Protagonista del documentario Put Your Soul on Your Hand and Walk di Sepideh Farsi, la fotoreporter palestinese Fatma Hassona avrebbe voluto una morte che facesse rumore. Un attacco missilistico israeliano l’ha uccisa nella Striscia il 16 aprile del 2025. Ora il suo ricordo rivive nelle parole della regista iraniana
È trascorso esattamente un anno da quando la fotoreporter Fatma Hassona è rimasta uccisa sotto le macerie della sua casa, a nord della striscia di Gaza, in un attacco israeliano avvenuto nel cuore della notte. Era il 16 aprile 2025: con lei sono morti sei membri della sua famiglia. Fino all’ultimo, non aveva smesso di documentare la distruzione che le cresceva intorno e come la vita continuasse caparbiamente a trarsi in salvo fra le macerie. Per lei Gaza era «una scatola» da cui un giorno sognava di uscire. A 24 anni desiderava vedere il mondo fuori dai confini in cui era nata e cresciuta, scoprire con i suoi occhi che non fosse solo un’astrazione, ma un posto in cui perdersi, amare, crescere.
«In una delle nostre prime telefonate mi ha confidato di voler visitare Teheran, la mia città», ricorda Sepideh Farsi, regista di Put Your Soul on Your Hand and Walk, documentario che la vede protagonista per quasi un anno di un fragile e intermittente scambio telefonico con Fatma. Sgradita al governo di Teheran, Farsi non vi fa più ritorno dal 2009. Si trasferisce a Parigi nel 1984, studia matematica, si dedica all’insegnamento, alla fotografia, infine al cinema. Inizia così a realizzare cortometraggi e documentari, tra cui Harat, un road movie tra l’Iran e l’Afghanistan sulle tracce del nonno e Téhéran Sans Autorisation, interamente girato con un cellulare, perché non aveva ottenuto il permesso dalle autorità iraniane.
Nel suo ultimo documentario, i singhiozzi della connessione e i notiziari dettano il ritmo di una corrispondenza assidua, confidenziale e testimone di una quotidianità osteggiata. Per la regista, quelli di Fatma diventano i suoi occhi su Gaza. Non solo attraverso gli scatti della fotoreporter, che nel documentario si alternano alle videochiamate tra le due donne. Spesso Farsi le chiede di mostrarle cosa vede dalla sua finestra. La distruzione alle volte è così vicina da sembrare un triste presagio.
«Le nostre telefonate erano continuamente interrotte. Era un miracolo ogni volta che riuscivamo a parlare o a comunicare tramite un messaggio. Ho registrato tutte le nostre chiamate: ognuna di queste poteva essere l’ultima», racconta. Fatma appare quasi sempre sorridente, anche quando racconta di aver perso qualcuno di caro.
Farsi abbraccia la forza dirompente della sua giovane interlocutrice quasi con incredulità. Raccoglie la preziosa testimonianza di una vita piegata alla necessità di sopravvivere a un assedio estenuante, senza mai ridurre la vicenda di Fatma alla mera conseguenza di atroci logiche geopolitiche. Quel suo sorriso luminoso sembrava non essere offuscato neppure dal dolore. «Era magnetica, creativa. La fotografia era ciò che le stava più a cuore, ma amava scrivere poesie e cantare – prosegue – Da quando il padre non poteva più lavorare come tassista, doveva mantenere la famiglia grazie alla vendita delle sue foto».
Una morte che faccia rumore
Il documentario è un esempio toccante di cinema dell’urgenza: «L’idea di realizzare un film a distanza si è imposta fin dal primo momento». Farsi non immaginava che quelle conversazione private, che dovevano fungere d’archivio, sarebbero state il cuore del film. Presentato per la prima volta a Cannes lo scorso anno, il documentario avrebbe dovuto chiudersi con un video girato da Fatma, una ripresa a bordo di un'auto in una strada a nord della Striscia, a Jabaliya.
Alla notizia dell’uccisione della fotoreporter, Farsi decide di aggiungere la sequenza finale, con la loro ultima conversazione del 15 aprile di un anno fa. È stato in quell’occasione che la regista le aveva annunciato l'invito del film a Cannes e la proposta di accompagnarla. Fatma ne era stata molto entusiasta. Ma aveva precisato che sarebbe tornata a casa subito dopo. Era convinta che Gaza avesse bisogno di lei. Il dovere di testimoniare è sempre stato più forte di tutto, persino della morte. La sua, scrisse una volta, desiderava che facesse rumore. Non voleva essere solo un numero tra migliaia di altre vittime.
«Per me è come se fosse ancora qui», ripete Farsi con emozione. «Se potessi riparlare, le direi tantissime cose. Ma non voglio pensare che ci fosse una fine alle nostre conversazioni. È stato un pezzo di vita condiviso. Ho vissuto un anno nell’angoscia di perderla: l’unica cosa che potessi fare, era ascoltarla».
Come a uno specchio
Una chiamata interrompe la sua voce. «È mia madre, devo rispondere», dice dall’altro capo del telefono. Richiama dopo pochi minuti. Si avverte come un sollievo nelle sue parole. «Mia madre è ancora in Iran e quando ricevo una sua telefonata, interrompo qualsiasi cosa stia facendo», si giustifica. Non può chiamarla da Parigi, aspetta che sia lei a farlo. Da dicembre scorso, quando il regime iraniano ha tagliato la rete internet e quasi ogni possibilità di comunicare, il costo delle chiamate, seppur brevi, è elevatissimo. «Incontrare Fatma è stato come guardarsi allo specchio», dice la voce di Farsi all’inizio del documentario. Fatma non è mai potuta uscire da Gaza e allo stesso modo la regista iraniana avverte il resto del mondo al di fuori del suo paese come una sorta di gabbia.
«Il mio ultimo viaggio in Iran risale al 2009. Dopodiché non sono più potuta tornare. Da quel momento ho continuato a lavorare sull’Iran, ma a distanza». Non nasconde una profonda angoscia per quanto sta accadendo in seguito all’attacco israelo-statunitense. «Sono stata sempre contraria a un intervento militare esterno. Per me il regime doveva e deve cambiare dall’interno, attraverso la rivolta del popolo iraniano». Anche perché, prosegue «ogni intervento militare è sempre stato seguito da una violenta repressione da parte del regime, che seppur decapitato, continua a soffocare nel sangue le proteste di un intero paese».
Il dovere di sperare
Fatma non è riuscita a vedere il film di cui è protagonista, l’avrebbe dovuto vedere a Cannes. «L’altro giorno ho ricevuto una chiamata di sua madre. L’unica della famiglia sopravvissuta all’attacco mirato israeliano. Siamo ancora in contatto. Non siamo riuscite a parlarci, voleva sapere come stesse la mia famiglia». A distanza di un anno, il coraggio delle sue parole, racchiuse nel titolo del film, riecheggia ancora. «Era una frase che Fatma ripeteva spesso per spiegare cosa provasse ogni volta che usciva per strada a scattare delle foto. Di lei mi colpì molto il desiderio implacabile di continuare a sperare – ricorda Farsi – oggi anche i giovani iraniani non fanno che ripetere: non abbiamo altra scelta che sperare».
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