L’attacco mosso dagli Stati Uniti all’Iran a fine febbraio è solo un ulteriore sintomo del più grande fattore di destabilizzazione a livello globale: la rottura dell’unità dell’Occidente.

Il lungo conflitto tra Washington e Teheran sta rimodellato le catene di approvvigionamento globali e stressando alleanze storiche. L’interdipendenza economica, energetica, infrastrutturale si è fatta arma. L’Europa ha così subito una spirale inflazionistica, uno shock energetico. Un attacco ai propri interessi vitali, indotto da un’azione non concertata del suo principale alleato.

Effetti della geografia funzionale, direbbe Parag Khanna. Tutto il mondo è connesso e i lacci non si possono spezzare. E ciò che unisce (gasdotti, cavi sottomarini, rotte navali) diviene uno strumento per attaccare. Hormuz è un focolaio di una tensione globale più ampia, che ha nuovamente nell’Atlantico del Nord uno dei suoi teatri principali. Come racconto in Tempesta (Luiss University Press), qui si concentrano minacce ibride, volatilità climatica, deterrenza nucleare, dinamiche protezionistiche. Mari in burrasca che sferzano soprattutto quattro città lungo le coste atlantiche, decisive per il futuro dell’Oceano e del mondo.

I quattro nodi strategici

Reykjavík. La capitale islandese è al centro di GIUK Gap – lo stretto tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, - perno della moderna guerra antisommergibile (ASW) e principale porta d'accesso per la proiezione di potenza nell'Artico. Ancor prima del 2030, il cambiamento climatico potrebbe consentire ai sottomarini nucleari cinesi Type 096 di raggiungere il GIUK Gap al fianco dei russi Belgorod, minacciando direttamente gli SSBN statunitensi di classe Columbia, i britannici Dreadnought e i francesi Le Triomphant. Giuk Gap sta dunque per diventare il baricentro della deterrenza nucleare globale. Da queste acque, prenderà il via alla corsa del secolo: il dominio dell’Artico, delle sue risorse energetiche e materie critiche, fondamentali per la competizione tecnologica tra Washington e Pechino.

Brest: La città francese – base dei sommergibili dell’unica potenza nucleare dell’UE - rappresenta l'avamposto di una nascente autonomia strategica europea. È il luogo in cui l'Europa deve definire il proprio destino politico, prima ancora che militare. Partendo da un presupposto: ad oggi i paesi europei non possono fare a meno della tecnologia statunitense: servirebbero da 5 a 10 anni per rendersi autonomi. E gli Usa, nel momento in cui si va ridefinendo tutta l’architettura di sicurezza del Medio Oriente e del Golfo, hanno ancor più bisogno delle basi in Europa e nel Mediterraneo.

New York. La sede dell’Onu. La politica di potenza genera caos e disordine; il multilateralismo, seppur vituperato, è l’unica strada per riprodurre una strategia di pace, in cui “i forti siano giusti e i deboli siano sicuri”. Serve una nuova governance globale per gestire i "rischi di frontiera", a partire dalla proliferazione di sistemi d'arma autonomi guidati dall'intelligenza artificiale e dall'erosione del regime di non proliferazione nucleare. New York può tornare centrale se alla cooperazione fondata sulle regole verrà permesso di porre un freno alla politica di pura potenza.

Rabat: La proiezione atlantica del Marocco offre all'Occidente un'opportunità strategica per ricalibrare i rapporti con il Sud globale. Rabat è essenziale per contenere la penetrazione russa e cinese in Africa. E qui, Stati Uniti e Unione Europea condividono interessi vitali: gli europei devono stabilizzare il Nord Africa e il Sahel per gestire i flussi migratori e arginare i rischi securitari, mentre Washington guarda alle terre rare e ai minerali critici della regione. L’Iniziativa Atlantica promossa dal Marocco—una rete di porti e poli logistici per l’export delle risorse del Sahel privi di sbocco al mare— è un’opportunità per Stati Uniti ed Europa per tornare nel grande gioco africano, attraverso la strada della cooperazione, senza pregiudicare relazioni con altri partner, come l’Algeria.

È la regola che limita la forza

Di fronte all’ideologia Maga, tocca all'Europa riaffermare il principio primo dell’Occidente, nato con le rivoluzioni inglese e americana: l’idea che il potere non possa non avere un limite, come sottolinea l'ex presidente del Consiglio Giuliano Amato in un dialogo nelle pagine di Tempesta.

Per preservare questo principio e il proprio modello sociale, l'Europa deve anzitutto ridurre le proprie dipendenze strategiche. E poi rilanciare l’ambizione di un nuovo patto con gli Stati Uniti, sul comune interesse alla sicurezza dei margini dell’Atlantico Settentrionale: il Giuk Gap e il Nord Africa.


Tempesta. Reykjavík, Brest, New York, Rabat e la nuova battaglia per l'Atlantico (2026, Luiss University Press, pp. 100, euro 15,20)

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