Diritto internazionale dimenticato, chiusura di rotte commerciali strategiche, impennata dei prezzi del gas, crisi di sicurezza in tutta la regione, globalizzazione sempre più minata e, sullo sfondo, nuove leve da utilizzare per le grandi potenze. Le conseguenze della nuova guerra in Medio Oriente, scatenata dall’attacco di Stati Uniti e Israele sull’Iran, sono molteplici e toccano diversi concetti affrontati da Luca Picotti, avvocato e saggista, nel suo ultimo libro Linee invisibili

Già prima non godeva di buona salute, ma l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran dimostra che il diritto internazionale non è più solo fragile bensì sull’orlo della scomparsa?

Sembra che si stia andando verso una rinuncia quasi preventiva a quei tentativi – fragili ma comunque esistenti – di costruire un ordine internazionale fondato su regole condivise. Questa fase storica consacra in modo esplicito la prevaricazione della forza e degli interessi sugli strumenti giuridici. È vero che il diritto internazionale spesso non riesce a incidere e che appare inerme di fronte alle grandi potenze. Tuttavia, sarei cauto nel decretare la fine di un sistema di regole e istituzioni che, pur con tutti i suoi limiti, ha garantito un minimo di convergenza tra Stati e una prima canalizzazione della conflittualità.

Ma oggi qual è la funzione rimasta al diritto internazionale?

Il diritto internazionale serve a qualificare una violazione, a renderla riconoscibile e a generare costi reputazionali. Ma non può impedirla. In modo provocatorio si potrebbe dire che esiste soprattutto per dirci che una violazione c’è stata, anche se non è riuscito a evitarla.

Questa guerra può essere il quarto macro-shock della globalizzazione dal 2020 in poi, dopo pandemia, invasione russa dell’Ucraina e competizione tra Usa e Cina?

Dipende quasi esclusivamente dalla regolarità del traffico nello Stretto di Hormuz. L’Iran, di per sé, non è comparabile alla Russia sul piano dell’integrazione nei mercati energetici globali. È un paese sanzionato da oltre quarant’anni, già in larga parte escluso da mercati e infrastrutture finanziarie occidentali. Un conflitto che lo riguarda ha un impatto limitato rispetto, ad esempio, alla chiusura sanzionatoria verso Mosca.

Però da Hormuz non passano solo navi iraniane.

Sì, appunto. La questione decisiva è lo Stretto di Hormuz, che non riguarda solo l’Iran ma anche le esportazioni di paesi come Qatar e Arabia Saudita. È uno dei principali choke point energetici globali. Più che la capacità attiva dell’Iran di bloccarlo, conta il livello di rischio percepito: se il rischio diventa troppo elevato, gli armatori scelgono di non transitare, come già sta accadendo in parte.

Che impatto può avere?

Al momento la sua parziale chiusura non è paragonabile a quanto avvenuto nello stretto di Bab el-Mandeb con gli attacchi degli Houthi. In quel caso, pur evidenziando la fragilità delle catene del valore, gli operatori hanno dimostrato capacità di adattamento: hanno cambiato rotta, circumnavigando l’Africa, con costi maggiori ma senza un blocco strutturale. Hormuz è diverso. Le alternative sono estremamente limitate. Si tratta di uno dei checkpoint più delicati al mondo: un’interruzione prolungata avrebbe effetti diretti sui mercati energetici e, a cascata, su filiere regionali e globali.

Nel suo ultimo libro parla della fiducia tra Stati come tassello fondamentale per la globalizzazione. Questo conflitto incide ulteriormente su tale fiducia?

Il tema della fiducia è centrale, soprattutto se si guarda alla storia dei rapporti tra Stati Uniti e Iran dal 1979 in poi. Le sanzioni hanno accompagnato per decenni quel rapporto, fino a spingere Teheran al negoziato che portò all’accordo sul nucleare. Quando l’economia iraniana era sotto pressione tra il 2010 e il 2013, si aprì uno spiraglio di dialogo. Ma nel 2018 l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo ha rappresentato un colpo durissimo alla fiducia. Quella rottura ha contribuito alla deriva successiva: l’Iran si è ulteriormente irrigidito, ha rafforzato la dimensione autoritaria e ha orientato la propria economia avvicinandosi a Russia e Cina. Un eventuale rafforzamento della fiducia può avvenire solo in ambiti circoscritti – ad esempio tra alleati – ma la comunicazione del paese egemone, cioè gli Stati Uniti, resta ambigua. Se da un giorno all’altro possono arrivare dazi o restrizioni per ragioni geopolitiche, la fiducia resta fragile.

Come può cambiare la competizione tra Stati Uniti e Cina alla luce di questa guerra?

Una crisi in Medio Oriente danneggia più la Cina che gli Stati Uniti. Washington è energeticamente più autonoma, mentre Pechino dipende maggiormente dalle importazioni. Letta insieme alle mosse dell’amministrazione americana, la situazione suggerisce una strategia di accumulazione di leve negoziali in vista del confronto con la Cina. Dopo l’avvio della guerra commerciale, Pechino ha dimostrato di possedere strumenti di ritorsione efficaci, costringendo gli Stati Uniti a negoziare.

Quindi è una questione di leve?

Il cuore della competizione è il controllo di quelli che io nel libro chiamo choke points: imprese leader, tecnologie, risorse strategiche sottoposte alla propria giurisdizione. Se la Cina può ordinare alle proprie imprese di non esportare terre rare, lo fa perché esercita controllo giuridico su quel nodo critico. Allo stesso modo, gli Stati Uniti cercano di rafforzare le proprie leve, anche attraverso investimenti diretti e politiche industriali. In questo gioco di leve contro leve rientra anche l’energia: controllare flussi, influenzare paesi produttori, gestire rotte strategiche. Presentarsi con più strumenti di pressione significa arrivare al tavolo negoziale in posizione di forza.

È la fine della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta?

La tendenza è chiaramente quella di ricondurre ogni bene, tecnologia o impresa a una precisa geografia della sicurezza. Tuttavia, i tempi della politica raramente coincidono con quelli del mercato. Le filiere costruite in decenni di specializzazione non si smantellano rapidamente. Le misure politiche devono confrontarsi con competenze radicate, infrastrutture esistenti, interdipendenze profonde. Per questo spesso vengono ridimensionate. Possiamo individuare una direzione di marcia, ma dobbiamo anche riconoscere che il mercato si muove più lentamente e impone adattamenti continui. Più che una rottura netta, stiamo assistendo a una fase di trasformazione, fatta di tensioni, aggiustamenti e compromessi.

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