La Global Sumud Flotilla riparte. E quando lo annuncia, dalla grande assemblea che si è tenuta oggi a Marmaris con tutti i partecipanti alla missione, la risposta è un boato di applausi, grida, «Free Palestine».

Dalle coste meridionali turche, in un paio di giorni, la flotta di civili intenzionata a rompere l’assedio israeliano sulla Striscia, «Break the siege», dovrebbe tornare a navigare nel Mar Mediterraneo. La rotta da percorrere per raggiungere le spiagge di Gaza non è ancora definita e, anche se lo fosse, sarebbe necessario non rendere pubblico il percorso per evitare di far cadere sui naviganti ulteriori rischi oltre ai tanti che già pesano sulle loro spalle, insieme alla responsabilità enorme di riportare in auge la legalità in un mondo in cui sembra che sia chi è più forte a dettare legge.

E in un momento in cui anche gli ideali di pace, comunità e ripudio della guerra da cui il progetto dell’Unione Europea ha preso forma appaiono in crisi profonda, quotidianamente. Ancora di più agli occhi di persone che scelgono di mettere in pericolo le loro vite perché credono nella possibilità di abitare società più giuste, e uguali, libere ma si trovano di fronte all’inazione dei rispettivi governi che preferiscono il silenzio alla tutela della sicurezza dei propri cittadini che senza infrangere alcuna legge hanno deciso di prendere parte a una missione che oltre al chiaro obiettivo politico ne ha anche uno pratico importante: portare aiuti e professionalità a Gaza per favorire la ricostruzione e supportare una popolazione che quando non muore per il fuoco israeliano lo fa per fame o malattia, nonostante il cessate il fuoco e il Board of Peace.

«Facciamo quello che i nostri governi non fanno. Per questo non possiamo fermarci». È questa la ragione più diffusa che spinge a ripartire le circa 500 persone su una cinquantina di barche che compongono la flottiglia. Nonostante gli impegni personali, l’escalation di violenza annunciata dalle autorità israeliane, la praticamente certezza di essere di nuovo intercettati in mare, i timori e una nuova ondata di maltempo in arrivo che, senza la protezione di Greenpeace e Open Arms (anche la ong spagnola non proseguirà il viaggio), renderà più pericolosa la navigazione ma soprattutto l’eventuale abbordaggio da parte delle forze israeliane che, visto quello avvenuto in acque praticamente europee, potrebbe succedere in qualsiasi momento.

«Abbiamo capito che l’orange zone è ovunque», spiega Adriano Veneziani di Gsf, mentre comincia la grande assemblea generale in cui i partecipanti si sono riuniti per discutere strategie e modalità di azione. Si dice pronto a tutto, a disposizione delle necessità di Global Sumud per ruolo e per ciò che farà durante la missione. La stessa dedizione si legge negli occhi di tanti.

Ad aprire e chiudere la discussione tra i partecipanti seduti al centro di un grande prato accanto al mare, durata quasi tutta la giornata anche Saif Abukeshek: «La mia preoccupazione più grande era non sapere come raggiungervi» dice appena prende il microfono in mano, felice di essere di nuovo con la Flotilla dopo i 10 giorni di detenzione, insieme a Thiago Avila, nella prigione israeliana: «Dobbiamo ricordarci che la solidarietà non è un momento. È un’azione permanente. Questo significa che siamo qui non solo per navigare ma per non smettere mai di provare a farlo», aggiunge, convinto che sia necessario non solo per la Palestina ma per tutta l’umanità.

«Anche se abbiamo un passaporto più debole di quello europeo, non abbiamo paura di Israele», dice Gorkeim Duru, 39 anni, di Istanbul, membro del Workers’ Democracy Party, espressione del trotskismo in Turchia e dell’internazionalismo socialista. Duru era già a bordo della Flotilla, viaggiava su Ghea, tra le imbarcazioni intercettate nella notte tra il 29 e il 30 aprile, e adesso fa parte dell’equipaggio di terra che ha contribuito anche alla preparazione delle barche turche: «L’anno scorso Erdogan ha utilizzato a suo favore la Flotilla. Anche quest’anno gioca a fare il protettore, nella realtà, però, non ha interrotto le relazioni con Israele. A questo si sono aggiunte le pressioni che Trump sta facendo sul governo turco per non farci partire. Nessuno sa quello che potrà succedere», spiega a proposito del fatto che la Turchia potrebbe non permettere, tramite cavilli burocratici, la partenza delle barche, anche questa una delle tante possibilità sul tavolo della discussione durante l’assemblea.

A chiuderla «Sheel sheel ya ajmal sheel», voce e violino, la canzone palestinese diventata popolare in tutto il mondo dopo che un maestro a Gaza ha usato il ronzio dei droni israeliani per riprodurla e insegnarla ai suoi studenti.

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