«Continuiamo a navigare, compagni pirati della pace. Con la gioia della liberazione di Thiago e Saif». Sono queste le prime parole che si diffondono tra i naviganti della missione primaverile della Global Sumud Flotilla quando arriva sulle barche, in viaggio verso la Turchia, la notizia che i due attivisti, membri dello steering committee di Gsf, Avila e Abukeshek, saranno finalmente rilasciati. La conferma dell’imminente scarcerazione arriva anche dal ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares.

Solo tre giorni fa l’Onu aveva chiesto a Israele di rilasciare immediatamente i due detenuti. Ora la decisione: prima trasferiti in un centro per l’immigrazione dove resteranno in custodia delle autorità israeliane. Poi deportati fuori dallo Stato ebraico, attraverso il valico con l’Egitto. A confermarlo anche una nota di Adalah, l’organizzazione per i diritti umani che difende gli attivisti di Gsf, in cui gli avvocati fanno sapere di essere stati informati direttamente dall’agenzia di intelligence israeliana Shabak.

Gioia e preoccupazione

«Continuiamo a monitorare gli sviluppi per assicurarci che il rilascio dalla detenzione avvenga effettivamente, seguito dalla loro espulsione da Israele nei prossimi giorni», aggiungono i legali che, come tutti a bordo della flotta di civili diretta a Gaza, tirano un enorme sospiro di sollievo alla notizia della prossima liberazione dei due attivisti.

La gioia, però, non scaccia del tutto la preoccupazione: «Non saremo tranquilli finché Thiago e Saif non saranno lontani da Israele. Non smetteremo di mobilitarci finché non saranno a casa sani e salvi», si dicono tra di loro gli attivisti, tornati a essere quasi 400 dopo la ripartenza dalla Grecia, mentre la Flotilla raggiunge le acque territoriali turche, dove si aggiungeranno circa una quindicina di altre imbarcazioni, e una motovedetta della guardia costiera locale arrivata per scortare le barche verso terra.

Presi dalle forze israeliane durante la notte dell’intercettazione, tra il 29 e il 30 aprile, in acque internazionali vicino a Creta, a circa 1000 chilometri da Gaza, mentre erano a bordo di Eros I, barca che batteva bandiera italiana, Avila e Abukeshek, al contrario delle altre circa 180 persone fermate in mare, non sono mai stati consegnati alle autorità greche.

Trattenuti a bordo della nave-prigione israeliana, sono rimasti per giorni rinchiusi nel centro di detenzione di Shikma, ad Ashkelon, nel sud di Israele, sospettati di «attività illegali» e «legami con un’organizzazione terroristica» sulla base di prove che, hanno fatto sapere gli avvocati di Adalah, sono state tenute segrete anche a loro.
Entrambi in sciopero della fame dal momento del fermo, Abukeshek anche della sete dal 5 maggio, sarebbero stati tenuti in isolamento totale, in celle con illuminazione intensa 24 ore su 24, bendati per ogni spostamento, minacciati, maltrattati e torturati psicologicamente.

La portavoce

«Premetto che la felicità e il sollievo sono infiniti perché eravamo preoccupatissimi. Sappiamo quello di cui sono capaci gli israeliani, soprattutto quando si tratta di attivisti e militanti antisionisti, a maggior ragione noti come Thiago e Saif che è anche palestinese», commenta Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, appena arrivata in Turchia per accogliere le barche partite da Ierapetra, a cui nella traversata si sono aggiunte anche le 5 greche partite da Syros, che stanno arrivando a Marmaris.

«Ma non nascondo che la notizia mi ha sorpreso. Non mi aspettavo che la liberazione sarebbe avvenuta così presto. Non vediamo l’ora di riabbracciarli. Ora, però, la cosa più importante è che facciano le visite mediche e rivedano le loro famiglie», spiega ancora Delia, certa che il risultato sia stato raggiunto anche grazie alla pressione politica internazionale che la Global Sumud Flotilla ha generato grazie alle piazze di nuovo piene dopo il loro arresto, le mobilitazioni, i presidi e al lavoro svolto dall’organizzazione dietro le quinte.

«Anche Israele ha dovuto cedere. Questa è una batosta notevole per loro. Oggi ci godiamo la felicità ma non abbassiamo la guardia. Non possiamo ancora sentirci al sicuro», conclude la portavoce della delegazione italiana. Mentre Gsf in una nota scrive: «Continuiamo a mobilitarci per fare pressione affinché tutti i prigionieri palestinesi vengano liberati. Chiediamo giustizia per i crimini israeliani e per i loro complici».

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