Per il Mali il 25 aprile ha rischiato di significare una liberazione al contrario. In una successione impressionante, l’alleanza antigovernativa composta dalle milizie jihadiste del Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (Jnim) – un gruppo della galassia di Al Qaeda capillarmente radicato in tutto il Sahel – e i ribelli tuareg dell’Azawad Liberation Front (Fla), che è il movimento separatista del nord, ha messo a segno un’offensiva micidiale che nel giro di poche ore ha condotto alla conquista della città di Kidal a nord (centro nodale per le istanze indipendentiste del Fla) e di vari altri centri urbani sparsi lungo un asse di oltre 1.500 chilometri, ha facilitato il controllo di alcune basi militari e ha suscitato timori di un pericoloso avvicinamento a Bamako, la capitale.

Nel frattempo a Kati, una località nei pressi di Bamako, utilizzando un’autobomba, l’alleanza anti giunta ha inscenato un gravissimo attentato che ha causato la morte del ministro della Difesa Sadio Camara, che aveva guadagnato una fetta enorme di potere grazie agli accordi siglati con Mosca per l’invio costante di mercenari Wagner prima e Africa Corps poi, e il ferimento del capo dell’intelligence.

La penetrazione jihadista in Mali e in tutto il Sahel è un cancro da cui l’area non riesce a liberarsi da quasi un trentennio. Intorno al 2012, i successi militari degli estremisti islamici, cominciarono a preoccupare seriamente la comunità internazionale che decise di intervenire e organizzare una potente controffensiva. L’iniziativa militare, guidata dalla Francia, fu battezzato Operazione Barkhane, un intervento massiccio di uomini e attrezzature (Parigi da sola invio oltre 5.100 effettivi) che nel giro di poco tempo, si pensava, avrebbe ricacciato i terroristi indietro e riconsegnato alle autorità maliane, nigerine e burkinabè, le chiavi del governo dei propri paesi.

Ma Barkhane fu un clamoroso fallimento e l’aumento deciso della penetrazione jihadista, specialmente in Mali, provocò moltissimo malcontento tra i cittadini e nei ranghi dell’esercito. Forte del malcontento popolare, un gruppo di ufficiali si mise alla testa di una fronda antigovernativa e diede vita a due colpi di Stato nel giro di meno di nove mesi: settembre 2020 e maggio 2021.

Il fiero sentimento antifrancese (tutti i militari d’oltralpe e l’ambasciatore furono platealmente cacciati dal Mali a inizio 2022) e la promessa di una ripresa totale del controllo del paese senza compromessi con i jihadisti, hanno portato fin qui Assimi Goïta, l’ufficiale golpista poi divenuto presidente di transizione, a godere di un generalizzato consenso popolare, e il paese a vivere in relativa stabilità.

Poi, il 25 aprile. All’indomani dell’offensiva jihadista, sostenuta dai tuareg separatisti, si è pensato che per la prima volta il potere di Goïta fosse in serio pericolo. Per giorni il generale è scomparso mentre si moltiplicavano le voci di una insanabile crisi nei rapporti con Mosca che vorrebbe in qualche modo sganciarsi da Bamako.

Il colpo, ovviamente, è stato durissimo e la situazione non è certo neanche vicina alla normalità con alcuni centri, come l’importante Kidal, saldamente nelle mani dei ribelli. Ma Goïta non è tipo da farsi intimorire facilmente. Dopo giorni di assenza, è ricomparso il 9 maggio scorso e, in un’occasione a metà tra commemorazione del ministro della Difesa Sadio Camara e chiamata a raccolta del popolo attorno al suo leader, ha radunato migliaia di maliani nello stadio Konate di Bamako e simbolicamente dato l’impressione di avere ancora lui lo scettro del comando.

Ancora una volta, come spiegano vari osservatori, Assimi Goïta ha scelto di trasformare una crisi in un’opportunità politica. Il capo della transizione, in altre parole, avrebbe approfittato dello shock provocato dagli attacchi per consolidare ulteriormente il proprio potere all’interno dell’apparato statale. Di fronte al rischio di divisioni interne alle forze armate, ha avocato a sé il ruolo di ministro della Difesa ad interim e avrebbe convinto i principali responsabili militari a serrare i ranghi attorno alla sua presidenza dopo aver moltiplicato i messaggi di unità nazionale e di fermezza in materia di sicurezza.

La lotta della giunta militare al jihadismo e all’insurrezionalismo, paga gli effetti di un modello di sicurezza, in gran parte adottato dai mercenari russi ma avallato dai maliani, che include abusi di massa, operazioni militari spietate che coinvolgono anche civili inermi, e una gestione calata dall’alto non condivisa con la base. Vedremo se Goïta, oltre che sul piano militare, saprà fare ammenda degli errori compiuti sul campo e tornare a rivendicare il controllo politico e sociale che nelle ultime settimane ha seriamente cominciato a scricchiolare.

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