Dopo il voto americano si apre la possibilità di ricostruire un rapporto transatlantico fondato sui valori democratici, sulla cooperazione internazionale e sul rispetto del diritto
La vittoria dei democratici nelle elezioni americane di midterm apre una fase di riflessione che va ben oltre gli equilibri politici interni agli Stati Uniti. Il suo significato non riguarda soltanto il ridimensionamento di Donald Trump e la sua impostazione nazionalista, ma investe una questione più ampia: quale ruolo intendono svolgere gli Stati Uniti in un mondo attraversato da conflitti, rivalità tra potenze e profonde trasformazioni degli equilibri internazionali? E soprattutto, quale rapporto vogliono ricostruire con l'Europa?
Il risultato elettorale restituisce innanzitutto centralità alla domanda di un diverso indirizzo politico: le preoccupazioni economiche, le tensioni sociali, la qualità dei servizi pubblici e il crescente disagio di una parte dell'elettorato hanno contribuito a riportare al centro del confronto il rapporto tra governo, cittadini e istituzioni. La responsabilità dei democratici consiste ora nel dimostrare di poter trasformare il consenso ottenuto in una proposta politica capace di affrontare le difficoltà del Paese e, contemporaneamente, di restituire agli Stati Uniti una funzione riconoscibile nella comunità internazionale. È su questo aspetto si concentra inevitabilmente l’attenzione dell’Europa.
Il dialogo con l’Europa
La vittoria democratica può riaprire uno spazio di dialogo, ma non è sufficiente, da sola, a garantire il ritorno a una relazione equilibrata. Occorre una scelta politica precisa: riconoscere che l’alleanza tra le due sponde dell’Atlantico non può fondarsi esclusivamente sulla convergenza degli interessi economici e militari. Deve ritrovare le proprie ragioni nella comune adesione ai principi democratici, al multilateralismo e alla legalità internazionale.
Le differenze tra le diverse sensibilità del partito democratico americano riguardano il modo di interpretare queste responsabilità. Da una parte vi è l’area centrista che considera indispensabile mantenere una forte leadership statunitense attraverso le alleanze, la deterrenza e la competitività industriale; dall’altra l’ala progressista richiama l’attenzione sui costi e sulle contraddizioni di una politica internazionale troppo spesso affidata alla superiorità militare.
Il confronto tra queste impostazioni può diventare l’occasione per elaborare una sintesi: una presenza americana autorevole, ma non più centrata sull’unilateralismo, capace di difendere gli interessi nazionali senza sacrificare il diritto internazionale, e di esercitare influenza attraverso la cooperazione anziché attraverso la subordinazione degli alleati.
In ogni caso, l’Europa, dal canto suo, deve presentarsi come un partner politico credibile, capace di contribuire alle decisioni e di assumersi responsabilità comuni: una vera alleanza non è una relazione di dipendenza, ma una cooperazione tra soggetti che condividono valori e obiettivi. La guerra in Ucraina rappresenta una delle prime e più impegnative verifiche di questa impostazione.
Ucraina e Medio Oriente
La diplomazia deve tornare a essere uno strumento centrale, ma la ricerca di un accordo non può tradursi nell’accettazione delle condizioni dell’aggressore. La sovranità e la sicurezza dell’Ucraina devono rimanere elementi essenziali di qualsiasi soluzione. Stati Uniti ed Europa hanno la responsabilità di mantenere una posizione coordinata, evitando che il destino di Kiev venga deciso attraverso intese tra grandi potenze che ripropongono una divisione del continente in aree d’influenza.
Il dialogo con Mosca è necessario, ma deve fondarsi sul riconoscimento del diritto internazionale e non sulla legittimazione dell’uso della forza per modificare i confini. Un’altra prova riguarda il Medio Oriente. La tragedia di Gaza ha evidenziato quanto sia necessario ricostruire una politica americana capace di tenere insieme la sicurezza di Israele e i diritti del popolo palestinese. Il rapporto con il governo israeliano non può comportare un sostegno incondizionato a ogni sua decisione, così come la difesa delle aspirazioni palestinesi deve accompagnarsi a una condanna inequivocabile del terrorismo. Protezione dei civili, rispetto del diritto umanitario, contrasto all'espansione degli insediamenti e prospettiva dei due Stati devono tornare a essere riferimenti concreti dell'iniziativa diplomatica.
Anche su questo terreno il coordinamento transatlantico può contribuire a una posizione più coerente e incisiva. La nuova fase politica americana dovrebbe inoltre offrire l’occasione per rilanciare le Nazioni unite e affrontare le debolezze dell’attuale sistema multilaterale. La riforma del Consiglio di sicurezza, una maggiore rappresentanza dei Paesi emergenti e il rafforzamento degli strumenti di tutela del diritto internazionale sono questioni che non possono essere ulteriormente rinviate.
Il rapporto con il Global South richiede un cambiamento di prospettiva: i Paesi in via di sviluppo non devono essere considerati soltanto interlocutori nella competizione tra Washington e Pechino, ma soggetti autonomi con i quali costruire politiche di cooperazione economica, tecnologica e ambientale. Ma la credibilità internazionale delle democrazie dipende anche dalla loro capacità di affrontare le fragilità interne alle nostre società.
Non solo crescita
La vittoria elettorale dei democratici pone quindi una questione che riguarda direttamente il futuro della società americana, che riguarda anche le prospettive dei popoli europei: come ricostruire una coesione sociale compromessa dalle disuguaglianze, dalla precarietà e dalla concentrazione della ricchezza? La risposta non può essere affidata soltanto alla crescita economica.
Deve comprendere investimenti nell’istruzione, nella sanità, nel lavoro e nella qualità dei servizi pubblici. In questo senso, le fondamenta del pensiero democratico possono ancora rappresentare una guida. John Dewey conserva un’attualità significativa: la democrazia non è soltanto un sistema di rappresentanza, ma una pratica quotidiana di partecipazione, responsabilità e crescita collettiva. John Maynard Keynes ha mostrato come la libertà economica abbia bisogno di condizioni materiali che ne rendano possibile l'esercizio, da qui l'importanza del “pubblico” sul “privato”, e di una spesa pubblica orientata allo sviluppo e alla coesione sociale.
John Kenneth Galbraith ha richiamato l’attenzione sulle contraddizioni delle «società opulente» nelle quali la ricchezza privata cresce senza un corrispondente rafforzamento dei beni pubblici, e della necessità dell’intervento dello Stato nella sua funzione di «potere compensativo», per regolare i monopoli, governare l’innovazione, proteggere i beni comuni e misurare non solo la crescita del prodotto interno lordo, ma la qualità concreta della vita delle persone.
“Umanesimo democratico”
Sono prospettive diverse che convergono su un’unica esigenza: la democrazia deve essere in grado di offrire opportunità reali, ridurre le disuguaglianze e impedire che il potere economico e tecnologico si sottragga al controllo delle istituzioni. È da questa consapevolezza che può nascere un nuovo “umanesimo democratico”, capace di dare contenuto culturale e sociale a una nuova intesa tra Europa e Stati Uniti, a un solo patto: l’umanità e la dignità della persona devono rappresentare i veri riferimenti delle politiche economiche e delle scelte internazionali. Anche la gestione delle migrazioni, la tutela dell’ambiente, la regolazione delle nuove tecnologie e la lotta alle disuguaglianze appartengono a questa stessa responsabilità. Non sono questioni separate dalla sicurezza o dalla politica estera: riguardano la qualità delle società democratiche e la loro capacità di affrontare insieme problemi che non conoscono confini nazionali.
La vittoria democratica negli Stati Uniti, dunque, interessa l’Europa e tutto l’Occidente, e non solo. Può rappresentare l’occasione per riaprire una riflessione sul significato della cooperazione globale per ripensare un progetto comune. Gli Stati Uniti potranno dimostrare di voler esercitare la propria leadership nel rispetto delle alleanze e delle regole internazionali; ma l’Europa dovrà rafforzare la propria autonomia e contribuire con maggiore determinazione alla definizione delle strategie comuni. La vera sfida non consiste dunque nel ripristinare semplicemente gli equilibri del passato, ma nel costruire una relazione adeguata a un mondo profondamente cambiato. È in questa prospettiva che la vittoria democratica americana deve far ripensare al ruolo delle democrazie occidentali. Europa e Stati Uniti hanno davanti la possibilità di dimostrare che la loro alleanza conserva un valore non perché garantisce una posizione di predominio, ma perché può contribuire a un ordine internazionale fondato sulla libertà, sulla pace, sulla legalità e sul rispetto della dignità umana.
© Riproduzione riservata