Nel suo primo discorso pubblico dopo i funerali di Alì Khamenei, la nuova Guida suprema, suo figlio Mojtaba, ha promesso vendetta per la morte del padre e ha detto che a pagare saranno una lunga lista di nemici. Non sono stati fatti nomi ma una prima indicazione è arrivata dalla stampa di regime.

Nel pomeriggio tra le pagine del quotidiano Hamshahri, di proprietà del comune di Teheran, sono apparsi i responsabili. In un fotomontaggio appaiono i volti di Donald Trump, Benjamin Netanyahu, diversi ministri israeliani e statunitensi ma anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Appaiono tutti con una tuta arancione carceraria. E la foto ha solo una didascalia: «La vendetta è certa», richiamando le parole di Mojtaba Khamenei. Oltre alla premier italiana ci sono anche altri leader europei come il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e l’oramai fuoriuscito inquilino di Downing Street, Keir Starmer. Tutti nella lista nera dei complici dell’operazione militare Epic Fury lanciata da Stati Uniti e Israele.

Non sono le prime minacce contro l’Italia, Teheran aveva già lanciato pesanti accuse dopo le parole del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, sulla concessione da parte del governo Meloni delle basi militari sul territorio italiano per oltre 500 voli dei caccia Usa.

Quelle parole di Rutte avevano già scatenato uno scontro diplomatico con la premier e il ministro della Difesa Guido Crosetto. L’Italia ha sempre voluto mantenersi alla larga dalla guerra di Trump, proprio per evitare possibili ritorsioni. Ma le dichiarazioni del vertice della Nato – che ha anche confermato la partenza di migliaia di voli da tutta Europa – ha gettato tutti nello stesso pantano della Casa Bianca.

Questione di messaggi

In mattinata Khamenei Jr. è intervenuto giurando punizione, una resa dei conti imprescindibile. Lo ha fatto in un messaggio, anche questa volta non è apparso né in volto e né in voce. Come di consueto le sue parole sono state lette in radio e tv. Ma il messaggio è chiaro: c’è una black list con i nomi di tutti i responsabili della morte dei martiri. E i colpevoli «porteranno nella tomba il desiderio di una morte tranquilla nel proprio letto».

Da Washington, per il secondo giorno di fila, è intanto tornato a parlare Donald Trump del suo potenziale omicidio per mano persiana. Dopo le indiscrezioni israeliane (valutate poco credibili dalla sua stessa intelligence) il repubblicano ha cominciato ad evocare lo scenario che potrebbe emergere dopo la sua eventuale morte in un attentato. Mille missili sono già pronti a colpire, ha scritto nello stesso messaggio in cui ha detto che il cessate il fuoco è terminato.

Lodando ironicamente Allah, Trump ha promesso di «decimare e distruggere» l’intera Repubblica islamica, che il giorno dopo le celebrazioni funebri, è tornata alla sua vita normale. Perché sta scommettendo su una convinzione che è profondamente radicata anche tra i pasdaran: «Nonostante le sue spacconate, Trump vuole una via d’uscita» dal conflitto.

Si legge sui media americani dove gli analisti asseriscono che l’ala della leadership iraniana più intransigente «vede la propria sopravvivenza come legata all’escalation piuttosto che al dialogo».

Si riparte dall’Oman

Non c’è Witkoff, non c’è Kushner e, oltre ai due emissari Usa, non c’è nemmeno il segretario di Stato Rubio in Oman, dove è invece atterrato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi per consultazioni bilaterali con Muscat «per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi» nello Stretto. Anche se manca ai tavoli, l’America si attende dagli incontri tra omaniti e iraniani «una dichiarazione di Teheran che confermi l’apertura dello Stretto di Hormuz e garantisca che le navi commerciali non saranno attaccate». Ai colloqui nel Sultanato hanno partecipato anche i negoziatori qatarini.

Più preoccupati delle controparti in guerra per la stabilità regionale, sono gli alleati di uno e dell’altro Stato, coinvolti in un conflitto che nessuno avrebbe immaginato potesse esplodere solo qualche mese fa.

Il ministro degli Esteri pakistano, Mohammad Ishaq Dar, ha parlato con il suo omologo saudita, il principe Faisal bin Farhan Al Saud. Sanno quale sia la posizione del loro collega omanita, il capo della diplomazia Badr Albusaidi, che ha definito in passato «una catastrofe» e un gravissimo errore di valutazione gli attacchi americani di febbraio contro Teheran.

Ultimo tentativo?

Il memorandum d’Intesa che doveva servire a far partire negoziati che non sono mai stati avviati rischia di perdere ogni valore politico e diplomatico; non verrà più preso sul serio qualora si verificassero nuovi raid Usa: a riferirlo Ali Bahreini, ambasciatore iraniano all’Onu. «Se gli Stati Uniti continueranno a violare i propri obblighi, l'Iran non si considererà più vincolato dagli impegni assunti» nell’ambito di un’intesa che, finora, non ha prodotto risultati concreti né garantito progressi sul piano del dialogo.

Da giorni non piovono più bombe e torna a reggere la tregua tra iraniani e americani: non è mai davvero entrata in vigore invece quella tra israeliani e libanesi. L’Idf è tornato a colpire il quartiere di Al-Mashaa, a sud di Tiro. Accordi o no, da una barricata all’altra, la pace rimane solo una chimera scritta su carta.

© Riproduzione riservata