Trump spinge Zelensky a cedere: «Gli ucraini si sbrighino». Secondo i media, parte del team ucraino è pronto all’accordo
È partita in sordina la due giorni di negoziati di Ginevra sulla guerra in Ucraina, a cui, per la prima volta in questa fase, partecipano come osservatori ai margini anche i consiglieri per la sicurezza nazionale di Germania, Francia, Regno Unito e Italia.
«Non aspettatevi notizie», ha avvertito ieri il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, riferendosi al primo giorno di colloqui. Gli ha fatto eco il capodelegazione ucraino, l’ex ministro della Difesa Rustem Umerov, secondo cui questi sono negoziati che avvengono «senza aspettative eccessive».
Di sicuro, per la delegazione russa guidata dall’ex ministro della Cultura Vladimir Medinsky, poco amato da ucraini e americani, sono trattative partite lentamente nel vero senso della parola.
L’aereo che li ha portati a Ginevra ha seguito una rotta che ha attraversato i cieli della Turchia e poi li ha portati in Svizzera sorvolando tutta la penisola italiana. Il Cremlino ha preferito non chiedere l’apertura dello spazio aereo a polacchi e tedeschi, probabilmente temendo un imbarazzante rifiuto. E così, un volo che di solito richiede un paio d’ore ne ha impiegate nove.
La mano del tycoon
Anche la delegazione ucraina ha viaggiato a lungo, partendo in treno da Kiev lunedì notte, e ora si trova sotto particolari pressioni. Mentre erano in viaggio, nella notte di martedì, è arrivata la consueta bordata del presidente americano Donald Trump, che appare sempre più impaziente di chiudere la partita. «L’Ucraina farà bene ad arrivare rapidamente al tavolo delle trattative», ha intimato il tycoon, che pochi giorni fa aveva invitato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a darsi una mossa, un implicito invito a cedere alle richieste di Mosca.
La strategia di Trump, ormai, non è un mistero: fare pressioni su Kiev affinché lasci il resto del Donbass alla Russia, nella speranza che questa cessione territoriale sia sufficiente al Cremlino per fermare le ostilità entro l’estate. In questo modo, Trump spera di potersi concentrare sulle elezioni di medio termine del prossimo novembre, che vedono il suo partito a rischio cappotto da parte dei rivali democratici.
Secondo indiscrezioni dei media, la squadra negoziale ucraina, formalmente guidata da Umerov ma nei fatti capeggiata dall’ex capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov, sarebbe incline ad assecondare Trump, così da incassare le garanzie di sicurezza promesse dal presidente americano o, almeno, da dimostrare il bluff del Cremlino. E a questo proposito, una fonte diplomatica ucraina che ha parlato con il giornalista dell’Economist Olivier Carroll ha suonato una nota di cauto ottimismo, dicendo che la “faccia dura” che mostreranno i russi in questi colloqui è solo una facciata e che significativi passi avanti sono attesi nei colloqui di oggi o, al massimo, nella prossima sessione di incontri a marzo.
In serata, il portavoce di Zelensky ha smentito qualsiasi divisione nel team negoziale e tra la squadra e il presidente.
In ogni caso, il punto cruciale e senza soluzione rimane il Donbass, questione sulla quale nessuno si attende un passo indietro di Mosca, né da parte di Zelensky. L’unica base per le trattative, continua a ribadire il presidente ucraino, è un congelamento del fronte lungo l’attuale linea di contatto, senza ritirarsi dai territori che i soldati ucraini continuano a difendere.
La situazione al fronte
Mentre i delegati arrivavano a Ginevra, Zelensky ha denunciato l’ennesimo attacco aereo russo contro le infrastrutture energetiche del paese, colpite da «quasi 400 droni e 29 missili di vari tipi, compresi missili balistici. È stato un attacco combinato, calcolato appositamente per fare più danni possibile». In tutto, nove persone sono rimaste ferite in 12 regioni del paese.
Il presidente ucraino ha chiesto ancora una volta agli alleati di fare pressione sulla Russia affinché cessi la sua campagna di bombardamenti e scenda a compromessi al tavolo delle trattative.
Nel frattempo, l’agenzia di stampa francese Afp annuncia la più grande controffensiva ucraina in oltre due anni, con la liberazione di oltre 200 chilometri quadrati di territorio. Un’affermazione controversa, basata su dati che gli stessi ucraini non condividono completamente.
La controffensiva sarebbe avvenuta nel settore di Zaporizhzhia, sul fianco occidentale del fronte del Donbass, l’area chiave dei combattimenti. Ma i comandi ucraini hanno smentito a Domani e ad altri media l’esistenza di una controffensiva nell’area e parlano invece di contrattacchi locali che hanno portato all’eliminazione di avamposti russi poco presidiati.
Sullo sfondo dei combattimenti e delle trattative torna poi la vicenda di Alexei Navalny, l’oppositore russo morto due anni fa mentre si trovava in carcere in Russia.
Dopo aver accusato il Cremlino di aver ucciso Navalny con un raro tipo di veleno, ieri un gruppo di paesi alleati dell’Ucraina, tra cui anche l’Italia, ha ribadito che «le autorità russe rimangono le uniche responsabili» della morte dell’oppositore.
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