«Sono preoccupata per mio figlio da quando ha contratto una malattia respiratoria. Il medico mi ha detto che dobbiamo trasferirci, ma non abbiamo dove andare», dice Fatima, nome di fantasia, residente a Mediouna, cittadina vicino Casablanca, nel nord del Marocco.

Aperta nel 1986, la discarica di Mediouna non è mai stata bonificata. Pile di rifiuti si ammassano una sull’altra e in un terreno privo di impermeabilizzazione. L’odore acre pervade l’aria anche oltre 50 chilometri.

Ora il governo annuncia la nascita di un centro di riciclaggio che dovrebbe essere operativo a fine 2027. Ma i residenti non si fidano delle promesse. Intanto, circa 900 persone continuano a vivere scavando tra montagne di immondizia che si estendono a perdita d’occhio.

Sono i “bouara”, raccoglitori di rifiuti. Ogni giorno rovistano tra tonnellate di materiali provenienti dall’Europa, ultimo anello di una catena globale che Bruxelles definisce “economia circolare”.

Qui finiscono vestiti usati, plastica, pneumatici, scarti industriali: tutto ciò che in Europa costerebbe 100 dollari a tonnellata da smaltire, qui ne costa appena 36. Dal 2016, oltre 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti europei sono arrivate in Marocco, permettendo alle aziende di risparmiare più di 64 milioni di dollari l’anno rispetto a uno smaltimento in loco.

Per decenni, il sistema globale del riciclo si è retto sull’assorbimento cinese di quasi la metà dei rifiuti plastici mondiali. Quando nel 2018 Pechino ha chiuso le frontiere, imponendo severe restrizioni alle importazioni, l’equilibrio del commercio internazionale dei rifiuti è collassato.

L’Europa ha dovuto cercare nuovi sbocchi, e così nel 2022 Eurostat registra 33 milioni di tonnellate di rifiuti diretti verso destinazioni extraeuropee, in gran parte verso la Turchia, nuovo hub di transito. Ma una parte crescente dei flussi prende la rotta africana, spesso attraverso codici doganali opachi.

Spesso non si tratta di rifiuti, ma di merci riutilizzabili. In realtà, il 93 per cento delle spedizioni verso il Marocco è abbigliamento di seconda mano, con un valore dichiarato di appena 0,10 euro al chilo. Un prezzo incompatibile con il commercio e indicativo di smaltimento mascherato.

È questa ambiguità normativa che alimenta il flusso di rifiuti dall’Europa verso il Sud globale, dove persone e ambiente pagano il prezzo più alto. In Italia, solo nel 2024, sono stati sequestrati 1.700 tonnellate di rifiuti e 485 veicoli e componenti destinati all’Africa, per un valore di circa 691.000 euro. Pneumatici, Raee, parti meccaniche e tessili usate: queste tipologie dominano i sequestri, confermando un fenomeno strutturale.

Il mercato degli avanzi

«È un vero mercato criminale dei rifiuti, con soggetti sempre più specializzati e capaci di infilarsi nelle maglie delle normative», spiega Enrico Fontana, responsabile dell'Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente.

«Quasi mai questi traffici riguardano materiali esportati formalmente come rifiuti. Il trucco è farli uscire con codici doganali diversi, come cascami e avanzi di lavorazione».

Secondo i dati dell’Agenzia delle Dogane, nel 2024 l’Europa ha esportato 27,4 milioni di tonnellate di cascami e avanzi di lavorazione. Il Marocco è il decimo paese destinatario.

La distinzione non è solo formale: «Tutti i rifiuti hanno un codice Cer (Codice europeo dei rifiuti, nda), che ne definisce natura e pericolosità», continua Fontana. «I cascami invece hanno solo un codice doganale. Le plastiche classificate come cascami sono codice 4004. Così materiali che dovrebbero essere rifiuti speciali diventano merci commerciabili».

Il risultato è un sistema che consente di esportare scarti post-raccolta differenziata – balle di carta e plastica – all’interno delle quali finiscono anche rifiuti ospedalieri e materiali non riciclabili.

«Stai trasformando in una merce qualcosa che non dovrebbe circolare», sintetizza Fontana. «E l’export, che dovrebbe essere un costo, diventa un finto guadagno, sottraendo materiali all’economia circolare interna».

I controlli faticano a reggere. «Le procedure variano a seconda che i rifiuti siano pericolosi o meno, destinati a smaltimento o recupero, e se il paese di destinazione aderisce o meno alla Convenzione di Basilea o all’Ocse», spiega Paola Ficco, direttore (così chiede di essere indicata) della rivista Rifiuti – Bollettino di informazione normativa.

«Ma più si allunga la catena dei soggetti coinvolti, più si accorcia quella del contrasto: i controlli su container che viaggiano a migliaia nei porti sono estremamente complessi».

Conseguenze ambientali

Intanto, l’impatto ambientale nei paesi di destinazione è devastante. A Mediouna, l’inquinamento atmosferico supera di 6,6 volte i limiti dell’Oms e le acque sotterranee presentano concentrazioni di cadmio fino a 33.000 volte oltre le soglie di sicurezza.

Le discariche sono una fonte continua di contaminazione. «Paradossalmente questo aiuta l'economia della regione e offre opportunità di lavoro alla popolazione, ma a un prezzo», dice Moha, un giovane autista. «Anche l'acqua del rubinetto non è più potabile, ma non abbiamo i soldi per comprare acqua in bottiglia ogni giorno».

Uno studio pubblicato su Nature nel 2025, “Global satellite survey reveals uncertainty in landfill methane emissions”, basato sull’analisi satellitare di 151 discariche nel mondo, ha confermato che nel 38 per cento dei casi le emissioni reali sono almeno il doppio di quelle dichiarate.

La discarica di Casablanca è tra gli esempi citati: le immagini mostrano colonne di metano e sostanze tossiche che si spostano con l’arrivo di nuovi carichi europei. Gli effetti perversi si manifestano anche in Europa.

L’impossibilità di esportare tutto genera smaltimenti illegali interni, discariche abusive e incendi di rifiuti utilizzati per ridurre rapidamente i volumi di rifiuti accumulati.

Un business ad alta redditività, perché evita i costi ambientali ed è spesso intrecciato con evasione fiscale, corruzione, sfruttamento del lavoro e riciclaggio di denaro. Non a caso, negli ultimi anni i sequestri sono triplicati, con operazioni come Demeter, Opson XIII, Shield V e Khione.

Il nuovo progetto

La notizia di nuovi investimenti accende un barlume di speranza. Le autorità di Casablanca hanno acquisito 264 ettari di terreno nella provincia di Mediouna per costruire un centro moderno di trattamento, recupero e discarica controllata dei rifiuti.

Questo grande impianto è progettato per processare circa 4.000 tonnellate al giorno di rifiuti nella fase iniziale.

Il progetto mira a soddisfare principalmente la domanda di Casablanca, ma è previsto che in una fase successiva vengano integrate anche altre aree del territorio metropolitano.

Moulay Ahmed Afilal, vice sindaco di Casablanca, ha spiegato che la discarica di Mediouna sarà sostituita da aree verdi e ricreative. Molti cittadini rimangono diffidenti, della notizia della chiusura di Mediouna si parla già dal 2015.

Tanto che il vicesindaco già parla di «misure di transizione» nell’attesa che i lavori inizino. In particolare, è stata creata una nuova discarica che disporrebbe dello spazio necessario per due anni di smaltimento.

«Pattumiera d’Europa»

Il Marocco conosce bene il meccanismo degli smaltimenti illeciti. Nel 2016 il governo guidato da Mustafa Khalfi sospese l’accordo bilaterale con l’Italia dopo la scoperta dell’arrivo di oltre 2.500 tonnellate di rifiuti tossici dalla Campania.

Le proteste furono immediate: «Il Marocco non è la pattumiera d’Europa», divenne lo slogan. Ma i venti sono cambiati. Il 2 dicembre 2024, Italia e Marocco hanno firmato un nuovo protocollo di intesa ambientale, rafforzando la cooperazione su sostenibilità e transizione.

Pochi mesi prima, il 27 agosto 2024, Rabat aveva autorizzato l’importazione di oltre due milioni di tonnellate di rifiuti domestici e pneumatici dall’Europa, con l’obiettivo dichiarato di destinarli al riciclo. La decisione ha scatenato forti critiche: secondo l’Environmental Assembly of Northern Morocco, il paese ricicla appena il 10 per cento dei propri rifiuti e non ha la capacità di gestire importazioni su larga scala.

La protesta è arrivata anche in Parlamento, dove il Popular Movement ha chiesto chiarimenti sulla sostenibilità della misura. Tutto ciò, mentre l’Ue annuncia un divieto totale all’esportazione di rifiuti verso Paesi non Ocse entro il 2026.

Ma all’inizio del 2025 il Marocco ha chiesto di restare tra le destinazioni autorizzate – e le spedizioni sono aumentate. «Finché i Paesi occidentali non si faranno carico dei rifiuti che producono, continueremo a spostarli altrove», conclude Ficco. «Saremo anche democratici, ma resteremo profondamente immaturi».


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