«Shop still open?». Il negozio è ancora aperto? Tre parole qualunque, il genere di domanda che in una chat di studenti, nel cuore della notte, fa pensare a una pizzeria o a un bar. Ma la chat era quella dei membri della confraternita Chi Phi della Cornell University e il «negozio» era una ragazza di vent'anni. Almeno in due a quella domanda rispondono di sì, uno aggiunge l’emoji di un diavolo che sorride. Lo scambio è l’ultimo scioccante sviluppo del caso dei «Cornell 7», che da giorni è al centro del dibattito negli Usa.

La vicenda

La vittima al centro dei fatti si chiama Jane Doe, nome di fantasia con cui una ex studentessa di Cornell, in una causa civile depositata il 16 settembre alla Corte suprema di New York, accusa sette membri della confraternita Chi Phi di averla drogata e violentata nella notte tra il 19 e il 20 ottobre 2024. Oltre ai sette, ribattezzati dai media «Cornell 7», la causa chiama in giudizio l'università, la confraternita, la sorority della ragazza (l’equivalente per le studentesse delle confraternite maschili) e il bar che le servì da bere.

I sette sono: Matthew Ingalls, Jonathan Newell, Winston Lee, Gillio Lopes, Diego Sarabia, Scott Norris e Scott Kretzschmar. Va detto che al momento nessuno dei sette è stato incriminato e i loro legali respingono le accuse.

La notte

Sono le 101 pagine della causa civile a raccontare l’incubo di Jane Doe. La serata comincia nella residenza della sorority, con la vodka. Poi, accompagnata dal membro anziano della sorority, la giovane si reca a un evento in un locale del centro di Ithaca, dove il buttafuori le segna una «X» su ogni mano perché minorenne, ha meno di 21 anni. Segni che dovrebbero proteggerla e invece nel locale servono comunque da bere.

Verso le 23 Jane Doe raggiunge da sola la sede della Chi Phi per vedere un amico. Per le carte a questo punto è già «visibilmente ubriaca». Lì due membri della confraternita «le mettono pressioni affinché sniffi quella che le presentano come ketamina». Da qui iniziano gli abusi. All'1:42 uno degli accusati scrive nel gruppo Snapchat «Chi Phi Actives» che al piano di sopra c'è «free p*ssy». Con quel messaggio, si sostiene nella causa civile, l’accusato «ha organizzato e incoraggiato» gli altri a unirsi.

Poco dopo, si legge, «molti altri membri» entrano nella stanza e lei si rifugia sotto le coperte. Il telefono è dall'altra parte della stanza. Gli atti raccontano come a Jane Doe sembrava che non ci fosse «via di fuga da quella stanza piena di ragazzi dal comportamento predatorio». A quel punto, scrivono i legali, è «completamente incapace» di reagire. È in questo arco temporale che si inserisce anche il messaggio «shop still open?». Gli atti raccontano nei dettagli le violenze subite dalla ragazza, per cinque volte viene specificato che Jane Doe non «aveva dato il consenso» a quello che le veniva fatto, in altri due casi sono raccontati i tentativi fisici di sottrarsi alle violenze.

Gli abusi finiscono verso le 5:45, quando perde conoscenza.

Una tesina per «riparare»

L'8 novembre 2024 Jane Doe denuncia alla polizia del campus. La Cornell sospende temporaneamente la confraternita e i sette studenti. Secondo la causa depositata nei giorni scorsi, all’epoca dei fatti l’università ha ritenuto sufficiente «mitigare la condotta» dei sette facendo scrivere loro dei saggi.

L'università nega che il saggio sia stato l'unica conseguenza: il presidente Michael Kotlikoff ha spiegato che il procedimento interno si è chiuso con due espulsioni, due sospensioni di almeno due semestri, un laureato che non è stato possibile sanzionare e due studenti ritenuti non responsabili. La confraternita Chi Phi della Cornell è stata chiusa e bandita dal campus dal 2024.

Sul piano penale, invece, nulla. Nel novembre 2024 il procuratore della contea di Tompkins, Matthew Van Houten, aveva deciso di non procedere. Nella dichiarazione giurata resa allora alla polizia, sostiene, Jane Doe descriveva droga e rapporti come volontari. L'avvocato della ragazza, Thomas Giuffra, ha ribattuto che la ragazza era traumatizzata e che nessun inquirente della procura l'ha mai ascoltata.

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