La Via crucis di quest’anno è stata segnata profondamente dalla guerra che sta sconvolgendo il Medio Oriente. Non a caso le meditazioni per la celebrazione della passione di Cristo che si è svolta, come da tradizione, al Colosseo a Roma, sono state affidate dal papa a padre Francesco Patton, ex capo, dal 2016 al 2025, della Custodia francescana di Terra santa, l’organismo incaricato di custodire e rendere accessibili ai fedeli di tutto il mondo i luoghi simbolo della fede cristiana.

Il papa, come non accadeva da molto tempo, ha voluto portare lui stesso la croce per tutte le 14 stazioni, dando così ancora maggior risalto alle parole che hanno accompagnato la celebrazione. Al centro dei testi di padre Patton la volontà di potenza e di sopraffazione di coloro che detengono il potere sugli altri. A questo si contrappone il sacrificio di Gesù che si schiera, con la sua scelta estrema di morire in croce, dalla parte opposta, quella dei perseguitati, delle vittime dei conflitti come di ogni violazione della dignità umana.

«Signore Gesù, tu smascheri ogni umana presunzione di potere. Anche oggi c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento», le parole della prima meditazione. E, nell’introduzione: «La Via crucis non è il cammino di chi vive in un mondo asetticamente devoto e di astratto raccoglimento, ma è l’esercizio di chi sa che la fede, la speranza e la carità sono da incarnare nel mondo reale, dove il credente è continuamente sfidato e continuamente deve fare proprio il modo di procedere di Gesù».

Opprimere o liberare 

Complici gli 800 anni dalla morte di San Francesco, la prima meditazione ha fatto esplicito riferimento al santo di Assisi, che «ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla».

Forse a qualcuno a Washington o a Tel Aviv, ma anche a Teheran o a Mosca, saranno fischiate le orecchie. Anche perché, nella notte romana, si è pregato «per sentire la sofferenza dei carcerati, per essere solidali con i prigionieri politici, per comprendere i familiari degli ostaggi, per piangere i morti sotto le macerie per avere rispetto di tutti i defunti».

Alla IV stazione l’invocazione rivolta a Maria: «Abbi uno sguardo di tenerezza per ciascuno di noi, ma soprattutto per le tante, troppe madri che ancora oggi, come te, vedono i propri figli arrestati, torturati, condannati, uccisi». Quindi il riferimento ai volontari che «in situazioni estreme, rischiano la vita per soccorrere chi ha bisogno di cibo, di istruzione, di cure mediche, di giustizia».

ll pensiero è stato poi rivolto alle donne che «ti hanno preso sul serio» e «da secoli piangono su sé stesse e sui propri figli: portati via e incarcerati durante una manifestazione, deportati da politiche prive di compassione, naufragati in disperati viaggi della speranza, falcidiati nelle zone di guerra, annientati nei campi di sterminio».

Infine la descrizione di una fede, quella cristiana, che è agli antipodi di certe interpretazioni – identitarie e muscolari – proposte per esempio nell'America di Donald Trump ma anche dai leader politici in tanti Paesi europei: «Inchiodato sulla croce come un malfattore, ma con un titolo che rivela la tua regalità, o Gesù, tu ci mostri qual è l’autentico potere. Non quello di chi ritiene di poter disporre della vita altrui nel dare la morte, ma quello di chi realmente può vincere la morte dando la vita e può dare la vita anche accettando la morte. Tu manifesti che il potere autentico non è quello di chi usa la forza e la violenza per imporsi, ma quello di chi è capace di prendere su di sé il male dell’umanità, il nostro, il mio; e annullarlo con la potenza dell’amore che si manifesta nel perdono».

Il colloquio con Herzog

In mattinata, prima delle celebrazioni del venerdì santo, Leone XIV aveva parlato al telefono con Volodymyr Zelensky (che lo ha invitato in Ucraina e con il presidente israeliano Isaac Herzog. Opposte, come è accaduto anche nel recente passato, le versioni sui contenuti della telefonata date dal Vaticano e da Israele.

Per la Santa Sede è stata «è stata ribadita la necessità di riaprire tutti i possibili canali di dialogo diplomatico, per porre fine al grave conflitto in corso, in vista di una pace giusta e duratura in tutto il Medio Oriente», quindi «ci si è soffermati sull’importanza di proteggere la popolazione civile e di promuovere il rispetto del diritto internazionale e umanitario». Secondo quanto riferito lo stesso Herzog su X, invece, «durante la nostra telefonata, abbiamo discusso della guerra con l’Iran, compresa la continua minaccia di attacchi missilistici da parte del regime iraniano e dei suoi gruppi terroristici contro persone di ogni fede nella regione. Ho ricordato i recenti attacchi missilistici iraniani su Gerusalemme, che hanno colpito un'area ricca di luoghi sacri per cristiani, musulmani ed ebrei». 

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