenta il numero delle vittime: 687 in Libano, oltre 1.300 in Iran.

Come se non bastasse secondo l’Unhcr ci sono almeno 3,2 milioni di sfollati interni nel paese ancora governato dagli ayatollah.

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